L’attesa

Non mi sono fatta impressionare dalla parvenza meritocratica del colloquio. Però ci spero. Torno a casa e seleziono gli articoli con cura. Di alcuni conosco gli attacchi a memoria: li ho pensati così a lungo che mi sono rimasti in mente uno per uno. Perchè quando si vive sul filo del precariato si cerca di fare sempre ogni cosa al meglio. E questo richiede una certa fatica. Li stampo e li infilo in una cartelletta di carta.

Mentre aspetto che passino i due giorni per il secondo colloquio continuo il mio lavoro in televisione, in scadenza dopo un mese di rinnovo. Sembra che non ci sia speranza di poter continuare perchè, mi hanno comunicato, ‘qui non serve più nessuno’. Una notizia che ho elaborato all’istante, inserendola nel mio file celebrale chiamato “l’ineluttabile”. E mi sono messa alla ricerca di un nuovo lavoro.

Ma quando ho detto al capo della televisione che avevo bisogno di un paio di giorni liberi prima della scadenza del contratto per fare dei colloqui lui mi ha detto: no, se vuoi licenziati prima. Una risposta che mi ha provocato un black out improvviso. Ho cominciato a vedere nero e a pensare un elenco sterminato di parolacce e insulti. Poi a fatica, dopo lunghi istanti di apnea durante i quali avrei voluto essere al comando della nave aliena che stermina il genere umano in Guida galattica per autostoppisti, ho emesso un sibilo che lui ha preso per un sì. Sono contento che tu abbia capito, ha detto.

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