Ritorno alla realtà

Il pranzo è una barbosa cerimonia autocelebrativa. Il direttore si vanta delle prodezze compiute per risollevare il giornale che si trova sull’orlo della bancarotta. Io ascolto, perplessa: che ci faccio qui se stanno per fallire, mi chiedo. Ma è evidente che devo smetterla di farmi domande a cui non c’è risposta.

Continuo quindi con il training dei giorni scorsi. Annuisco, sorrido, spalanco la bocca in segno di sorpresa, a volte dico: ma davvero. Ed evito con cura di incrociare lo sguardo del capo del personale: un sessantenne dalla pelle con buchi così fondi da sembrare crateri e con occhiali spessi come i finestrini di un aereo. Prima di venire qui faceva il direttore-delle-risorse-umane in un gruppo dove si è occupato di varie ristrutturazioni: nell’ultima ho licenziato più di 200 persone, sibila orgoglioso. Una vita spesa nel far fuori la gente è davvero una gran vita, vorrei dirgli. Ma sia mai: è lui che deve farmi contratto che però non ho ancora sentito nominare, nonostante sia qui da 4 giorni.

La parola contratto si fa strada – con una certa difficoltà – tra i miei neuroni in fattanza da speranza e frantuma in un baleno i sogni di gloria. Altro che inviata: i fotogrammi della mia gloriosa carriera diventano una pellicola che brucia. Sono solo una naif. Una stupida senza un lavoro. I giorni che sto perdendo tra cene, pranzi e colazioni non mi vengono nemmeno pagati.

Il direttore intercetta il principio di disillusione che mi ha fatto smettere di annuire e sorridere e rilancia: Olga è davvero una ragazza in gamba, una brava giornalista, sapessi come scrive bene. E’ per questo che l’ho fatta venire fin qui. Voglio darle incarichi di responsabilità. E poi è anche di bella presenza, il che non guasta mai. Giovane e deliziosa. Il direttore-delle-risorse-umane ghigna. Io dovrei dire: finiamola con queste stronzate, voglio solo lavorare con un contratto in mano. Che cosa state aspettando? E invece abbasso lo sguardo come una timorata di dio e dico: non poi così giovane, ho quasi 30 anni. I due ridono di gusto, come se avessi fatto chissà quale battuta. Ed è tempo del dolce.

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