Mi si consumano gli occhi come gomme per cancellare

Giaccio davanti al computer. Per ore. A furia di fissare lo schermo mi si consumano gli occhi. Li apro e li chiudo per capire se funzionano ancora. Il destro, il sinistro. Poi insieme. Mi dico: gli occhi non possono consumarsi, non sono gomme per cancellare. Smetti di pensare pensieri insensati, mi ordino.

La razionalità è il filo a cui mi aggrappo scegliendo a casaccio nella matassa che mi riempie il cranio. E penso: ma tutte e tutti hanno fatto questa fatica per avere un contratto da giornalista? Poi mi pento. Domanda sciocca. Smettila di lamentarti.

Nel cranio la matassa si imbroglia e mi aggrappo al filo sbagliato, che mi trascina giù, nelle cantine insalubri dove si riproducono per talea i pensieri cattivi.  E scatta l’odio. Odio a fondo, a lungo, per minuti che sembrano non finire, tutti i giornalisti che hanno un contratto a tempo indeterminato. Tutti quelli che hanno la firma in bella vista sui quotidiani nazionali e scrivono stronzate in un italiano dubbio. Poi tutti gli inviati e i corrispondenti e gli editorialisti, in particolare i vecchi e le vecchie che anche se sono in pensione continuano a scrivere da casa, pagati 500 euro a pezzo – o forse di più. Odio tutti i raccomandati e le raccomandate. Odio i lecchini. Odio i rassegnati. E poi odio i precari come me. Che se la smettessimo di accettare tutto questo le cose cambierebbero. Forse.

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47 pensieri su “Mi si consumano gli occhi come gomme per cancellare

  1. Chasing Hygge ha detto:

    Di quelli che scrivono stronzate sui quotidiani in un italiano dubbio ce ne sono fin troppi. Difficile restare positivi date le circostanze, quindi sono felice che questo blog esista. E’ uno strumento attivo di resistenza e spero possa ispirare un cambiamento! Valeria

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  2. Francesca ha detto:

    Questa situazione non la devi accettare, infatti. Vai dal tuo capo e digli: “O mi fa il contratto o me ne vado”. Che ci fai a fissare il PC gratis? Stai perdendo tempo prezioso e denaro.
    Stavo leggendo “La sposa afghana” di Fariba Nawa, una giornalista. Leggilo, è interessante.

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  3. migbox ha detto:

    Senza andare nel terzo mondo, il peggio è vedere mia figlia, laureata, specializzata, che dopo uno stage ed un progetto, ora non trova più nulla se non fare la baby sitter in nero, ovviamente.

    E’ guardarla intristirsi ogni giorno un po’ di più, mentre risponde a decine di ricerche personale al giorno ed invia curriculum che verranno immediatamente distrutti dall’antispam.

    Ricordo che ero nel CdF, una vita fa, quando vennero i sindacati a presentarci la nuova legge sul Contratto di Formazione Lavoro, ed io inutilmente cercai di spiegare loro che era una gran caxxata, l’inizio della fine, che le aziende non “comprano” i lavoratori al 3×2 perché è conveniente…
    Purtroppo nessuno di loro sapeva cos’è un FTE..

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Forse a tua figlia potrebbe essere utile leggere questo blog e i commenti ai post. Non è l’unica in questa situazione e non deve diventare ogni giorno più triste. Siamo in tanti a fare fatica. Non dobbiamo farci portare via le nostre vite da un sistema sperequato.

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  4. Annina ha detto:

    In merito al suggerimento di Francesca vorrei capire da dove viene questa cieca fiducia negli uomini che stanno in televisione e in particolare in quelli di Servizio Pubblico. Secondo te a loro la storia di Olga interesserebbe davvero? Ma fammi il piacere. L’unica ospite donna che sanno invitare al loro programma palloso è la Santanchè.

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      • gabriele ha detto:

        Consiglio qualche pagina di un bellissimo libro, che “mente” – o meglio “opera una rifrazione nel linguaggio” – fin dalla copertina, cioè fin dal titolo e dal nome dell’autore. Si tratta di “Marxismo e filosofia del linguaggio” di Voloshinov.
        In realtà è in gran parte frutto del pensiero di Bachtin, che non lo poté o volle firmare per via dei suoi attriti con il pensiero e potere allora dominante: uscì dunque sotto il nome di un amico, che forse si premurò anche di addobbarlo strategicamente con mottetti e parole chiave (o meglio parole grimaldello) che potessero scassinare le serrature del sistema.
        Il marxismo che vi rientra, se pensiamo al marxismo come sistema organico, è giusto quello di alcuni proclami sporadici, che sbucano qui e là come per far l’occhiolino ai censori (anche se qualcosa di più profondamente marxista, nel senso di sintonie filosofiche e di sensibilità, è invece solidamente presente e condiviso).

        In rete è leggibile gratuitamente in inglese, qui:

        http://books.google.es/books?id=fIPuRyFvDKIC&lpg=PP1&pg=PA90#v=onepage&q&f=false

        Pensavo in particolare alla parte che va da “Outside objectification, outside embodiment…) fino a “giving it more definite and lasting expression”, quasi a fine pagina.
        In realtà sono molto stimolanti anche le pagine che seguono, e tornano ad essere di più stretta attualità per il caso di Olga gli ultimi due paragrafi di p. 92, da “The lowest, most fluid…” a “…already in stock”.

        Purtroppo trovo questa traduzione in inglese – a confronto di quella spagnola che ho letto – molto farraginosa; inoltre mi azzarderei a dire anche che è tutto sommato peggiore, meno rispondente al Bachtin che conosco (non so a Voloshinov!). D’altronde quella spagnola l’ha fatta una donna, per forza è meglio! X-D

        Saluti,
        G.

        PS A pagina 97 si nota un altro dettaglio interessante: parlando delle rarefatte differenziazioni che possono percorrere un piccolo gruppo di conversazione tendenzialmente molto uniforme dal punto di vista sociale, all’autore non sfugge l’importanza separativa del fattore di gender, che rimarca con un brevissimo appunto. Ed è un’opera degli anni ’20.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie Gabriele. Testo illuminante, che funziona sia da monito sia da suggestione, almeno a una prima lettura veloce. Già con poche pagine Bacthin funziona meglio di una seduta pscicoterapica; un farmaco fatto di parole che può aiutare Olga a non diventare pharmakos (non più di quanto già lo sia). Un rischio reale, almeno in questa fase, che non avrebbe alcun “senso”. Appena comprato il testo in italiano e in versione cartacea. Servirà per meditare.

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      • paolam ha detto:

        Se smetti solo tu il risultato sarebbe che cesserebbe la tua collaborazione gratuita in quel giornale: devi valutare se la cosa ti dispiacerebbe di più, oppure di meno, rispetto all’essere sfruttata con prospettive alquanto vaghe di essere assunta prima o poi, e con prospettive certe di continuare ad essere oggetto di molestie.
        Prima di prendere una decisione cercherei di sapere se esistono altre persone come te, sfruttate e non contente di esserlo: nel caso esistessero, perché non approntare una strategia comune? Magari non riuscirete a raggiungere il vostro comune obiettivo, ma almeno ci avrete provato.

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      • gabriele ha detto:

        Accidenti, questo mi suggerisce che tu sia ancora imprigionata con uno schermo muto… Comprarsi subito il libro?! Ma non è tutto così bello come le sue pagine più ispirate! Ad esempio io le prime cinquanta quasi le salterei in blocco 😛
        I libri vivono – come ciascuno di noi in fondo – nella Storia che gli tocca, e come noi sono spesso obbligati a preamboli uggiosi e giri a vuoto.
        Eppure anche in un libro sofferto sbucano capitoli luminosi.

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      • gabriele ha detto:

        Trovo molto stimolante il suggerimento di Paola sul cercare di socializzare la situazione critica.
        Da quel che ho letto in questo diario non sarà facile, sia per il contesto concreto, cioè per le specifiche persone che circondano Olga e per l’atmosfera che lì si vive, sia perché più in generale le strutture del precariato tendono a disgregare il potenziale per aggregarsi in movimento. Per citare solo un paio di ovvietà, è difficile contrastare l’elemento competitivo, e soprattutto l’estrema variegatezza di condizioni create tra individui che spesso condividono solo la posizione gerarchica, ma non le condizioni della stessa.

        Sul discorso della scelta, detto che Olga deve certamente fare quel tipo di valutazioni, vorrei però sottolineare un dato, cioè la dinamica dentro/fuori: se sei “dentro” è anche poi più facile avere prospettive di cambiare, se sei “fuori” infilare un alluce in uno spiraglio della porta, di qualsiasi porta, è un’impresa titanica.

        Nonostante lo stato attuale del mercato del lavoro (e in special modo le logiche ivi vigenti) siano alla conoscenza di tutti, nel cervello di chi seleziona si aggirano pigramente le vecchie domande di sempre, benché oramai inattuali e insensate: “sì, va bene, bel curriculum, ma se è a spasso da ics anni un motivo ci sarà, no?”. Oppure: “finora era disoccupata, d’accordo, ma una collaborazione non pagata se fosse una ragazza volenterosa l’avrebbe anche trovata, perché ha preferito stare ferma?”. Quindi essere “fermi”, essere “fuori” è già di per sé un dato negativo e penalizzante. Presentarsi invece a un colloquio dicendo: “ORA STO facendo questo e quello” è comunque un vantaggio.

        Con gli eserciti di persone disponibili a lavorare gratis, pensate che sia facile trovare un piccolo spazio di questo tipo? Altro discorso se mi si dice che Olga dovrebbe lasciar perdere il mondo del giornalismo, in quel senso allora sì che questa esperienza si riduce a mera perdita di tempo.

        Saluti,
        G.

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  5. diariodelporcoallavoro ha detto:

    Sì credo anch’io che il tuo commento Paola sia stimolante. Mi piacerebbe sapere se ci sono esperienze che mi sia indicare come esempio di “resistenza” oppure storie di persone che conosci da condividere per riuscire a trovare, se fosse possibile, una strategia.

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  6. Pietro Rondo Spaudo ha detto:

    Io sono uno di quelli, l’ho già scritto, col culo al caldo anche se in un’altra categoria dove i precari abbondano (gli insegnanti). Da quando sono andato in pensione mi sono guardato bene, anche potendolo, di fare qualsiasi cosa che petesse sia pure alla lontana togliere lavoro ad altri.
    Tuttavia mi sento in colpa perchè quando lavoravo non ho mai fatto nulla per i miei colleghi precari.
    Ripeto che senza la loro solidarietà difficilmente otterrete qualcosa.

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  7. Mimmo Gerratana ha detto:

    Precari, contratti a termine, ne abbiamo tanti anche noi, qui a Palermo, e da diversi anni ormai. Io in redazione non conto nulla, sono solo un redattore ordinario, ancorché piuttosto anziano, ma mi pregio di godere se non altro dei rispetto dei colleghi a termine, tutti, di cui rispetto totalmente il lavoro e la fatica. Altro non posso dire, se non che a livello sindacale mi sono sempre battuto, pagando di persona in termini di scontri con la direzione e con lo stesso sindacato territoriale, di carriera e di salute, contro la precarietà del lavoro in redazione. Bisogna essere sempre in guerra, è vero, stare sul chi vive, non accettare compromessi. Mi rendo conto che per me, garantito, è più facile. Ma si deve fare a ogni livello. Anche rischiando, certo. Ne va della dignità di ognuno. Di ognuno, ripeto, fissi e precari. Un cordiale saluto da Palermo.

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  8. Giò ha detto:

    Ciao Olga,

    mi permetto di darti del tu, scusa l’eccessiva confidenza. Io ho 27 anni,
    avevo nel cassetto il sogno di diventare giornalista, a differenza dei figli di papà ho anche studiato per farlo, ma non tanto per il gusto di avere appeso sul muro il quadretto con “l’attestato di laurea”, ma per essere all’altezza di quello che credevo un mondo competente..Credevo! Ancora, dopo anni in
    questo mondo (anni di speranze, di promesse e schifezze vissute in prima persona), dopo averne annusato dall’interno l’odore e il sapore sgradevole
    di amicizie interessate, ipocrisie, convenienze e buffonerie, resto con questo
    sogno. E so che sbaglio, non perché credo di non esserne capace, ma perché il
    mio carattere mi impone di non avere padri e padrini per fare strada. E per
    strada, tutti intendiamo, essere pagati più o meno decentemente!

    Per questa famosa mancanza di padrini, mi hanno fatto fuori in tutti i posti
    in cui, onestamente e senza letterine di raccomandazione, ero entrato.

    La mia domanda a te è questa: ma vale la pena crederci???

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  9. Mommy Shark ha detto:

    Ciao Olga. Ho letto del tuo blog nella 27esima ora sul corriere e me lo sono letta tutta d’un fiato.
    Non so se sei for real, ma se davvero lo sei magari sarebbe ora di cambiare approcio non trovi? Anche io ho avuto un sacco di discrimanzioni sul lavoro perchè sono una donna, perchè carina, bionda, occhi azzurri e agli occhi di molti non sarei stat in grado di importi in un ambiente al 99% maschile. Morale, mi sono incazzata, non è servito a niente, mi sono indignata, men che meno, ho provato a farli ragionare e a farli capire che avevo tutte le carte in regola er poter fare quel lavoro. Peggio che andar di notte. Alla fine sai cosa ho fatto? Ho cambiato mestiere. E l’ho cambiato un paio di volte. E ho cambiato anche paese un paio di volte. Non si tratta di scendere a compromessi, è una parola che detesto, ma ho riorganizzato i miei orizzonti. E ho scoperto che ci sono mille altri mestieri che posso fare tranquillamente e che mi appagheranno appieno, almeno fino a quando ho ancora qualcosa da imparare.
    Tu ti offendi per commenti destroidi e fascisti, ma Olga, sai quanti ce ne sono? Mia nonna in primis, detesta i comunisti, dice ancora che mangiano i bambini e che Mussolini era un vero uomo. E allora??? Se ti appigli pure a queste piccolezze (e non sono ne di destra ne di sinistra) sei alla frutta.
    Adesso tu nel tuo blog racconti molto di quello che devi subire, del non fare nulla, ma perchè non continui a scrivere articoli? Anche se non te li pubblicano, chissenefrega, sii proattiva, tieni la mente allenata, documentati, non restartene inerte a leggere le stesse informazioni su tutte e pagine online che trovi. Conosci una lingua straniera? Usala, scrivi pezzi inviali ai giornali stranieri, fai rumore, fatti sentire e fatti vedere. Ma non per le tue lamentele, quelle non portano da nessuna parte, ma con i fatti, che sei davvero una giornalista e che sei in grado di fare il tuo lavoro bene. Manda mail alle altre redazioni, manda articoli ad altre redazioni, falli leggere a tutti quelli che hanno voglia di leggere e non ti scoraggiare dopo il decimo no. Nemmeno al centesimo o millesimo. Piu ti sbattono le porte in faccia tu bussa più forte a quela porta. Sii cagacazzi.
    Poi ho ancora un dubbio in merito alla tua veridicità di blogger. Parli tanto male del matrimonio, di doverti sottomettere ed essere madre ed ancella e donna delle pulizie per il tuo marito immaginario. Ma se il tuo fidanzato è precario anche lui, cosa credi che sposandoti ti mantenga? Oppure lo molli per trovartene uno ricco che ti manterrà? Troppo clichè. Sei troppo sottomessa. Ti autocommiseri troppo. Conitnui a dire che non hai scelta, ma non è vero. Ne hai quante ne vuoi di scelte se ti sai giocare le cose bene.

    No non mi convinci per niente Olga, sei troppo perbene e puritana, mi ricordi un po quella rintronata di Anastasia in 50 sfumature di demenza.
    Il resto del commento lo finisco in un altro momento, ma Olga non mi convincia a pieno.
    E adesso mi aspetta una riunione di produzione.

    Ciao e get real laddy.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Mommy, come Benedetta Argentieri ha specificato nel suo bell’articolo il blog è al presente ma racconta episodi passati. C’è uno scarto temporale. Tutto quello che dici lo sto facendo, grazie del consiglio. Il blog è il racconto di quello che ho passato per 2 anni e mezzo, prima di impuntarmi e battere i piedi e andarmene. Durante quel periodo non sono stata capace di re-agire. E’ una colpa? Dipende dai punti di vista. Se hai viaggiato il mondo, sai bene che su questi argomenti c’è un’ampia letteratura. Se sai l’inglese, se vuoi ti consiglio qualche titolo.

      Io sono vera. E proprio per questo non ho paura di mostrare quello che ho vissuto e l’ingenuità che ho avuto nell’affrontare la violenza sul lavoro.

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  10. mamey ha detto:

    Cambia mestiere o trovati un “protettore” molto potente. Il giornalista professionista lavora solo se raccomandato. E oggi con il nuovo contratto lavora molto, è pagato meno ed è soggetto a censura: se non scrive quello che vuole l’editore attraverso i capi, capetti e direttori viene trasferito. Non vale la pena. Indispensabile per la democrazia ma troppo difficile avere garazie economiche e intellettuali. Io ho lavorato 30 anni in un giornale romano, tra animali che parlavan ocome scaricatori, colleghi seperi e calunniatori, un burino che non sapeva neanche parlare in italiano e parlava delle donne come se tutte fossero prostitute e i capi lasciavano fare…uno schifo. Poi con la legge 416, la Cavaliere del lavoro, proprietaria del giornale, per comprarsi una borsetta di Hermas in più ha cacciato via chi avesse 58 anni per predersi gratis i precari. Valeva la pena sprecare una vita? Io credo di no…

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Caro Mamey capisco la tua delusione. E’ la stessa che ho provato io durante io due anni e mezzo della violenza e che provo ora che lavoro come freelance. Non vale la pena sprecare una vita, sono d’accordo. E’ che mentre si vivono certe situazioni non si riconoscono e non si riescono nemmeno a nominare.

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  11. Aurelio ha detto:

    Io ho una laurea umanistica. Ho sempre avuto la stoffa del ricercatore, il mio sogno era quello di sviluppare un progetto riguardante un’improbabile autore greco. Per questa ragione, a mio tempo, partecipai al bando per un dottorato ma mi esclusero perché c’era già Il Predestinato. Dunque, il sogno si infranse e tornai – per fortuna! – alla realtà. Dopo 10 anni di stenti in lavori incredibili, mi sono laureato in economia e ho completato gli studi a 36 anni passati con un Master in Business Administration finanziato dalla vendita di un appartamento lasciatomi in eredità da una mia “vecchia zia ricca” come direbbe Fantozzi di Filini. Oggi ho un’azienda con 30 amici (non li chiamerei mai dipendenti), tutti abili professionisti. Ho già perso qualche amico per non essermi preso con me la loro sorella, il vicino di casa, il figlio, ma non me ne frega niente: la lealtà e il merito non hanno prezzo. A volte credere in un unico sogno è una scusa buona solo per non farne altri, ricordatelo.

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  12. Luca ha detto:

    Dare la colpa agli altri si chiama vittimismo.
    Se ti ritrovi in un sistema che non ti piace ed è ingiusto, piangerti addosso è la cosa peggiore che puoi fare.
    Sul lavoro esistono raccomandazioni, porci, stronzi e arrivisti ma l’unico modo per cambiare le cose è darsi una svegliata.
    Che il sistema presenti delle grosse ingiustizie lo capisce chiunque, ma solo chi è valido riesce a non farsi sottomettere e a cambiarlo in meglio.
    Probabilmente tutto quello che ti è capitato è solo frutto del tuo atteggiamento nei confronti della vita e delle persone: sei rimasta anni a lavorare gratis, hai buttato via settemila euro per un master e permetti che un porco ti tratti male.
    Chi deve cambiare? Te o il mondo intero?
    Lu

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    • gabriele ha detto:

      @ Luca

      Già la frase “solo chi è valido riesce a non farsi sottomettere e a cambiarlo in meglio” non mi convince molto. Ma lasciamola lì.

      Se poi da questo si salta surretiziamente ad altre conclusioni implicite, del tipo “chiunque sia valido, riesce a non farsi sottomettere e cambiare le cose in meglio” (con cui si sposerebbe quel “probabilmente” altrimenti inspiegabile), allora siamo ancor più fuori strada.
      Basterebbe aprire un libro di storia, o anche guardarsi in giro, per… “darsi una svegliata”, e capire che questa logica non sta né in cielo né in terra.

      Ma il meglio è la conclusione: perché suggerire di adeguarsi a questo “mondo intero” è proprio la più misera forma di sottomissione che abbia mai sentito.
      Dare la colpa alle vittime, dando per scontato che essere vittima equivalga a “vittimismo”, è un altro sintomo di atteggiamento intimamente servile verso chi è seduto sui piccoli e grandi troni del potere.

      Suggerimenti concreti, no? Così si potrebbe verificare se siano idee fattibili, e magari “cambierebbero in meglio” la situazione. Altrimenti sono solo chiacchere.
      Sinceramente se vivessi sotto una ditattura fascista, o in un regime di apartheid, o magari… in un sistema sperequativo, o in una società sessista, giusto per fare esempi a caso, penserei che deve cambiare il mondo, non certo che devo cambiare io!

      Saluti,
      G:

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      • Luca ha detto:

        Sarà, ma io ritengo che sia ben più surrettizio (con due t) il tuo paragonare il caso in esame con gli esempi dell’apartheid e della dittatura fascista. Anzi, credo che questo paragone sia un insulto a chi di apartheid e fascismo ha patito sul serio.
        Preciso inoltre che io non intendo dare colpa alle vittime, bensì al vittimismo vero e proprio del quale pecca sicuramente Olga.

        Le raccomandazioni ed i raccomandati veri esistono, ma esistono anche persone che anziché lamentarsi di questo, sgomitano e combattono tanto da riuscire a raggiungere le posizioni che vogliono (di questo si parla: di raggiungere posizioni e quindi prevaricare, guadagnare più di altri, avere più potere. Su questo concetto potremmo discutere 6 settimane).
        Vero è che trovare un buon lavoro senza “agganci” è complicato, ma se il sistema funziona così allo stato attuale, uno può scegliere se districarsi (adeguarsi ha un’accezione non positiva) o combattere per cambiarlo. Quello che Olga fa su questo blog è lamentarsi.

        Se Olga fosse una ragazza veramente forte e valida come crede di essere, ad un porco di capo non permetterebbe neanche lontanamente di avere atteggiamenti come quello descritto nel post del 16 ottobre:

        “…direttore che si dirige verso di me, con un sorriso soddisfatto. Stasera vieni a cena per farmi compagnia, dice, accarezzandomi il fianco destro…”

        Invece di rispondere come una donna tutta d’un pezzo, Olga risponde con una frase degna di una ragazzina di 16 anni:

        “…Cerco di gestire la situazione. Dico: ma da soli ci annoiamo, invitiamo anche gli altri…”.

        I nodi vengono al pettine, sempre e comunque. Se ti dai da fare, vali e sei in grado di avere rapporti con le persone, non avrai mai da lamentarti di nulla.
        Se viceversa hai da lamentarti con il mondo che ti circonda (ce n’ha per chiunque Olga a quanto leggo), non otterrai che infelicità.
        E magari un giorno potrai essere un capo ancora più acido e stronzo di quello che stai avendo, ad ogni modo e il sistema e la società tutta non avranno giovato del tuo vittimismo.
        Lu

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      • gabriele ha detto:

        Noto che da Luca ancora non ci sono suggerimenti concreti costruttivi, a meno di non considerare tali “sgomitare, combattere, districarsi”. Queste sono metafore che la dicono lunga sull’orizzonte di chi le proferisce, ma non dicono nulla di fattuale.

        Io ho l’impressione che Olga più che lamentarsi, “racconti”. Attività di per sé nobile, produttiva e utile come poche altre.

        Ma in italiano la differenza è labile, perché, stante che Olga non sta “emettendo gemiti o lamenti”, dobbiamo supporre che tu voglia dire che “esprime disappunto, protesta”, ovvero “manifesta malcontento, risentimento, disapprovazione (spesso con specificazione della causa)”.
        E dunque anche se fosse che Olga “si lamenta”, dov’è il problema? Io anzi direi che – facendolo oltretutto in questo modo, cioè rendendo altri partecipi del suo caso – sta contribuendo a cambiare le cose ben più e ben meglio che non “districandosi”.
        Smuovere le acque inducendo decine di migliaia di persone ad aprire gli occhi su una realtà, magari non a farsene interrogare, magari non a capirla, è un’azione sul reale ben maggiore di quella di chi come il buon Candido cura il suo orticello e non si lamenta mai di niente.

        Questa gran abilità di “districarsi” non si capisce dove stia se poi l’unica indicazione che assomigli a un consiglio concreto (peraltro rivolta al passato, che ormai non si cambia) è “rispondere come una donna tutta d’un pezzo”… e quindi presumibilmente farsi liquidare in quattro e quattr’otto!
        Se l’idea è “districarsi” dal mondo del giornalismo per finire a “sgomitare” in qualche altro bel lavoretto precario, magari ancor più squalificato (e, statistiche alla mano, con una buona probabilità di trovare anche lì molestie), la strada è senz’altro quella buona.

        Gli esempi dell’apartheid o del fascismo non sono paragoni con la storia di Olga bensì risposte alla visione del tutto supina di chi, osservando il mondo attorno a sé, ritiene di dover cambiare piuttosto se stesso, per una semplice questione di… massa? Omologazione? Inerzia?
        Ma il mio messaggio benché enfatico non era abbastanza chiaro, visto che passiamo addirittura all’equazione “lamentarsi del mondo” = “infelicità”.

        Magari invece esprimere le emozioni che legittimamente si provano, e protestare contro quel che si disapprova, è il modo migliore per evitare l’infelicità vera, quella degli “infelici” nel senso di “mediocri”, come i versi di un cattivo poeta.
        Se ti dai da fare, vali, hai rapporti (aggiungerei “di qualità”) con le persone, e… non ti lamenti mai di nulla, nella migliore delle ipotesi sei un servo sciocco. Perché direi che nel mondo in cui viviamo, di motivi per esternare disappunto ce ne sono parecchi.

        Saluti,
        G.

        PS “Vittimismo” si scrive con due “t”, ma dovrebbe impiegarsi quando chi “si considera” trascurato o maltrattato lo è “spesso senza motivo”. A Olga, invece, spesso i motivi non mancano.
        E mentre un refuso resta un refuso, adottare una parola fuori dal suo ambito d’uso non è un inciampo di tastiera, ma è proprio di chi “parla male, pensa male… vive male”.

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  13. porcaro ha detto:

    Tutte ca..ate! Se sei veramente competente, i porci li mandi aff…. seduta stante e te ne vai. Il precariato, la disperazione, ecc, sono tutte scuse di chi in realtà non solo accetta ma disputa con le altre le attenzioni del “porco” (che magari é davvero porco, ma allora non é l’unico a meritare un epiteto)

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    • gabriele ha detto:

      Sì, questa potrebbe essere la conferma definitiva che abbiam qui il porco, nelle vesti di porcaro: chi se non solo lui medesimo potrebbe vedersi protagonista di una specie di sogno erotico (ma di serie B) in cui tanto tutte “le altre” quanto perfino Olga si… disputano 😀 le sue attenzioni!

      Certo il precariato è una scusa, un po’ come la disoccupazione da record degli ultimi vent’anni o la disoccupazione giovanile a livelli spagnoli. Invenzioni dei giornali, che sono appunti zeppi di precari(e) che propalano queste scuse mentre… “in realtà”… non vedono l’ora di sollazzarsi con il porco.

      No, ma è chiaro, quelli che restano disoccupati sono persone non competenti, invece i geni che infestano televisioni e giornali, i vari Minzolini, Sallusti, Ostellino, Ferrara, Paragone, Belpietro, quelli sì che sono la crema della crema.

      O quelli che scrivono (apro a caso i quotidiani di oggi) “L’angelo (affamato) di Victoria’s Secret”, “Rod Stewart piange per la vittoria del suo Celtic”, “Obama vince, il web lo prende in giro”, “Manovra pericolosa, porterà cartello con scritto ‘idiota’. Una donna sanzionata in Ohio per aver messo in pericolo scuolabus”, “Lady Gaga in mutande a Rio”, “Maria ammette: neanche a me piacciono i tronisti”, “Da Morgan ai politici, il fascino sospetto dei capelli tinti”, “Celtic batte Barca, Rod Stewart piange di gioia” (notizia bissata, era proprio quella del giorno evidentemente!), o la mia preferita linguisticamente: “Bellucci-Cassel, star smandruppate”.
      Tutto questo – e mi fermo – da un prestigioso quotidiano italiano.
      Poi ce n’è pure un altro, di prestigioso quotidiano, con “Si spoglia in aula per i diritti dei nudisti (video)”, “L’ultima sfida di Lapo, la sedia a rotelle hi-tech”, “La lettera della bimba per Obama con due papà”, “Seduce la moglie dell’amico. Gambizzato rifiuta il risarcimento”, “David, un Natale in boxer: nuova campagna di Beckham”… si nota che questo secondo giornale è più sociale e più improntato alla parità dei sessi, no? Bene così.

      Sia chiaro: magari questi pezzi li ha scritti un precario, e finanche gratis, o su ordinazione del caporedattore, o quel che sia. E sia anche chiaro che ad esempio il pezzo su questo blog – come diversi altri – era invece ben fatto, non facciamo generalizzazioni qualunquiste.

      Detto questo, aggiungerei che chiaramente “Tutte c…ate!” era l’abstract dell’intervento del porc(ar)o più che l’incipit.

      Saluti,
      G.

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  14. Eliana ha detto:

    Cavoli, ma a leggere i commenti… è veramente terribile! La gente proprio non si capacita. Gli dici come stanno le cose, gli tiri fuori i fatti, i numeri, le statistiche, le indagini… ma poi basta avere gli occhi in faccia! E vanno avanti a dire che la colpa è della vittima! Di lei che non sa districarsi, di lei che va troppo scollacciata, di lei che forse magari alla fine non era poi tanto brava, di lei che fa la vittima, di lei che se l’è cercata, di lei che in fondo in fondo le piaceva, di lei che se era incinta è perché non era un vero stupro (Todd Akin dixit)… ma quanto siamo ottusi??? Ma è tremendo tremendo tremendo… Sono basita. E poi c’è addirittura chi si permette di dire che hai fatto male a investire tempo e soldi nella tua formazione, ma c’è della sfacciataggine!

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  15. Anonimo ha detto:

    Buonasera Olga,

    ho scoperto e letto oggi il tuo blog, segnalatomi da un amico che pare ti abbia trovata attraverso il sito del corsera.

    Ti rubo solo pochi attimi per dirti che sei molto brava a narrare queste tue (amare) vicende, e che – da appassionato lettore – posso permettermi di dire che sembri avere parecchio talento con la penna.

    Ora una considerazione in merito a quel che dici: ci sono rimasto male. Sono un uomo di 37 anni, e attratto (come gran parte dei maschi) dalle “femmine”. Giovani o meno giovani, appariscenti o compite, formose o minute. E ammetto anche che, senza assolutamente discostarmi dalla buona educazione, difficilmente resisto alla tentazione di girarmi a riguardare una bella ragazza che passa per strada, o dall’augurarmi che una nuova cliente possa essere messa nell’elenco delle pratiche che devo seguire (lavoro in uno studio di commercialisti e avvocati del lavoro). Percio’ sono ben consapevole di quello che passa nella testa degli uomini.
    Ma questo non giustifica in nessun modo quello che racconti succeda nella tua redazione (e in altri mille posti di lavoro). Sicuramente parte del mio sbigottimento e della mia amarezza sono figli della mia ingenuita’, perche’ sicuramente vivo (un po’ troppo) in un mondo tutto mio dove queste cose, visto che non dovrebbero succedere, semplicemente non succedono. Dove, a prescindere dall’elemento estetico e sensuale di un collaboratore, sia di genere maschile che femminile, quello che conta e’ la competenza nel proprio lavoro.
    Ma cosi’ non e’, evidentemente.
    Sicuramente il tuo blog non e’ il primo caso, e neanche il piu’ emblematico, di questa disparita’ di prassi quotidiana nel mondo del lavoro, tra uomini e donne. Ma evidentemente, forse proprio a causa del tuo talento nello scrivere, il tuo racconto ha toccato un qualche mio nervo scorperto, e percio’ mi ritrovo a scriverti.
    E il mio suggerimento e’ quello di tenere duro, e di farlo per i tuoi principi: se ne andassero a quel paese tutti i caporedattori-maiali, i professori universitari-maiali (quello di mia moglie, 10 anni fa, le propose in modo non troppo velato una rapida progressione accademica in cambio di comportamenti gentili…mia moglie, fortunata, ha scampato il pericolo fuggendo negli stati uniti a prendersi un master), ecc. ecc.
    Quello che voglio dire e’ che, banalizzando la tua vicenda specifica, il tuo caporedattore-porco punta solo e soltanto a quella cosa: sesso. In tutte le sue forme: da quello consumato a letto, a quello rapido e peccaminoso in uno stanzino della redazione, al semplice gioco delle parti che si crea (si e’ creato) nei posti di lavoro, dove ogni frase, ogni comportamento, diventa un nuovo punto di vista per puntare sempre e soltanto a quello. Sesso.
    Percio’ non dar retta a chi ti dice che si tratta di comportamenti leggeri che non devi mal interpretare. E neanche devi dar retta a chi ti dice che devi saper cogliere le tue occasioni, anche a costo di fare cose che (almeno ora) non vorresti fare.

    Ma voglio concludere con un altro consiglio: non farti condizionare da tutto cio’. Non esistono solo maschi bastardi, ne esistono anche di onesti, che – senza smettere di trovare bellezza nelle donne che incontrano nella loro vita – sanno distinguere chiaramente il concetto di persona dal concetto di “me-la-voglio-fare-e-basta”. Senza false modestie, io sono uno di quelli. E so che ce ne sono tanti altri in giro, anzi sicuramente uno di questi e’ il tuo ragazzo.

    TL;DR: il tuo capo e’ uno stronzo bastardo, e non farti fregare perche’ l’unica cosa che vuole e’ proprio quello. Ma allo stesso tempo, ti prego fallo perlomeno per il tuo ragazzo, non perdere il gusto di fare un sorriso, di dedicarti alla tua bellezza e a essere semplicemente donna. Il mondo intero, e perdona l’enfasi, ci rimetterebbe. E sarebbe imperdonabile se tutto cio’ fosse dovuto solo al rivolo “verdognolo” del tuo capo redattore.

    p.s. mi sono permesso di darle del tu, in questa mia email, semplicemente perche’ la ns. conoscenza e’ basata su questo medium fumoso e impersonale. Non e’ mia intenzione essere irrispettoso.

    Con tutti i miei auguri per una carriera professionale piena di soddisfazioni.

    Saluti,

    A.

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  16. Luca ha detto:

    @ Gabriele:
    Per cambiare il mondo che ci circonda, occorre cambiare se stessi innanzitutto, dare a colpa a se stessi è sempre utile.
    Pensare che è il mondo attorno a noi a dover cambiare è per definizione atteggiamento vittimista.
    Premettendo che mi offendo per ben altro, non trovo inoltre motivo per cui dovresti fare apprezzamenti sul mio futuro (“Queste sono metafore che la dicono lunga sull’orizzonte di chi le proferisce”)
    e sul mio vivere (“ma è proprio di chi “parla male, pensa male… vive male”).
    Siccome stiamo discutendo su un blog, dovresti limitarti a rispondere alle mie argomentazioni. Per quanto ne sai i miei orizzonti possono essere i più disagiati o i più rosei e il mio vivere può essere il più triste o il più infelice che possa esistere.
    Per quanto ne so io, per gli apprezzamenti che ti sei permesso di scrivere, ti sei rivelato un ineducato.

    Io mi sono permesso di criticare gli scritti di Olga perché sono, per la maggior parte, un lamentarsi (sì, lamentarsi inteso come disperarsi, lagnarsi; sono buono anch’io ad usare il dizionario dei sinonimi e contrari) di ciò che le è accaduto. I suoi scritti risultano lamentosi e intrisi di pessimismo, a conti fatti poco costruttivi. Ben diverso è un testo che ha come scopo la denuncia e l’indignazione verso determinati fatti.
    Tutti sono capaci di vedere il male, a maggior ragione se accade a se stessi; pochi sono in grado di trarre insegnamento dalle difficoltà della vita e di reagire alle stesse.

    Lu

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Certo che questa ansia di sparare giudizi è abbastanza faticosa da reggere. Ma con che coraggio vieni a dire che questo blog non è costruttivo? Le hai lette le email delle donne che mi scrivono dicendomi “per fortuna che ho letto la tua vicenda. Ora so di non essere la sola”? E’ giusto che si sappia che accadono queste cose. Non è vero che quando il male accade si è capaci di vederlo. Io mentre mi accadeva tutto quello che racconto non capivo esattamente la situazione. E’ triste e senza speranza questo blog? E’ lamentoso? Quanto mi dispiace non poterti divertire. Se vuoi la prossima volta apro un blog di barzellette o edificanti storie di self made man come te che ce l’hanno fatta.

      Mi piace

      • gabriele ha detto:

        @Olga,

        Guarda, siccome questo Luca scriveva in modo apparentemente ordinato, aveva ingannato anche me. Invece è un troll, ergo vige la massima “don’t feed the troll”.
        Mi smentisco subito e lo faccio ancora una volta, ma sarà l’ultima. Anche se in realtà non rispondo a lui, ma a te o a chi legge.
        Lo faccio in realtà perché mi sembra divertente e profittevole fare un po’ di etologia del troll, può essere utile ad altri lettori che frequentino forum o blog: il troll evolve, è camaleontico, importante quindi condividere informazioni per riconoscerlo.

        Si capisce la sua natura trollesca dal fatto che non argomenta, non propone mai nulla di concreto. Hai visto tu un consiglio utile che sia uno, di senso pratico? Macché, solo massime vacue degne di un incrocio tra Anthony De Mello e Rocky Balboa. Dice di trarre insegnamento, ma non si capisce in che senso visto che fa solo affermazioni autocontraddittorie.

        Se risponde qualcosa, risponde “fischi per fiaschi”. Piccoli sfasamenti di senso, che gli consentono di non discutere ma di deviare per la tangente.

        Vediamo qualche esempio.

        Parla di “dizionario dei sinonimi e dei contrari”, ma palesemente qui non si tratta di usare un dizionario dei sinonimi e dei contrari, bensì un dizionario di italiano, quello con le definizioni (i sinonimi, si sa, non sono mai perfetti).
        Quelle che ho proposto io erano infatti definizioni (compresa quella di “lagnarsi”, che avevo preventivamente inserito!), utili a capire di che cosa si parla. Questo però quando si cerca di parlare come mezzo per comunicare, cioè scambiare contenuti.

        Ma qui spunta il troll. Non gli interessa ascoltare, comunicare, scambiare. Sposta sempre le sue provocazioni, ripetendo assurdità come mantra.
        “Dare la colpa a se stessi è sempre utile”: questa è da terapia, e lo dico in senso stretto, come consiglio amichevole; visto che “colpevolizzare”, sé o altri, è… per definizione… psicologicamente dannoso, altro che utile.
        “Pensare che sia il mondo a dover cambiare è per definizione vittimista”. Diciamolo a quel gran vittimista di Gandhi. O a vittimisti più violenti come Robespierre. O, che so io, per tornare ai “buoni”, Einstein, o Chaplin, o Montessori. Tutta gente che voleva cambiare il mondo, che più o meno l’ha fatto, che si è sempre lamentata del mondo e non di se stessa, perché con sé era in pace, non aveva la coda di paglia che ha questo troll.

        Altri sintomi da troll: apparentemente costui conosce l’italiano, sa che esistono i dizionari, ma fa finta di non capire che “orizzonte” significhi “campo d’azione, ambito di conoscenze”. Ci è o ci fa? Sa usare internet, quindi suppongo anche Google, ma non trova una citazione (che peraltro anche i sassi conoscono), o forse non la riconosce come citazione nonostante le virgolette. Ci è o ci fa?

        Né ci è, né ci fa. Trolleggia!
        Che è appunto una via di mezzo tra esserci (una persona con tratti irrisolti del sé, quindi da aiutare, cosa che tuttavia si può fare solo de visu, dunque non attraverso internet) e farci (comunque è un atteggiamento, il troll entra in un personaggio).

        Fissità compulsiva, incapacità di entrare in empatia, difficoltà a recepire i messaggi più semplici (lemmi di dizionario!), ostilità verso chi esprime le proprie emozioni, ripetitività invece che sviluppo argomentativo. Che ci vuoi fare? Augurargli buona fortuna e qualche incontro che lo aiuti a crescere. Potrebbe anche essere un adolescente o giù di lì.

        Ciao!
        G.

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  17. Cappuccino e Baguette ha detto:

    Qualche breve appunto:

    -Nell’ordine…Sottoscrivo il post. Rifletto. Mi incazzo.
    -Questi sono alcuni dei motivi che mi hanno portato al di fuori dai confini italiani.
    -Stare all’estero aiuta a vedere il nostro mondo, per quello che è. Quello che pensavamo di conoscere, a cui ci hanno abituato. E, se possibile, è peggio.
    -No, all’estero non è tutto migliore. Ma in Italia di migliori, ci sono solo cose che non hanno nulla a che fare con il lavoro.
    -Meglio lamentarsi se l’alternativa è stare zitti o essere messi a tacere. Quante volte in questi anni ho sentito la frase: “Che ti lamenti, sei fortunata!”. E’ vero, lo sono in tante cose, grandi e piccole. Ma non mi sento una privilegiata se devo andarmene dal mio Paese per cercare un po’ di quella dignità sul lavoro che in Italia non esiste più. Anzi, peggio: esiste solo per alcuni.
    -Gli occhi si consumano. C’ho le prove. Dopo anni di lavoro al computer, l’oculista mi ha minacciato.
    -riflettendo sui giornalisti, sono ancora felice di essermi rifiutata d’iscrivermi all’ODG. Anche se gli uffici stampa poi ti snobbano e risulti di serie B. Anche se non hai gli sconti (teneteveli). Continuo a dire che uno si merita di essere chiamato giornalista, semplicemente perché ha delle cose da dire e lo fa bene, tanto da essere pubblicato da un editore. Dovrebbe essere una delle professioni che più si basano sul merito, mentre purtroppo è l’esatto contrario.

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