Le giornaliste americane raccontano a Newsweek le loro storie di molestie e violenze sessuali

 

 

andy-sykes.jpg

È trascorso quasi un anno da quando è stato pubblicato il libro Toglimi le mani di dosso. Mai nessuno, in Italia, ha avuto l’interesse o il coraggio di fare un’inchiesta sul sistema delle molestie sessuali nel mondo dei media. Se ci fosse qualche volenterosa o volenteroso, potrebbe prendere esempio dal settimanale americano Newsweek che ha deciso di raccontare le molestie alle giornaliste, usando pseudonimi per proteggere chi ha deciso di parlare. La mia traduzione, con tagli alla parte finale (dove si parla delle violenze esterne alle redazioni) dell’articolo di ieri di Lucy Westcott “Le giornaliste raccontano le loro storie di molestie sessuali”. Ecco il link al testo originale in inglese.

Clara Rollins aveva 18 anni e faceva pratica come fotografa in un giornale degli Stati Uniti del sudest quando un caporedattore le chiese se avesse mai fatto sesso. Per due anni il caporedattore mandò a Rollins (non è il suo vero cognome) diversi messaggi chiedendole di andare a trovarlo a casa sua. Una professoressa di Rollins intuì cosa stava succedendo e le consigliò di stare attenta, ma la ragazza non le diede retta perché il ricatto sotteso era che se lei non ci fosse andata non avrebbe ricevuto nessuna raccomandazione per altre internship o lavori futuri. E così, dopo avere rifiutato per diverse volte, un giorno andò a casa del caporedattore e chiese di guardare un film insieme. Lui le rispose che non era quella la ragione per la quale era lì e con la forza le praticò un rapporto orale, prima che lei riuscisse a prendere i vestiti e a scappare via. Da quel giorno lui la cercò per altri due mesi fino a quando lei non finì lo stage. Lui continua a lavorare al giornale. 

Rollins è una delle 53 donne e due uomini che hanno contattato il settimanale Newsweek per raccontare le loro storie di molestie e violenze sessuali legate a lavori nel giornalismo. È stato garantito l’anonimato a chi l’ha chiesto. Molte donne continuano a lavorare nei giornali dove hanno subito le molestie. Questa non è una ricerca con basi scientifiche ed è virtualmente impossibile sapere quante giornaliste hanno avuto a che fare con molestie sessuali nella loro carriera, ma si tratta di un’occasione per ascoltare le storie di donne che hanno dovuto affrontare comportamenti irritanti, minacciosi, violenti mentre cercavano di fare il loro lavoro. Newsweek non ha contattato gli accusati per chiedere conferma.

Come donna e come reporter non sono stata immune dai problemi di violenza sessuale. A 22 anni lavoravo a Washington quando un giornalista più vecchio di me e sposato mi invitò ad andare a vedere le stelle nella campagna della Virginia. Quando rifiutai mi mandò un’email: “Spero di potere contare su di te e di non sentire strane voci in ufficio”.

Come altre donne che hanno parlato a Newsweek, Rolling, che adesso ha 23 anni, mi ha spiegato che continua a incolparsi per quello che è successo. “Ho capito che avevo subito uno stupro solo quando sono andata in terapia. La questione del consenso non mi sfiorava a 18 anni”. Adesso, dopo cinque anni, ancora non riesce a scrivere storie che riguardino violenza sessuale a causa della sindrome di disturbo post-traumatico da stress. “È una situazione umiliante non perché il mio capo di adesso non accetti questa situazione, ma perché ho dovuto spiegargli i motivi, una cosa che nessuna giornalista vorrebbe fare”.

Negli Stati Uniti si è discusso di molestie sessuali nel sistema dei media in seguito alle accuse a Roger Ailes, ex amministratore delegato di Fox News, accusato di molestie da diverse dipendenti, incluse le conduttrici Megyn Kelly e Gretchen Carlson. All’inizio di agosto il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che sua figlia Ivanka opterebbe per una carriera diversa oppure per un nuovo posto di lavoro se dovesse avere a che fare con un molestatore. Anche Eric, figlio di Trump e fratello di Ivanka, ha detto che Invaka è una donna forte e potente e non si troverebbe mai a subire molestie sessuali.

Secondo uno studio del 2013 realizzato da International Women’s Media Foundation (IWMF)i due terzi delle giornaliste donne hanno dovuto subire una qualche forma di molestia o abuso nel loro lavoro, incluse vere e proprie intimidazioni e violenze sessuali e fisiche. La maggioranza delle 822 donne intervistate non ha denunciato l’accaduto. I cambiamenti nell’industria dei media, che includono la precarietà, fanno sì che poche donne dicano ai manager oppure ad altre autorità quello che subiscono per paura di ritorsioni, ha spiegato Elisa Lees Muñoz, direttrice esecutiva di IWMF. Una recente ricerca inglese indica che metà delle donne lavoratrici di diversi ambiti ha subito molestie sessuali, con un picco del 63 per cento tra le giovani tra i 16 e i 24 anni.

Pensando a quando lavorava a Washington, Elizabeth (non è il suo nome vero) sta ancora male. Lei e un suo collega erano diventati molto amici fino a quando un giorno lui ci ha provato. “Ricordo che lui rimase sorpreso quando rifiutai, come se pensasse che io lo avessi incoraggiato. Si offese molto”. Presto iniziò a mandarle messaggi continui, a cambiare i turni in modo che coincidessero con i suoi, ad andare al giornale quando lei faceva le mattine. Un giorno si trovò da sola con lui in redazione e lui la aggredì urlandole che era stata una stronza, che lo aveva preso in giro, che sarebbero stati una coppia perfetta insieme. Elizabeth poi venne mandata in Medio Oriente e non denunciò mai il collega.

La maggior parte delle donne hanno raccontato a Newsweek che sono state molestate soprattutto all’inizio della loro carriera, quando erano affamate di ingaggi e meno inclini a denunciare un incidente per paura delle conseguenze. Janille Miller, adesso 39enne, aveva 25 anni quando durante un colloquio di lavoro le è stato chiesto di alzarsi e girare su se stessa. “Ero con il direttore e il caporedattore, entrambi uomini. Mi sono sentita umiliata e disgustata dal modo in cui mi hanno guardata, ispezionando come se fossi un pezzo di carne. Sapevo che quello che stava succedendo era sbagliato e mi sono odiata per avere eseguito le loro indicazioni”. Poi però ha cercato di focalizzarsi sul fatto che le avevano offerto un lavoro.


 

Tanto sdegno per i musulmani quando in occidente milioni di donne vengono annientate subdolamente ogni giorno nell’indifferenza totale

Sono stata assente per un po’. Oggi ho trovato tre nuovi messaggi, con tre storie di donne. Condivido con voi questo, arrivato da Rebecca.

Se dovessi raccontare quello che mi è successo dovrei scrivere un papiro. Ho testato sulla mia pelle cosa significa lavorare con dei porci e dover subire in silenzio per paura di essere additata come paranoica, bigotta, piagnucolona o ancora peggio essere licenziata. Ho assunto un atteggiamento schivo, indifferente e non preciso. Ho ignorato con molta educazione le squallide battutine ma non ho resistito molto. Ho sbattuto in faccia al porco che tutto ciò non mi stava bene e che doveva tenere bocca chiusa e mani a posto e il risultato volete sapere quale è stato? Trattata con indifferenza, come se non ci fossi. Parlavano di uscite fatte senza di me perché non ero stata invitata, scherzavano fra loro ignorandomi. Facevano battutine su di me in mia presenza non troppo specifiche anche se io capivo che erano riferite a me. Sono passata dalle molestie di natura sessuale al mobbing vero e proprio. Sono stata costretta ad andarmene, in un caso o nell’altro avrei vissuto un inferno. Questa è la dura realtà che devono affrontare le donne nel 2016. Tanto sdegno per i musulmani quando in occidente milioni di donne vengono annientate subdolamente ogni giorno nell’indifferenza totale di tutti e soprattutto di altre donne che invece si adattano a tali meccanismi per sopravvivere. Non so nemmeno io dove ho trovato la forza per subire tutto quello che ho subito. Ma l’ho trovata e anche voi altre che state leggendo questo messaggio dovete farlo.

La storia di Alessia, molestata dal collega che si occupa di diritti civili e legalità

Mi chiamo Alessia e ho 45 anni. Non pensavo che potesse toccare anche a me, credevo di essere immune. Mi sono sempre occupata di diritti delle donne e violenza e pensavo di avere gli strumenti per riuscire a evitare certe cose, ma purtroppo la consapevolezza da sola non basta per proteggersi dalle molestie sul lavoro.

Ecco la mia storia. Conosco un uomo che come me si occupa di diritti civili e legalità. È un’autorità nell’ambiente e ha moltissimi contatti. Per circa tre anni ci sentiamo soprattutto per telefono e ci vediamo esclusivamente durante le riunioni di lavoro e studio. Lui si dimostra competente e professionale, sempre aggiornato. Io lo stimo molto e iniziamo a collaborare per iniziative, convegni ed eventi.

Poi qualcosa cambia. Lui mi cerca sempre più spesso per parlarmi dei suoi problemi di famiglia e di questioni di lavoro che non mi riguardano direttamente. Io sono felice che lui si confidi con me, che il nostro rapporto professionale diventi anche un’amicizia sincera. Lui però diventa sempre più pressante, pretende che io risponda al telefono ogni volta che mi cerca, anche se sono occupata. Se non lo richiamo, mi rinfaccia di essermi fatta i soldi grazie a lui e di ignoralo. Cerco di gestire la sua insistenza spiegandogli che non può pretendere così tanto da me e dirado gli incontri, anche di lavoro.

Di fronte a questo mio cambio di atteggiamento lui, invece di capire che sta esagerando, mi chiede di avere un rapporto sessuale con lui. Mi dice che non lascia mai le donne insoddisfatte. Io sono incredula. Rispondo con una battuta scherzosa. Lu si arrabbia. Mi fa la paternale sulla mia condizione di “infelicità sessuale”. Gli dico che non si deve permettere. Lui grida.

Le conseguenze sono quelle che racconta Olga nel suo libro e che tante donne hanno raccontato in questo blog: ripicche, minacce velate, diffamazione e poi la vendetta lavorativa, con perdita della collaborazione.

Il 3 giugno a Bergamo si discute di violenza e molestie sul lavoro

Il prossimo appuntamento per parlare di violenza di genere sul lavoro, molestie sessuali e precarietà è a Bergamo, a Macondo  (via Gianbattista Moroni 16), il 3 giugno, nell’ambito del festival LGBT “Divers@ da chi?”. Se siete in zona, partecipate, si preannuncia molto interessante. Se avete amici o conoscenti nei paraggi passate parola e condividete.

Parteciperanno: Giacomo Viggiani, ricercatore all’Università di Brescia ed esperto di identità di genere presso il Consiglio d’Europa; Isabel Perletti, Consigliera di Parità della Provincia di Bergamo; Sara Agostinelli modera la serata presentando il libro; Chiara Doninzelli farà delle letture espressive tratte dal libro.

Il link all’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/242333729468454/

 

Featured Image -- 1402

L’11 marzo a Polignano con Toglimi le mani di dosso

Appuntamento l’11 marzo a Polignano a mare, in provincia di Bari, con la presentazione di Toglimi le mani di dosso con la scrittrice Annella Andriani (presidente dell’associazione Libriamola), l’assessora alle Pari Opportunità Marilena Abbatepaolo e la presidente dell’associazione Safya Maria Montanaro.

Olga Ricci

“Ci mangiano l’anima e il futuro”

Condivido questo commento al libro Toglimi le mani di dosso che mi ha mandato Maria Pastore, che ringrazio.

“Ho letto il tuo libro, con calma. Trovo sia il giusto tempo per questo tipo di scrittura. Non mi è sembrato esagerato quel che scrivi ma quel che hai dovuto vivere, quel che accade sul serio nel mondo del lavoro, in tutti i settori. Nella mia vita ho riflettuto molto su quando e da chi viene rosicchiato il mio spazio personale, quello del rispetto, della distanza e della intimità e non solo nei rapporti lavorativi, anche in quelli informali. Abbiamo davanti una mole di lavoro da fare bene, una rivoluzione antropologica, dei costumi, della mentalità del linguaggio e dobbiamo riuscirci. Sono contenta che tu abbia dato questa direzione alla tua vita, sicuramente nel panorama italiano una voce in più, ad analizzare e comunicare le dinamiche del potere/corpo, è utile. Mi preoccupa molto l’impreparazione dei sindacati, riguardo la nostra precarietà (continue gavette) a lavoro e il riconoscimento di molestie e pressioni psicologiche, non solo a sfondo sessuale e sessista. Ci portano ad essere concorrenti, scorretti e muti, il mondo del lavoro somiglia sempre più ad un campo di battaglia, rischiamo di non credere più in niente e non vediamo via di uscita. Se chiediamo aiuto non sanno aiutarci, siamo indietro, impreparati, senza leggi apposite, senza la giusta sensibilità.  Con un libro come il tuo si possono muovere tante piccole cose, grazie”.
Maria Pastore

fran5_1762413i

Francesca Woodman: Untitled, Rome, Italy, 1977-1978 Picture: Courtesy of Victoria Miro Gallery / Copyright The Artist

.