Il diktat

Il direttore chiama. E io rispondo.

Eccomi nel suo ufficio, con le due segretarie affannate a leggere le sue trecento email quotidiane. Internet, per lui, resta un mistero. E’ di un’altra generazione, dice, mentre la bocca gli si contorce in un riso da Joker. Finalmente l’hai avuto il tuo contratto, hai visto, sono un uomo di parola. Non occorreva preoccuparsi tanto. Ma è solo di 2 mesi, rispondo, pensavo sarebbe stato a tempo indeterminato. Ma io non te l’ho mai detto questo, bofonchia toccandosi il triplo mento. Sì che l’hai detto. Avrai capito male, sbraita.

E adesso che vuoi fare? Chiede. Voglio andarmene a lavorare dove mi manderai, dico. In una città grande, magari, visto che è da lì che vengo.

I suoi occhi perlustrano il fondo dei miei cercando la leva da far saltare. Resto ferma, restituisco lo sguardo arrogante da padrone, senza paura. Ma non basta. Il direttore emette il diktat: purtroppo in queste città non c’è possibilità. Devo mandarti in provincia, dove si fa il lavoro più duro, dove tu dovrai dimostrare che vali. Ma come, dico. Lì non ho contatti. E non è giusto. Il direttore ghigna a più non posso. E’ così, dice. Non c’è alternativa. O lì o stracciamo il contratto. Non vorrai fare la schizzinosa. Di questi tempi quello che ti offro è qualcosa di raro e prezioso.

Se fossi meno razionale gli salterei al collo, come un’amazzone furiosa. Se fossi più coraggiosa gli urlerei di ficcarselo dove dico io, il contratto. Invece mi mordo le labbra. Mi strappo le pellicine con i denti. Sento un lieve sapore di sangue.

Devo resistere, penso, e dico: parto il prima possibile. Lui ordina alla segretaria: prenotale l’aereo tra due giorni.

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22 pensieri su “Il diktat

  1. Francesca ha detto:

    Mi ricordi me quando il megadirettore mi convocava nel suo ufficio. Anche se non sei in una grande città, non capisco qual è il problema. Cos’hai contro i paesi? Magari ti succederà come nel film “Benvenuti al sud”: quando dovrai andartene via piangerai perché ti sei affezionata ai tuoi colleghi. Magari lì c’è bisogno di te, prova.

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      • Francesca ha detto:

        Come ti avevo detto per esperienza, le difficoltà erano appena iniziate! Speriamo che ti troverai bene. Io invece sono stata assunta in ruolo nell’ospedale più importante della Sardegna e alcuni colleghi mi facevano pressione affinché mi trasferissi nella mia zona, con la scusa che ero molto più vicina e mi sarei stancata meno. Una collega mi aveva pure dato una domanda di concorso. Non ho fatto né l’uno né l’altro, a parte che non l’avrei superato, conoscendomi. Io voglio cambiare aria! Non devo vivere per tutta la vita nello stesso paese.

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  2. gabriele ha detto:

    Una curiosità: non che nell’immediato cambi molto, ma ti hanno fatto un contratto a termine di due mesi, oppure un contratto che evolverà in tempo indeterminato, ma che preveda un periodo di prova equivalente allo stesso paio di mensilità?
    Se il caso è il primo, vista la prospettiva di una sequela di contratti comparabili, magari con qualche opportuno (opportuno per loro) “buco” tra l’uno e l’altro, o comunque estendibili nella precarietà fino a tutto un triennio, la situazione è di un certo tipo. Brutto tipo, anche se molto comune.
    Se il caso è invece il secondo, scavalcato questo gradino, che sia in provincia o dove altro ti tocchi, entreresti poi nel sistema di tutele giustamente garantiste che prevede(va) il nostro ordinamento in materia di diritto del lavoro.
    Ciao,
    G.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie per i commenti.
      Per la questione del contratto: è a tempo determinato di due mesi. Dicono che lo rinnoveranno perchè questa è la prassi anche con gli altri giornalisti della stessa redazione che ci sono passati. Un patto implicito, insomma. Ma sulla carta sono due mesi.

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  3. gabriele ha detto:

    Tra l’altro a me sembra che quest’ultima vicenda illustri bene una specifica prospettiva sul lavoro che si è andata aggravando con la precarietà, vale a dire l’idea che con la “taylorizzazione” delle professioni intellettuali si possa realizzare senza perdite un trapasso a una specie di fordismo anche in questi mestieri.

    Come a dire: se nel lavoro di produzione materiale di oggetti suddividiamo, in maniera adeguata, le operazioni necessarie a creare un oggetto, possiamo trasformare un processo complesso, che richiede molte abilità, in una somma di gesti semplici, facili da assimilare e che non esigono grandi abilità da parte dell’esecutore. Questo consente di rendere facilmente sostituibile la manodopera, minimizzandone il potere contrattuale, senza incidere eccessivamente sul prodotto finito, anzi talora permettendone perfino la miglioria.

    Il precariato delle professioni prevalentemente intellettuali o sociali, tra cui quello del giornalismo, prevede l’illusione di poter raggiungere quel risultato (fungibilità del lavoratore, uno vale l’altro), curando però solo parzialmente, o addirittura senza curare affatto, la natura del processo produttivo.

    Già sarebbe tutto da vedersi se, per restare nel giornalismo, la produzione di informazione possa assimilarsi a quella di un oggetto materiale: il gioco del telefono senza fili o il gossip ci suggeriscono che la scarsa stabilità di un prodotto immateriale prevedono un aumento del “rumore” o una entropia nei diversi passaggi tali da comportare, probabilmente, più conseguenze negative che positive.
    L’immagine simbolica potrebbe essere quella di un corrispondente sul campo (magari un dilettante o poco più) che raccoglie la notizia, la passa a un service che ne fa una nota venduta alle agenzie, che ne fanno a loro volta un lancio di agenzie raccolto da altri service per creare notizie finite o semilavorate, rigirate poi a giornali di diverso ordine e grado dove si copierà o aggiusterà la notizia per mandarla in pagina. Aggiungendo se possibile foto e titoli inventati o pescati in maniera del tutto indipendente (perché è vero che apporre il titolo è sempre stato lavoro altro che non scrivere il pezzo, ma le figure pur distinte che se ne occupavano condividevano lo stesso ambito di lavoro, talvolta in senso fisico, con una certa dose, magari anche informale, di reciproco confronto e “feedback”).
    Un quadro del genere spiegherebbe bene molti dei pasticci, degli equivoci o dei veri e propri falsi che circolano allegramente nell’informazione italiana (e non solo).

    A questa rappresentazione, iperbolica ma non troppo (magari me lo confermerà Olga, quanto ho esagerato), va accostato, come avevo anticipato, un fenomeno in un certo senso opposto, anche se sinergico, ovvero la trascuratezza, questa sì “anti-fordiana” verso il processo produttivo, per cui ad esempio si disprezza l’importanza di certi passaggi, o in maniera contraria a quanto detto sopra, si accorpano più o meno dichiaratamente certi compiti e ruoli.
    Nel concreto: un altro cammino della notizia potrebbe essere quello della notizia che nasce già “predigerita”, scritta in vista di una pubblicazione che già si sa “tal quale” da parte di uffici stampa in cui lavorano ex giornalisti, futuri giornalisti, o giornalisti disperati con doppio (para)lavoro. Niente di male, se non che in questo caso spesso svaniscono alcune fasi basilari del processo, come la verifica dei dati, la proposta di interrogativi alla fonte che ha sfornato la nota stampa, la ricerca del parere delle controparti.
    No, qui invece che frazionare il processo si va per accorpamento, copiando e incollando e dunque cedendo a una fonte interessata, schierata e parziale (come da parte sua è giusto e inevitabile) tutto il lavoro di produzione dell’informazione.
    In piccolo, corrisponde a questo il fatto che i caporedattori si disinteressino sempre di più della propria funzione effettiva di controllo dei pezzi, dalla grammatica ai fatti, cosicché il giornalista finisce per essere autore e scrutinatore del proprio lavoro; beccandosi anche un ricarico di responsabilità qualora si tratti di un precario, che se sbaglia verrà cacciato. Ma parte dell’errore è ovviamente la mancanza di controllo, che va effettuato imprescindibilmente con la triangolazione di un terzo, non è affatto irrilevante che a rivedere un pezzo sia altra persona, con altre competenze ed altro ruolo…

    E arrivo adesso all’ultimo episodio della storia di Olga.
    Questa “taylorizzazione” a metà, realizzata dove era meno opportuno, e abortita o addirittura rovesciata dove semmai servirebbe, ha come conseguenza generale un equivoco sulle competenze, sempre meno chiare, sempre meno identificabili e percepite.

    A mio parere, alcune delle competenze del giornalista riguardano l’inserimento in una ben concreta realtà, una forma di radicamento che si esplica in moltissimi aspetti del suo lavoro, spesso facendo la differenza tra la qualità e il chiacchericcio scadente.

    Essere aggiornati sui dibattiti in corso in una città, sapere quali sono i problemi reali e qual è il fumo degli uffici stampa, sapere chi sono i poteri reali che agiscono in uno scenario, sapere quali sono gli interessi in gioco in quella realtà, e dunque come interpretare le dichiarazioni di questo e di quello. E poi: avere contatti con le persone, sapere dove raccogliere un dietro le quinte di cui potersi fidare, essere il referente di chi voglia far filtrare un di più rispetto alla facciata cristallizzata delle affermazioni strumentali. E ancora: conoscere un territorio, rendersi conto di dove è successo che cosa, che cosa implica un incidente, una contaminazione, un blocco stradale, un’azienda che chiude. E la storia, che permette di discriminare tra un fatto accidentale e l’ennesimo caso di una serie che configura questioni più ampie. E… così via. La lista sarebbe infinita.
    Si tratta di un bagaglio fondamentale nel lavoro di un giornalista, un bagaglio che certo si costruisce, ma che non è facilmente trasferibile (la fiducia delle persone), che non si mette assieme dall’oggi al domani.
    Però fa parte a pieno titolo delle capacità che rendono un lavoratore di questo settore valido, produttore di valore aggiunto, invece che soltanto un pezzo in più dell’ingranaggio, ma un ingranaggio che gira a vuoto, che ormai riveste solo un ruolo illusorio e rituale, perché non sta producendo differenza rispetto all’eco dei poteri stabiliti.

    Prendendo un giornalista e spedendolo qui piuttosto che là come un pacco postale, ignorando le diverse opzioni che il passato di questa persona permetterebbe di valorizzare, vuol dire infischiarsene della sostanza del mestiere. Vuol dire prendere come presupposto che si punta a un esito finale scadente, e poi magari si darà la colpa al lavoratore (“dimostrare che vali”).

    Buona fortuna a una società che pensa di rinunciare, per partito preso, alla qualità nei processi di produzione dell’informazione, come la nostra ha fatto da tempo.

    Ciao, G.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Ringrazio di cuore Gabriele per i contributi sempre illuminanti. Mi rammarico che la forma del blog, che costringe a una modalità fast-food, faccia sì che molti lettori ignorino i commenti lunghi. Potrebbero essere spezzettati, certo, ma si perderebbero così la complessità del ragionamento e il valore dell’analisi che la “lunghezza” consente. Detto questo, il fatto che vengano saltati a piè pari – come mi ha confessato qualche lettore – è davvero un peccato. Non so trovare una soluzione al problema. Se a qualcuno venisse in mente, sarebbe interessante discuterne.

      Detto questo, condivido in pieno l’analisi fatta e apprezzo in particolare la descrizione delle opportunità che offre il giornalismo “locale”.

      Non condivido invece la questione dei titoli. Purtroppo, proprio a causa dell’atomizzazione del lavoro, spesso non c’è alcun tipo di relazione tra chi scrive e chi titola, se non l’aver concordato l’articolo. Aggiungo anche che, quando c’è relazione, il titolatore, essendo in genere un capo regolarmente assunto, non intende nemmeno discutere del titolo che fa. E capisco anche questo “attaccamento” per il titolo dato che spesso è l’unica cosa che lo tiene impegnato nell’arco della giornata.

      Quando parlo di capo uso volutamente il maschile perchè i capi nei giornali e nei media italiani sono soprattutto uomini. Ecco qualche dato della Federazione nazionale della stampa italiana, che saccheggio da un interessante post di Loredana Lipperini http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2012/03/22/quarto-poteremaschile:

      5: donne direttore di quotidiani (113 gli uomini).
      5: donne vicedirettore di quotidiani (99 gli uomini).
      67: donne redattore-capo nei quotidiani (477 gli uomini).
      65 per cento: donne giornaliste rimaste dentro le aziende editoriali a seguito di stati di crisi. Tra queste, solo il 30 per cento ha un contratto. Tutte le altre sono precarie.

      Fino al 40 per cento: gap di stipendio tra giornalisti uomini e donne.

      Questi sono i numeri delle presenze femminili in Rai:
      33,7 per cento: giornaliste Rai
      4 per cento: donne dirigenti Rai.
      2: donne direttore Rai.
      3: donne vicedirettore Rai (a fronte di 33 uomini).
      63: donne caperedattore Rai (236 gli uomini).

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      • gabriele ha detto:

        Credo che sui titoli ci siamo capiti male, nel senso che diciamo praticamente la stessa cosa!
        (un altro svantaggio dei commenti lunghi).

        La questione dei titoli l’ho citata proprio nel paragrafo dedicato agli effetti nefasti di un eccessivo spezzettamento del processo produttivo (come tu parli di “atomizzazione”), anche se ho voluto comunque sottolineare che già tradizionalmente i titoli li facesse un’altra persona, e l’ho chiarito per non incorrere nell’errore di credere che anche questo fosse un portato dei tempi attuali.
        La differenza rispetto al passato è (come ho scritto) che forse una volta c’era più contatto e condivisione tra chi scriveva il pezzo e chi titolava, almeno da quel che si legge nei resoconti di chi, ad esempio tra i grandi scrittori italiani, avesse lavorato in quotidiani.
        Non a caso la parentesi in cui parlo di “feedback” è appunto riferita a un passato ormai trascorso!
        Ne consegue che la mia critica si basasse proprio su questa differenza negativa in termini di dialogo e collaborazione, all’interno di una pratica che di per sé non è nuova.
        Che più o meno mi pare sia quel che dici tu (se non l’ho capito male a mia volta).

        Sugli interventi lunghi, mi pare che i lettori che ti hanno scritto abbiano già suggerito la soluzione ideale: saltare il pezzo.

        Capirei una richiesta di “non rovinare il blog”, se ad esempio i commenti lunghi si frapponessero in qualche modo inaggirabile, rovinando la fruizione: ma visto che saltarli è molto facile, penso che il problema non sussista.

        Detto molto sinceramente: non ho uno specifico interesse a che mi leggano, quindi non vedo perché se i lettori, giustamente e legittimamente, non hanno voglia di impiegare del tempo imbarcandosi in una lettura lunga, io invece dovrei investire tempo ed energie in operazioni di sintesi, indubbiamente possibilissime, ma – come credo saprai in prima persona come autrice – spesso più faticose che la scrittura, se si vuole mantenere il contenuto di quanto si dice senza incorrere in semplificazioni.

        Abitualmente scrivo di getto, quando ho dei ritagli di tempo: accorciare o redistribuire implicherebbe un ulteriore lavoro redazionale, che non penso proprio di accollarmi.
        Poi secondo me il problema è in primo luogo la lunghezza, che già scoraggia dal cominciare, ma in secondo luogo anche i contenuti concettuali, o diciamo pure concettosi, che senza dubbio non motivano un lettore che si aggirasse qui in cerca di svago, per quanto svago con retrogusto di impegno.
        Indorare la pillola si può, e non è difficile, ma anche questo richiede tempo, e addirittura va in contrasto con l’esigenza della sintesi.
        L’esito finirebbe per essere che io perda tempo nello scrivere commenti in cui un granello di contenuto galleggi tra strati di zucchero. Ma perché mai? That’s Facebook! (o meglio ancora per il lettore… Twitter).
        Ma Facebook e Twitter sono appunto intrattenimento, o quando va bene “link” all’informazione, non sono informazione né men che meno pensiero. Sono il discorso e le relazioni umane trasformati in beni di consumo.

        La libertà di non leggere è uno dei diritti più sacri del lettore, quella di non essere letti direi spetta in pieno a chi scrive, no? Ci mancherebbe solo di consumarsi nello sforzo di poter essere consumati.

        Ciao, G.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Come ho già detto aprezzo molto i tuoi commenti e ti ringrazio. Mi interrogavo soltanto sulla possibilità di conciliare le diverse modalità di fruizione e intervento per non “sprecare” preziose risorse. Nessuno è obbligato a leggere nulla (nemmeno il blog) e nessuno deve sentirsi forzato a scrivere rispettando determinati criteri stilistici. Come ho scritto ieri in privato a un lettore, i commenti (non gli insulti o le trollate) sono molto importanti, formano la trama del blog, tanto quanto il testo che scrivo.

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      • Chasing Hygge ha detto:

        Ho riflettuto sulla questione dei commenti. Gabriele: perchè saltare i commenti sarebbe la soluzione ideale? E’ un peccato che contributi così articolati vadano persi. Il dibattito che si origina nei commenti di questo blog dovrebbe essere tanto importante quanto il contenuto dei post – dal mio punto di vista è interessantissimo seguire le discussioni su un tema di cui purtroppo non si parla abbastanza!
        Se Gabriele non è interessato a essere letto, perchè scrive? Questa è stata la prima domanda che mi son fatta leggendo la sua risposta ad Olga. Credo che G. scriva perchè questo blog lo appassiona e lo stimola, e perchè, sotto sotto, ama essere letto 🙂 Hai mai pensato di aprire un blog tutto tuo, Gabriele? Dalla tua descrizione del modo in cui scrivi – di getto e appassionatamente – deduco che saresti un blogger perfetto! Fammi sapere le tue opinioni al riguardo 🙂 Quanto ai commenti qui…anche io la metà delle volte non ho il tempo di leggere quelli così lunghi, ed è un peccato. So che questo non farà cambiare il modo in cui scrivi commenti ma ho voluto cogliere l’occasione per dirtelo…quello che scrivi è interessante e stimolante e da lettrice viziata lo vorrei meglio articolato (e meglio impaginato) sulla pagina di un blog tutto tuo.

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      • gabriele ha detto:

        Rispondo a Chasing Hygge.

        Come ho detto, non ho purtroppo molto tempo, diciamo pure che ne ho pochissimo; anche se questo può essere controintuitivo per chi veda i miei commenti tanto lunghi.
        In realtà, come per la lettura, ciascuno ha il proprio ritmo, e di fatto li scrivo molto sbrigativamente: non per niente ci sono di tanto in tanto refusi, ripetizioni e così via (qualcuno ha avuto anche di che ridire in merito!).

        Farli più brevi, più ficcanti, più strutturati, più articolati (titoli? Paragrafi?…Capitoli?… Indici?!? :-D) significherebbe investirci ancora più tempo, non parliamo poi di tenere addirittura un blog.
        Ipotesi, quest’ultima, che presenta anche altri problemi: a me piace scrivere su un tema concreto, e che sia in risposta a uno stimolo o in un “ambiente”, seppur virtuale, comunque sempre in un contesto; i blog di mera emanazione dell’ego non mi piacciono. Quello di Olga invece ha un tema portante forte, e su quello si regge molto bene: io non ho nessun tema così pregnante da porre come centro gravitazionale, quindi non ho nemmeno voglia di mettere su un blog.

        Dico che “saltare” è la soluzione ideale perché il contenuto ha un prezzo, in questo caso il tempo: potrei abbassare il “costo” a mio carico, ma non vedo perché. Quindi chi può e vuole “contribuire” pagando con un po’ del proprio tempo come contropartita del mio, leggerà. Chi non può, salterà, senza detrimento per il blog, che è quel che più mi importa in termini etici.
        Illudersi che il contenuto non abbia costi più o meno impliciti è, appunto, un’illusione: la più parte delle persone che si dedicano a investire energie in blog e così via, o investono lì un bene per loro abbondante, oppure ricevono da lì una gratificazione che li compensa.

        A questo proposito, chiudo qui, verso il fondo, con il “sotto sotto”: no, non è per me una questione di piacere, nemmeno minimo, nessun piacere di essere letto (non qui, magari altrove sì, e con più cura della scrittura nel caso), ma piuttosto di dovere; il dovere di dire. Non a caso la maggior parte degli interventi che ho fatto sono sorti come replica nei confronti di qualche uscita altrui. Il mio dovere è mettere a disposizione una visione, un angolo prospettico in più, una voce supplementare.
        Una volta fatto questo, il resto è proselitismo o educazione delle masse. Che è adeguato, pertinente, doveroso, per chi, come Olga, ha una “missione” (laica e nobilissima nella fattispecie), nonché un’esperienza reale e concreta da condividere utilmente. Insensato per me che non ho né l’una né l’altra.

        Chiudo la questione, visto che questo commento ha già preso una piega da blog personale che è invero fuori luogo.

        Saluti,
        G.

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  4. andrea ha detto:

    Non mollare, non mollare mai. Queste storie devono solo renderti più forte. Quello dei giornalisti è un brutto ambiente, un labirinto di precariato strutturale dal quale è difficile uscire e dove girano, per giunta, persone umanamente spregevoli come il tuo direttore: ma ci sono anche dei galantuomini e delle persone serie disposte a darti una opportunità.
    Un giorno sarai tu a scaricare questo direttore, che immagino tipicamente grasso e laido.
    Tieni duro.

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  5. Un collega ha detto:

    Ho letto tutto il blog dal 24 luglio in poi, tutto d’un fiato questa sera. Volevo farti i complimenti, e’ molto ben scritto e si legge come un romanzo. Se posso permettermi un consiglio, non lo mollare, continua a scrivere e a raccontare: il lettore si affeziona al protagonista e vuol sapere come va a finire. Per essere piu’ precisi, io vorrei sapere come va a finire, perche’ e’ una bella storia. Mi ha emozionato.

    Quello dei media è un mondo chiuso, specie nei giornali, dominato da gente mediamente ignorante e cinica, che non crede più a niente e che fa giornali di scarsa qualita’ (tant’e’ che vendono poco). Ma sta per cambiare. Sta gia’ cambiando (aspetta piano Rcs e vedrai). Non ti abbattere e non lasciare che questa gente ti scoraggi: sono gia’ morti, ma non se ne sono ancora accorti. E ti prego, vai avanti con il racconto.

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  6. Anonimo ha detto:

    Ho letto tutto d’un fiato, mi ha ricordato i due anni appena passati nel precariato di una redazione online in una grande città, alle prese con un direttore becero e incapace, un padrone nel senso peggiore, interessato veramente soltanto ai risultati della sua squadra del cuore, un uomo spregevole e crudele messo lì da altri peggio di lui, circondato da somari e serpenti. Ti faccio i miei migliori auguri, io per fortuna non ce l’ho fatta, ho mollato subito dopo aver trovato risposta alla domanda su quanta merda fossi in grado di deglutire prima di soffocare.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      E’ davvero sconfortante rendersi conto di quante persone con spirito critico e dedizione vengano “espulse” dal mondo del giornalismo. Ma in fondo di cosa ci stupiamo? Basta aprire un quotidiano a caso per accorgersi del livello becero in cui è sprofondato questo mestiere.

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