L’arrivo

Sono arrivata nella città dove c’è la sede principale del giornale.

Mi guardo a lungo nello specchio dell’hotel. Sotto gli occhi lievi ombre scure e qualche ruga. Sono affaticata a causa della tensione. Devo ottenere questo lavoro, così avrò finalmente un contratto, ferie pagate, tredicesima e quattordicesima ma soprattutto sarò in un giornale “vero”. Quando ho preso la decisione di iscrivermi al master di giornalismo avevo 23 anni.

Alcuni conoscenti più grandi di me hanno cercato di mettermi in guardia: non sei fatta per quel lavoro, serve un pelo sullo stomaco che non hai, occorrono i contatti giusti, bisogna essere spregiudicati. Un giorno ho chiamato un amico di un amico, un giornalista di 40 anni che lavorava in un quotidiano locale, che mi ha detto: lascia perdere, questo è un mestiere ingiusto, non basta essere bravi. Servono altre qualità: servilismo, doppiogiochismo, parentele. Poi ha detto qualcos’altro ma io ho smesso di ascoltare. A te sarà andata male, ma io sono diversa, ho pensato.

Le sue parole però mi sono tornate in mente dopo pochi anni: all’improvviso sono emerse dal cilindo magico come il coniglio. All’epoca lavoravo in un piccolo giornale per 1000 euro al mese. Il problema non era solo il compenso quanto la ripetitività del lavoro e il fatto che l’unica persona che riceveva attenzione lì dentro era un maschio che aveva le sembianze di un’ameba: stava immobile davanti al computer per ore, con i gomiti stretti ai fianchi, muovendo soltanto le dita sulla tastiera. Non so come facesse. Se gli parlavi ci metteva dieci secondi prima di spostare lo sguardo verso di te e non sempre rispondeva. A volte emetteva dei gemiti che adavano interpretati – e non era facile.

Dopo poco è stato nominato caporedattore. La motivazione di questa promozione è rimasta a lungo inspiegabile. Soltanto dopo anni ho capito: era un uomo giovane, capace di sudditanza e complicità con il capo. Era la persona più adatta per comandare noi donne mensilmente mestruate, instabili e irrazionali per natura. A causa di questa situazione io cercavo di andarmene. Ma non era semplice: servivano contatti. I curricula non li legge nessuno. Puoi mandarne a valanghe. Sei fortunata se ti rispondono. Ma trovare un lavoro così è praticamente impossibile. Chi dice il contrario è stato sfacciatamente fortunato oppure mente.

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2 pensieri su “L’arrivo

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