Ludovica consiglia

Mi chiama Ludovica. Le racconto di come sta andando. Le dico: scrivo un articolo al giorno e finalmente ho smesso di andare alle cene. Dopo settimane non mi sento più una preda. Provo sollievo e sono fiera di me stessa per come sto gestendo la situazione.

Lei tace per qualche secondo. Poi dice che sbaglio. Che i miei articoli sulle pagine nazionali non contano nulla. Che sono una sciocca a non andare più a cena con il direttore e che devo stare attenta a non inimicarmelo. Che lui è una brava persona e che non pende dalle mie labbra. Hai una grossa opportunità a disposizione, sfruttala, non fare la sprovveduta, suggerisce Ludovica.

Io l’ascolto con deferenza per via del suo passato da redattrice in uno dei principali settimanali italiani. Lei scrive molto bene ed è una donna di mondo. Almeno così mi sembra. Poi provo ad obiettare: ma se esco a cena e lui ci prova? Lei si irrita: ma perchè dovrebbe? Tu sei l’ultima arrivata. Non sai quante donne può avere? Anche molto più importanti di te. Io balbetto: ma con qualcuna ci ha provato. E con chi? Mi chiede. Non capite che scherza? Gli piace essere circondato da donne, avere le dame di compagnia, stare al centro dell’attenzione. Sai quanti ce ne sono come lui.

Mi gira la testa. Resto in silenzio, senza sapere bene che cosa dire. Ed ecco che la voce di Ludovica diventa tonda e soffice, come una bolla accogliente. Cara, non prendere troppo sul personale i miei consigli, dice. Così è come la vedo io da fuori. Da donna più esperta di te. Cerca di cogliere tutte le possibilità che ti dà questa situazione. E’ una bella cosa quella che ti sta capitando, una cosa importante.

Io non ho più voglia di ascoltarla. Le dico: ora devo andare. Le sue corde vocali si trasformano in quelle di una micia ruffiana. Un’ultima cosa, ma lui parla mai di me? Chiede Ludovica. No, veramente no, rispondo. Lei tace. E poi aggiunge: dovrò tornare lì a farmi vedere allora, prima che si dimentichi che ci sono anch’io.

Annunci

21 pensieri su “Ludovica consiglia

  1. Tosca ha detto:

    “non capite che scherza? Gli piace essere circondato da donne, avere le dame di compagnia, stare al centro dell’attenzione.” Ma quanto male hanno fatto i bunga-bunga nel cervello delle persone?

    Mi piace

  2. Thid ha detto:

    Purtroppo sta diventando opinione comune che per trovare e tenersi un lavoro sia necessario qualcosa di più della professionalità. Spesso senza parlare di molestie, per carità, ma lavorare senza essere protetti da un contratto che ti garantisca dei diritti ti pone continuamente in una posizione… come si dice? precaria -.-

    Sempre complimenti 🙂
    e.

    Mi piace

    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Da molti commenti che mi sono arrivati – anche per email – sembra, purtroppo, che per molte e molti quello della precarietà sia un concetto ancora sfuggente. Una parola senza risvolti pratici. Sembra che il pensiero di fondo sia: se davvero sei brava, puntuale, precisa, obbediente, vedrai che ce la farai. Se invece non va così, in fondo è colpa tua.

      Mi piace

      • Thid ha detto:

        Uhm, quello che dici è preoccupante secondo me, e indicativo di una mentalità di servaggio che si è instillata nella classe dei lavoratori dipendenti di nuova generazione. Il problema è che se il lavoratore si comporta come un servo allora il datore di lavoro si sente giustificato a comportarsi come un padrone, e non è bene che questo accada ^^”’

        Mi piace

  3. Anonimo ha detto:

    I lavoratori si comportano da servi perchè il meccanismo è ben collaudato per farli essere tali. Quando non si comportano da servi, in genere, prima o dopo, smettono di essere lavoratori.
    Credo una rivolta sia possibile (anche se allo stato attuale praticamente nulla di efficace è stato messo in pratica, almeno in Italia, dove il sistema di sfruttamento, non solo per la legge Biagi, è forse il più efficace dell’Occidente), ma è decisamente troppo facile accusare il lavoratore di non ribellarsi con la sua faccia in prima persona, se il lavoratore in questione ha veramente bisogno di un lavoro.

    Mi piace

      • Francesca ha detto:

        A me ha protetto la mia religione, che mi dice di comportarmi in un certo modo in campo morale. Mi ha protetto anche il mio carattere e una buona dose di “fortuna”. Io ti consiglio di farti aiutare dal sindacato o da un buon avvocato. Se non ce la fai da sola fatti aiutare da un esperto.

        Mi piace

      • Francesca ha detto:

        Secondo me devi anche valutare se questo giornale sta di nuovo fallendo e allora hai la strada spianata per potertene andare. Con un direttore così non credo andrà lontano. Magari farà la fine di Emilio Fede.

        Mi piace

  4. gabriele ha detto:

    @Thid

    Premetto che interpreto, ed è da vedersi che che io abbia ben capito ciò che scrive Olga nel commento delle 9:48am. Per come leggo io quella “mentalità di servaggio” che (se ho ben capito a che cosa ti riferisci tu) corrisponde al teorema erroneo del “pensiero di fondo” descritto da Olga, non appartiene alla nuova generazione dei lavoratori, bensì – soprattutto – a quella precedente.

    Potrei sbagliarmi, e chiedo nel caso a Olga di rettificare, però la mia impressione è che chi abbia vissuto sulla propria pelle i nuovi lavori precari sappia bene che proprio non bastano puntualità, precisione e bravura. E nemmeno l’obbedienza, a meno di definirla in un senso totalizzante.
    Le molte e i molti per cui la precarietà sarebbe, secondo Olga, una “dimensione sfuggente” (tra cui – aggiungo io – alcuni di coloro che in buonissima fede hanno espresso qui il loro parere), io sospetto siano persone che non l’hanno esperita in prima persona.

    Tra i precari di oggi può esistere semmai il dilemma se accettare o meno le richieste sempre più esorbitanti e assurde del sistema lavoro (qui un articolo di chi opera nel settore, sul lato oscuro della forza per di più: http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/confessioni-di-un-recruiter-stiamo-rovinando-il-lavoro/4236839).

    Cioè se salvare una serie di aspetti morali della propria dignità – che non sono solo, quelli peraltro importantissimi e inoltre simbolici, legati al libero uso della propria sessualità – oppure se perseguire quel tassello cruciale e comunque pertinente alla dignità che nella nostra società è il lavoro (nel bene e nel male; e non che io lo ritenga un ideale, tuttavia nella nostra cultura, nonché nelle radici costituzionali del nostro Stato, oggi è così).

    Invece chi non comprende la logica intrinseca al precariato sostiene “gondranianamente” (il “Boxer” di Orwell) che dopotutto sia solo questione di “lavorare di più” (o “meglio”, ma fa lo stesso). Ma tale perversione colpevolizzante del pensiero non è conseguenza del lavoro di “nuova generazione”, bensì è forse paradossalmente il prodotto di alcuni sottintesi già instillati dal lavoro “vecchio stampo”.

    In questo senso il “nuovo lavoro” non fa altro che sviluppare, quasi nel senso etimologico di “svolgere”, il codice genetico del buon vecchio lavoro che ci accompagna del diciottesimo secolo (circa ;-)) in qua.

    Quanto dici tu sulle opzioni di scelta dei lavoratori precari che indurrebbero nel datore di lavoro una forma autogiustificatoria dell’abuso ad ogni modo non mi convince pienamente. In altri termini mi sentirei di trasporre le considerazioni che ho esposto rispondendo a una certa… boh, Claudia credo… in uno dei post vecchi. Poi magari aggiungo quale.

    In sintesi: i rapporti di forza sono qualcosa che trascende l’individuo, e non tutti gli individui hanno le risorse economiche, sociali, intellettuali, personali per leggere il rapporto e interpretarlo nella maniera migliore. Molti (io ritengo addirittura la più parte) non lo comprendono, o sono obbligati da fattori di forza maggiore a sottostarvi. Tutti costoro non meritano l’implicita colpevolizzazione che si assegna loro presentandoli come “protagonisti” del problema, soggetto attivo sia in termini grammaticali, sia, il che è peggio, consequenziali (“se… allora…”).

    Esprimo la mia massima ammirazione (anzi posso permettermi di aggiungere “condivisione”, in tutti i sensi) verso le scelte di chi decida di vivere il rapporto di forza in modo conflittuale e (ri)costruttivo. Tuttavia rendere merito a chi ha la volontà e le risorse per farlo non deve essere il contrappeso dell’addossare responsabilità a chi codeste risorse o codesta volontà non le possiede.

    Tutt’altro discorso, va da sé, sarebbe da riferire a coloro che ben comprendono, ben potrebbero scegliere, e pur così scelgono in nome di principi non condivisibili o tutt’altro che meritori: ma costoro sono davvero così tanti, o invece ciò che prevale è il condizionamento sociale, l’ignoranza, se non perfino – banalmente quanto tragicamente – uno stato di necessità?

    Un saluto,
    G.

    Mi piace

      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        In effetti io mi riferivo a chi il lavoro precario non l’ha provato. Ci sono persone- molte donne anche- che dicono che io dovrei mollare, lasciare perdere. Tra le righe insinuano che non do un’immagine edificante della donna. Che questo blog in fondo è qualcosa di pretestuoso.

        Purtroppo queste critiche arrivano anche da quelle e quelli che il lavoro precario l’hanno provato.

        Qualche giorno fa una giornalista mi ha fatto un’intervista. Riporto uno stralcio del dialogo. Mi sento libera di farlo perchè poi lei, con la scusa che la nostra conversazione era confusa, ha detto che mi avrebbe mandato le domande via email e poi invece è sparita.

        (…)
        Lei: delle volte ci si rintana nelle situazioni. Ho avuto un’amica così, in una situazione molto simile alla tua che non voleva lasciare quello che lei chiamava il lavoro della vita e per quel lavoro era disposta a tutto. A sentirsi pessima.
        Io: ma certe volte non riesci a vedere oltre perchè ci hai messo tutta te stessa.
        Lei: ha deciso che fare un alvoro meno “figo” sarebbe stata una sconfitta. Ma secondo me non è arrendersi. E’ pensare al proprio benessere
        Io: in certi momenti non riesci a vedere oltre perchè ci hai messo tutta te stessa.
        Lei: siamo un pò vittime della nostra vanità.
        Io: oppure delle nostre necessità.
        Lei: non penso che tu senta la necessità di avere un lavoro così

        Mi piace

      • gabriele ha detto:

        Sì Olga, immagino che in linea teorica anche tra i precari si possa sviluppare – o ereditare – una mentalità come quella che hai descritto sopra.

        Potrebbe essere così per chi riesce a rimanere in lizza in questo contesto e preferisce credere, a ragione o meno, che lo sta facendo solo perché “è bravo” e non perché ha dovuto accettare compromessi e sottomissioni (più o meno impliciti). O, banalmente, perché è un “caso a parte”, un fortunato, un errore statistico.

        L’articolo che ho collegato nel primo commento smentisce che la bravura basti, lo fa in modo abbastanza crudo e dall’interno: il criterio principe e finale è la disponibilità ad abbassarsi del lavoratore, persino se si tratta di figure estremamente qualificate in posti di responsabilità (e presunto o parziale potere).

        Però obietto che il caso del dialogo che citi qui corrisponda a questa situazione. Codesta collega sa bene, per quel che ci fai leggere almeno, che non si tratta di essere “più brava”, ma di rinunciare al lavoro e di ridimensionare la propria professionalità. Anche lei colpevolizza, ma non perché tu non “stia lottando”, non ti accusa di non imbarcarti in un improponibile braccio di ferro, bensì del viceversa, cioè insinua che dovresti ripiegare… o ripiegarti.

        Questa sì che una prospettiva che il precariato ti insegna a meraviglia. Pertanto resto dell’idea di quanto ho scritto sopra, in linea di massima, senza negare che – in altri casi – esistano eccezioni.

        Grazie comunque del tuo impegno su queste pagine, questo è il “qualcosa” che stai facendo per dare un contributo alla “socializzazione” della rivolta, o comunque di una sua premessa che è la consapevolezza.

        Come individui isolati possiamo fare questo, quello che fai tu, forse qualcosa di più giusto se ne abbiamo le risorse (ma è proprio quello che ci manca). Un eventuale cambiamento non avverrà oggi né domani, né dopodomani. Si tratta di una lotta che si misura in secoli, per certi aspetti, in decenni, per certi altri. Gli anni e i giorni sono solo le gocce distillate da alambicchi ben più grandi.

        Le organizzazioni di lotta sindacale, per citare un esempio storico riuscito di lotta strutturata a livello sociale (con tutte le ambiguità e la possibile odierna anacronisticità che le caratterizzano: non le raccomando certo per imitarle, le porto ad esempio di fenomeno simile), ci misero quasi cinquant’anni in Inghilterra ad essere legalizzate. E prima ci avevano messo oltre sessant’anni a nascere, reagendo ai problemi che la rivoluzione industriale (il cui inizio collochiamo convenzionalmente verso il 1760) innescava.
        Dalla legalizzazione ci vollero ancora decenni e decenni per ottenere ad esempio una giornata lavorativa inferiore alle dieci ore. La legge italiana ora ne consente indirettamente un massimale di tredici, per la cronaca.

        Ora c’è la rete, ma d’altra parte viviamo in una società meno compatta. Ci metteremo di meno?
        Non so, la tecnologia lotta anche sul lato dei poteri opposti, poteri che possono usare in quel campo ben altra leva economica per fruirne.
        Secondo me non possiamo illuderci che oggi sia realizzabile un cambio rapido.
        Una rivolta, una rivoluzione, un’evoluzione, un angelo nuovo che gira lo sguardo a sorpresa verso il futuro? Possibile.
        Il bello del possibile è che ha confini molto vasti, e pieghe impreviste.

        C’è dignità se non perfino gloria anche nell’impostare il gioco, o nel difendere in inferiorità numerica la porta, non solo nel segnare il gol.

        Keep the faith 😉
        G.

        Mi piace

  5. Anonimo ha detto:

    Esiste un libro bellissimo di Vasco Pratolini “Le ragazze di San Frediano”, nel quale un sedicente playboy si diverte a coltivare un harem, sicuro che il suo fascino possa quasi paralizzare ognuna delle donne che lo compone.Dopo qualche tempo, le donne dell’harem si coalizzano, lo invitano ad un appuntamento galante,e poi lo riempioni di botte. Si potrebbe fare????

    Mi piace

  6. marlibgin ha detto:

    Bel blog, bella veste grafica, prosa scorrevole, buona scrittura. Detto questo, leggendo i vari post e considerando il tuo blog come un campione della realta’ lavorativa femminile, rimango allibito da una cosi bassa condizione della donna. Schiave di un orco? L’amica Ludovica (nome d’invenzione ritengo) e’ odiosa e priva di dignita’. Vi e’ un altro post in cui parli di colleghe che sono andate a vivere con l’ orco. Ma che poca professionalita’. Orgoglio, ribellione, rabbia, reazione. Mi chiedo come sia possibile che le donne possano essere cadute cosi in basso. E non lo voglio credere. Ma a senso prosituirsi per lavorare con un direttore che non ti dara’ mai una posizione importante? Posizione che probabilmente non puo’ dare ma non darebbe neanche se ne avesse la possibilita’, perche’ ti renderebbe indipendente ed e’ proprio cio’ che non vuole fare. Ma hai mai provato a dirgli che a cena con lui non ci andrai mai e che vuoi solo fare la giornalista? Se tutte le persone nella tua condizione pretendessero rispetto chissa’ quanti di questi mascalzoni sarebbero senza schiavi, padroncini senza cane. Lo so che e’ facile parlare da “fuori” ma siamo a un punto in cui il cambiamento della societa’ non arrivera’ dall’ alto. Siamo noi a doverlo pretendere. Altrimenti i blog son come lacrime nella pioggia, giusto per citare Roy Batty … In bocca al lupo.

    Mi piace

    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Gentile Mari, la veste grafica è di wordpresss. Grazie per il giudizio di “buona scrittura”. Sì la condizione della realtà lavorativa in Italia è pessima. E sono felice che questo blog ti abbia dato la possibilità di rendertene conto. Parlare da fuori è semplice e rende i discorsi che si fanno semplicistici. Facile dire “ribellatevi”. Hai strategie da suggerire? Io da questa situazione ne sono uscita poi. Il blog è al presente ma racconta un fatto passato (come è scritto nel “chi sono”). E solo dopo ho trovato la forza di raccontare. Nominare la violenza è già un primo passo. Come dimostrano le molte email che mi arrivano di donne che si trovano nella stessa situazione in cui mi trovavo io e che non sanno come uscirne.

      Mi piace

      • Anonimo ha detto:

        Mi ero perso il “chi sono”! Sono molto contento che tu ne sia venuta fuori, Olga. Aspetto di leggere come e quando (anzi dimmi il quando ti prego cosi leggo direttamente l’ happy ending!). Lo dico in tutta sincerita’. Lo stillicidio di situazioni pietose che racconti produce in me piu’ fastidio che empatia. Non ci sono strategie particolari Olga. Sei tu come essere umano che poni la soglia di tollerabilita’. Forse fai bene tu a scrivere un blog, a “sensibilizzare”. Permettimi di dirti che sotto un apparente cinismo mi fa veramente male leggere di un mercato del lavoro che di fatto e’ schiavitu’. Alla faccia dell’ art. 1 della Costituzione. Quello che osservo in generale, e’ un’ incapacita’ ad una reazione anche violenta (verbalmente) di fronte a un sopruso. Io ero “dentro”, fortunatamente mai in situazioni cosi degradate e degradanti devo dire, e ho detto “no grazie, non lavoro senza soldi”.

        Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...