E’ una questione di adattamento

E’ lunedì e finalmente posso andare in redazione. E’ il mio primo giorno. Sono le 9 e squilla il telefono: è il direttore. Mi chiede se voglio fare colazione con lui. No che non voglio, ma dico di sì. Dico sempre di sì per avere questo benedetto posto di lavoro. Dovrei dire forse di no?

Ieri ho chiesto consiglio a un’amica giornalista che mi ha ammonita: questo è il mondo e devi imparare ad adattarti. Anche io faccio così. Una questione di adattamento, insomma: soltanto chi ce la fa sopravvive. Ci rifletto sopra: forse ha ragione. Se questo è il mondo cercherò di comportami di conseguenza. Mi preparo ed esco. Lui mi sta aspettando fuori dall’hotel. Mi vede, sorride e si avvicina. Mi bacia le guance. Sei un direttore, chi ti ha dato il permesso di trattarmi come se fossimo vecchi amici? Penso. Ma ricaccio indietro queste sciocche remore che mi impediscono di sviluppare i caratteri necessari all’adattamento e gli regalo un sorriso accogliente.

Ti va di andare a piedi al bar che oggi è una splendida giornata? Mi chiede. Certo, rispondo. Non vedevo l’ora di cominciarla così.
Camminiamo e lui mi racconta di quando ha fatto l’inviato in Somalia, di quando ha girato tutta l’Europa per il suo giornale importante, di quando aveva una fidanzata (l’amore-della-sua-vita) che faceva la hostess e che lui seguiva in giro per il mondo. Parla molto e io lo ascolto, annuendo e dicendo a volte: maddai. Fingo interesse e poi d’un tratto mi sorprendo ad essere interessata per davvero.

La profezia sartriana del ‘chi finge un sentimento è come se lo provasse’ si sta avverando. Mi do un pizzicotto per riprendermi. Guardo il suo mento multistrato e il suo labbro inferiore umidiccio che sporge in fuori con fare vezzoso e mi ripeto: non dare confidenza, sei qui per lavorare. Lui parla per quasi un’ora e io dico è tardi, dobbiamo andare, c’è la riunione di redazione alle 11.30. Lui si fa serio: sono io il direttore, non preoccuparti. Decido io quando è ora di farla.

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8 pensieri su “E’ una questione di adattamento

  1. manuandthecat ha detto:

    Non mollare. Considera cosa è più importante per te: il tuo lavoro o la tua vita senza questo lavoro? Io l’ho fatto, ero piena di purezza etica e mi sono lasciata trasportare, forse ero solo più giovane. Però, credimi, se tornassi indietro chiuderei gli occhi e mi adatterei, e ora continuerei a lavorare come giornalista, avrei un lavoro fisso e forse una famiglia.

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    • Naifmanontroppo ha detto:

      Grazie Manu per il commento. Ma “adattarsi” che cosa significa esattamente? Mi piacerebbe che mi raccontassi la tua storia un giorno, se e quando ne hai voglia.

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  2. gabriele ha detto:

    Quello che trovo geniale nel commento sull’adattarsi (da parte dell’amica, non di Olga che incassa meditabonda il colpo), è il fatto di tirare per la barba il povero Darwin, che con quella visione non c’entra nulla: è semmai figlia di Lamarck e Spencer; solo che, se lo ammettessimo, ci dovremmo anche rendere conto che è completamente assurda e screditata dalle attuali convinzioni scientifiche!
    Come credere che le giraffe si siano allungate il collo a forza di protenderlo verso i rami più alti, e abbiano poi passato questo tratto, non si sa bene come, ai discendenti.

    (non che applicare il darwinismo fuori dalla biologia sia una trovata geniale, alla faccia di Dawkins, ma questa è un’opinione personale)

    Darwin va di moda, e poi l’accoppiata “scienza” più “natura” che connota il darwinismo sembra risultare ormai così eticamente prescrittiva che nemmeno la legge morale di Kant.
    Perciò la simpatica amica lo noleggia per dare una parvenza di buon senso allo sproposito.
    Gli elefanti si saranno allungati il naso cercando di bere dalle pozzanghere, o magari perché dicevano troppe bugie?

    In realtà in Darwin – detta a grandi linee – l’adattamento della specie avviene solo per somma di mutazioni casuali, selezionate poi dal successo riproduttivo. L’aleatorietà del processo e la variabilità delle pressioni ambientali consentono la diversità biologica che constatiamo. Su due “isole” diverse possono dopo generazioni svilupparsi specie con tratti diversi anche se le condizioni ambientali sono relativamente simili (e viceversa possiamo trovare specie simili in condizioni assai differenti).

    L’uniformazione delle specie è più spesso figlia dell’operare umano, nell’illusione di ottimizzare gli esseri viventi rispetto a condizioni e fini.

    Se questo ha qualcosa da insegnarci, è che tutto muta, o che il caso impera: quindi anche illudersi che “basti” adattarsi o non mollare per avvicinare (non dico raggiungere) lo scopo è francamente ingenuo.
    La stragrande maggioranza delle mutazioni che quotidianamente avvengono nel globo sono fatali per l’individuo, e spesso del tutto trascurabili per la specie.

    Comunque complimenti Olga, sottoscrivo in pieno il nove che ti sei attribuita qualche post addietro.

    Un saluto,
    G.

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