Di bulbi oculari e smorfie

Un caposervizio si è finalmente accorto che mi sto trasformando in un soprammobile e si offre di darmi un po’ di lavoro. Siediti a questa scrivania, vicino a me, che mi dai una mano con le chiusure, mi dice. E così faccio. Passo gli articoli di due collaboratori, li titolo e poi metto in pagina un comunicato.

A un certo punto mi sento osservata. Sposto lo sguardo dallo schermo e vedo gli occhi del caposervizio perlustrarmi prima le labbra, poi il petto e infine il bassoventre. E il suo viso squagliarsi in un sorriso lascivo. Rispondo con una smorfia. Dopo un’oretta ecco di nuovo che mi fissa. Mi alzo per andare in bagno con un certo imbarazzo, sicura che avrò i suoi bulbi oculari appiccicati al sedere.

Non pensarci Olga, mi dico. Ricordati di quello che ti hanno detto prima Anna e Beatrice: i contratti sono in lavorazione. Dovrebbero arrivare entro una decina di giorni. Poi con i bulbi oculari del caposervizio ci farai una frittata.

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19 pensieri su “Di bulbi oculari e smorfie

  1. Francesca ha detto:

    Che schifo, mamma mia! Io quasi supplicavo la mia collega quando le chiedevo cosa potevo fare e lei, altrettanto supplichevolmente, mi chiedeva “E cosa posso farti fare?” Ricordo anche che il collega che mi addestrava mi aveva detto: “Come hai ottenuto questo lavoro non mi interessa…” Io l’ho ottenuto per merito ma non gli ho detto nulla: non mi dovevo affatto giustificare. Anch’io ho avuto sguardi lascivi, molestie e un tentativo di abuso, pur essendo dipendente a tutti gli effetti ma non ti voglio scoraggiare. Spero che ti assumeranno ma nel frattempo cerca altrove. Se trovi di meglio.

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  2. Anonimo ha detto:

    ma possibile che erano tutti rattusi e malati? ma uno normale ci stava?
    ma non è che tu eri uno schianto (ovviamente questo non vuol dire che era colpa tua) e di conseguenza tutti ti guardavano? che poi finchè uno ti guarda non penso che si possa veramente protestare anche per questo, non è che ora possiamo anche vietare alla gente di guardare, altrimenti si finisce come in sicilia che un fidanzato ti picchia solo perchè hai guardato la sua ragazza.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Io racconto quello che accadeva. Ti assicuro che come questo caposervizio ce ne sono stati altri, nei giornali dove sono stata. Ricordo un episodio, in un quotidiano nazionale dove ho fatto uno stage. C’era una collega che un giorno è arrivata in ritardo perchè aveva appena cambiato casa e aveva avuto dei problemi con la cucina. Arriva in redazione trafelata e il caposervizio la squadra, mentre si toglie il cappotto, le guarda per bene il seno e il sedere (era abbastanza prosperosa) e le dice: perchè sei in ritardo? Eri a casa a scopare la cucina? La prossima volta vengo anch’io a darti una mano a scopare. Mi piace sai.”
      Lei è diventata viola e ha cercato di dirgli qualcosa ma non le è venuto nulla di brillante. E allora lui ha continuato per altri dieci minuti, a ridere e a ripetere: “se ti piace scopare, basta dirlo, cazzo. Io sono pronto”.

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      • anon ha detto:

        agghiacciante… sono via dall’Italia da una ventina d’anni, ho vissuto e lavorato in 3 paesi anglofoni e una cosa del genere non l’ho mai ne’ subita direttamente ne’ osservata succedere ad altre, anzi al contrario ho visto colleghe (extraeuropee) trasformarsi in vere e proprie stalkers nei confronti del collega che un bel giorno si e’ stufato di uscirci insieme. A volte mi chiedo se sia un problema anche generazionale, che queste battute cosi’ ‘spiritose’ (non si capisce per chi poi) e goliardiche, che questa cultura da lumacone bavoso come il famoso ex direttore di un telegiornale (si possono fare nomi qui?) appartengano ad una certa generazione, e che siano il frutto di questi decenni di decadimento culturale tutto italiano fatto passare per liberismo. Mi chiedo, insomma, se in qualche modo si possa tracciare una sorta di ‘profilo/pattern’. Non posso fare altro che sostenere la battaglia che Olga fa su questo blog ed esortarla a cercarsi altre opzioni anche fuori Italia e non necessariamente per strutture italiane.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie Anon per il messaggio e per il sostegno. E grazie anche il consiglio di andarmene all’estero. E’ incredibile – e non è assolutamente una critica a te, ma un’amara constatazione – che i suggerimenti più diffusi sul come uscire da questa situazione siano: cambia lavoro (fai la cameriera) oppure via all’estero. La dicono lunga sullo stato del Paese in cui viviamo.

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      • anon ha detto:

        bisogna chiarire una volta per tutte che gli imbecilli sessisti / machisti esistono ovunque, e perfino sul luogo di lavoro di molti uffici del nord Europa. La differenza e’ il ‘sistema’ o ‘pattern’, ovvero la frequenza di episodi simili che – fra l’altro – trovano generalmente definizione in ‘sexual harassment / discrimination’ e che includono anche il cosiddetto ‘mobbing’ (questa parola inglese non si usa nello stesso modo in cui viene usata in Italia). L’altra grande differenza e’ rappresentata da quei protocolli che un ufficio deve necessariamente avere per investigare il problema (che e’ generalmente gestito dall’ufficio personale/risorse umane) una volta che parte la denuncia in via privata. E’ un po’ come avere il sistema di sicurezza nel caso succeda un incendio, insomma: tutti devono essere messi nelle condizioni di sapere cosa fare. Cosa si fa se una persona si lamenta di un collega o di un responsabile che va oltre (sia con il linguaggio che con i gesti o i fatti)? Ecco la differenza – che questo problema NON viene riconosciuto come tale dall’alto (i managers sono a mio avviso i maggiori responsabili in quanto delegano e dovrebbero sapere quello che succede attorno), che molti, troppi non hanno un ufficio personale a cui rivolgersi. Non so molto su quello che e’ stato fatto dalla Carfagna ma temo che il percorso sia ancora molto arduo. E’ proprio il ‘passaggio’ di questa consapevolezza, la forza di questo messaggio che manca.

        Per quanto riguarda l’idea di andar fuori, sinceramente penso che sia sempre e comunque un modo per migliorare la propria professionalita’ e crescita personale (a prescindere dal porco al lavoro). Francamente l’idea che basti un diploma o laurea e un contratto per essere ‘arrivati’ non mi convince molto.

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  3. Disillusa ha detto:

    Mia sorella mi ha segnalato il tuo blog: “magari ti puo’ interessare”. Leggendoti, ho capito cos’intendeva realmente (“magari ti ci ritrovi”). E devo dire che aveva ragione. Purtroppo. Gli atti lascivi, nel mio caso, sono solo un (amaro) contorno alle illusioni che ho bevuto, che sto bevendo a litri ogni giorno. Queste le ho risolte tornando alla “divisa” dei tempi universitari: jeans e sneakers, via il trucco, occhiali al posto delle lenti a contatto. Mi distinguo dalle schiere di giornaliste che vengono alle conferenze stampa come al rientro da un vernissage, sono una pecora nera, lo so, e a volte la mia autostima sente il contraccolpo. Ma almeno un tale politico ha smesso di chiedere di me, in redazione: l’altro giorno gli sono passata davanti con piumino e stivali di gomma e non mi ha manco riconosciuta. Rinuncio alla mia femminilità? Mai stata stiletto-addicted, ma sì, sul lavoro ci rinuncio.
    In concreto, però, non è cambiato niente. L’elenco di promesse fatte s’allunga, nessuna si risolve in concretezza, mi ritrovo ad una gavetta di 4 anni scoprendo d’essere sostituibile da un giorno con l’altro. Contratto? Che ridere. E so che è anche colpa mia, che mi sono adagiata, che in fondo mi faccio andare bene le cose così.
    Sto arrivando ad odiare questa professione, che è diventata una farsa. Perché bisognerebbe parlare anche di cosa c’è dietro agli articoli, non solo alle persone che li scrivono.
    Fortunatamente ho altre passioni. Ora faccio (misera) cassa con la stampa, sperando che, un giorno, queste possano occupare più di qualche ritaglio nell’arco delle mie giornate.
    Bisogna salvarsi la pelle. Recuperare la dignità.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Alessandra, grazie per il contributo e la testimonianza. Come dici tu, soffocare la propria femminilità non basta. E poi: è davvero giusto?
      Sulla questione della dignità mi piacerebbe saperne di più. Nel senso che questa parola è stata usata molto nei commenti ai post di questo blog e io stessa mi sono interrogata più volte sul se e sul quanto fosse “dignitoso” il mio accettare gli accadimenti senza scapparne. Che cosa vuol dire avere dignità? E’ qualcosa che possiamo permetterci a livello individuale o che dovremmo ritrovare imparando a resistere unite e uniti? Tu dici di esserti adagiata. Cosa intendi? E se ti fossi ribellata, adesso che cosa faresti? Te ne saresti essere dovuta andare all’estero? Perdona i molti interrogativi. Sono gli stessi che faccio a me stessa.

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      • Disillusa ha detto:

        Dignità. Io la intendo come l’imperativo morale che spinge a riconoscere quando si è raggiunta la soglia (personale?), il limite fisiologico di sopportazione oltre il quale si viola la propria integrità (e guardarsi allo specchio al mattino fa più male di un pugno nelle reni).
        Nel tuo blog il discorso si fa molto delicato, perché alla questione del precariato (per il quale questa soglia coincide con lo sfruttamento intellettuale, con l’impoverimento, la becera disillusione) s’intersecano le implicazioni sessuali-sessiste che, nei giochi di potere, sanno ferire anche di più.
        Non credo esista una dignità collettiva, nel senso di “collettivamente condivisibile”, perché per me puo’ essere scorretto e moralmente riprovevole scegliere una scollatura profonda per parlare al capo del sognato aumento, mentre per la mia collega (più navigata?) no. Traslando, per semplicità, la questione fuori dall’ufficio: perché ad un intasatissimo incrocio stradale ci danno strada solo se sorridiamo a 35 denti all’autista di fianco? Dobbiamo farci un esame di coscienza per questo?
        Personalmente, mi sono adagiata nel senso che le cose, già dai tempi dell’università (quanto conta laurearsi in tempo, i 110 e lode?), da noi, non funzionano. Ho quindi preso al volo la prima opportunità, iniziando con 100 euro mensili e arrivando ad aggiungerci uno zero, sapendo che se mi fossi dannata l’anima (cambiato città, chiesto soldi per master & co…), alla fine, l’avrei persa. Perché per noi entrano in gioco altre varianti, dei pesi-piuma tipo famiglia e figli. Uno calibra la bilancia e, volente o nolente, cerca di capire se il gioco vale la candela.
        Un bacio

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  4. Tenente Drogo ha detto:

    …leggo volentieri, il tuo blog, e volentieri, negli uomini che descrivi, non mi ci ritrovo. Perchè sì, è un piacere quello di poter confessare che pur essendo un maschio eterosessuale, vagamente edonistico ed epicureo, e che pur lavorando in un ufficio dove non mancano affatto le colleghe di gradevole aspetto, mi viene naturale non passare mai il segno, stare sempre al mio posto, limitare i complimenti a come bene sta un abito o una nuova acconciatura e riservare esclusivamente alla mia compagna apprezzamenti più intimi. Coraggio, intendo, magari non siamo tanti, magari siamo ben nascosti o semplicemente poco rumorosi, ma noi gentiluomini ancora calpestiamo questo pianeta ed in particolare ancora sediamo dietro scrivanie o appoggiati stiamo a distributori di caffè in luoghi di ristoro aziendali.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie del contributo. Che non tutti gli uomini siano come quelli che descrivo è evidente anche dai molti commenti ai post che ricevo.
      Non credo affatto che tutti gli uomini siano dei porci. E’ una questione di gestione e di distribuzione del potere. E’ una questione di ruoli sociali. E’ una questione di arretratezza culturale e machismo diffuso. Piano piano le cose stanno cambiando anche in Italia. Dovremmo dare tutte e tutti un aiuto concreto per accelerare il processo.

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      • Tenente Drogo ha detto:

        Infatti, infatti. Dovremmo dare un contributo tutti, dovremmo allearci: la denuncia d’un porcoalllavoro dovrebbe pasasre (anche) tramite la testimonianza d’un gentiluomo, così che la solita attenuante del fraintendimento abbia meno vigore. Rinnovo l’apprezzamento.

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  5. bozzello ha detto:

    Adesso non esageriamo, altrimenti si finisce con la sindrome della “Sgarambona” (con quegli occhi da maniago…); d’altra parte noi maschi (o “maschisti”, se preferisci) che dovremmo fare? Alzare gli occhi al soffitto, nel caso del passaggio di una donna prosperosa, come i marines nella camerata, quando entra il sergente? L’importante, credo, sia mantenere un po’ buon gusto e non lanciare occhiate troppo insistenti, ma limitarsi a sguardi veloci e discreti che non possano dispiacere chi li riceve.

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      • Chasing Hygge ha detto:

        Quando ho letto il tuo commento in risposta ad Anonimo – quello della battuta sullo scopare – sono rimasta scioccata!! Devo dire che anche gli uomini del nord europa guardano…ma con discrezione se così si può dire 🙂 il loro sguardo non diventa un ostentato messaggio sessuale da “lumacone bavoso” (mi piace molto l’espressione) specialmente NON sul posto di lavoro! A volte penso che in Italia in cattivo gusto e la mancanza di rispetto – quest’ultimo anche e soprattutto nei dibattiti – siano molto più tollerati che nel resto d’Europa. Quindi mi complimento con te per come sai moderare il dibattito nei commenti di questo blog, è un bell’esempio 🙂

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie Valeria per il commento e per le considerazioni.
        Spero che tu abbia voglia di contribuire anche in futuro raccontandoci come si vive nei Paesi più civili. Raccontaci di questi uomini del nord Europa che tanto fanno sentire a disagio certi esemplari di homo italicus. Non tutti, per fortuna. Anche in Italia ci sono uomini educati e rispettosi ma sono pochi e si discostano dalla temperie dominante fortemente machista.

        A questo proposito ricordo che il dibattito resta “civile” grazie alle molte lettrici e lettori educati e rispettosi, desiderosi di un confronto sincero, e perchè banno i commenti che contengono parolacce, insulti e minacce – purtroppo ne arrivano – e i troll.

        In questo senso il commento di Diego (che usa il nick Bozzello) è davvero al limite dell’educazione.
        Mi spiego meglio: la prima parte del commento rientra in uno scambio di punti di vista. Non dobbiamo essere d’accordo su tutto e il blog esiste anche per un confronto. La seconda parte però interrompe il dialogo. Venirmi a dire, dopo che racconto la sofferenza e i condizionamenti che la situazione del Porco e degli altri colleghi mi ha creato, “cambia invece prospettiva ed impara a farti valere con quelli più grossolani e maleducati” significa non rispettare il mio punto di vista e la natura stessa del blog. Diego evita pure di rispondermi e anche di leggere il blog, in futuro. Sei la dimostrazione che la decostruzione della violenza è un meccanismo che non tutti possono capire.

        Non pubblico invece il commento di Giovanni: sei ridicolo.

        Aggiungo poi che ci sono un paio di troll che mi hanno tormentata nei giorni scorsi. Vi invito a smetterla.

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  6. bozzello ha detto:

    Non concordo con quanto dici. Mi ritengo un uomo di cultura medio alta, laureato con una tesi di tipo storico, con studio delle fonti antiche, ho viaggiato e viaggio nel mondo, ho esperienza di vita, coltivo molteplici interessi, eppure apprezzo i particolari di un’acconciatura femminile, di un vestito, particolari fisici, ecc.. Trovo che non dobbiamo per forza ammirare i comportamenti di altri popoli del nostro continente in una sorta di sudditanza psicologica. I maschi di questo paese avranno i loro pregi ed i molti difetti, ma personalmente non mi cambierei. Difendo solo il principio dell’osservanza di un comportamento “educato”, concetto che nell’accezione comune potrebbe comunque sempre subire un’evoluzione. E poi, non ti illudere, dovunque tu vada i maschi sono tutti uguali. Al massimo, più ipocriti, nei tanto osannati paesi del nord Europa, non si farebbero sgamare. Cambia invece prospettiva ed impara a farti valere con quelli più grossolani e maleducati. Ciao e buona fortuna Diego

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  7. Chasing Hygge ha detto:

    Fai bene a bannare troll e commenti con insulti, minacce e parolacce. Non mi stupisce che te ne arrivino tanti purtroppo…Però come dici tu ci sono anche molti commentatori che vogliono alimentare un dialogo costruttivo, meno male! Quanto ai “tanto osannati” popoli del nord Europa credo che la parità tra i sessi venga insegnata non solo in famiglia ma anche a scuola, fin da bambini. Le bambine giocano a calcio e a hokey quanto i maschi, tanto per fare un esempio. Io alle superiori giocavo a pallavolo mentre i maschi giocavano a calcio, e conosco ragazze italiane che non hanno mai usato un trapano in vita loro…date queste premesse di strada da fare ne abbiamo. Farsi valere, come dice Bozzello, non basta purtroppo – o almeno non è così semplice! Cambiare un’intera società sessista richiede molto lavoro, e non solo da parte delle donne che subiscono abusi.

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