La provincia è una bolla

La provincia è una bolla. L’aria, qui dentro, è finita.

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12 pensieri su “La provincia è una bolla

  1. Francesca ha detto:

    Coraggio Olga, fatti rispettare! Così mi fai vedere come lavora un giornalista. Anch’io sono considerata una raccomandata, se ti può consolare. Non mi hanno detto tutte le cose che hanno detto a te ma funziona così. Sicuramente non è vero che aspettavano altri al posto tuo.Dove lavoro io la maggioranza entra così. La nerista mi sembra brava, rivolgiti a lei quando hai bisogno di aiuto. Io non trovo adorabili i casi di cronaca nera, non siamo mica Barbara D’Urso! E’ vero che era una giornalista ed è stata radiata dall’albo? Quello che ho pensato io è proprio quello: almeno ti sei liberata del porco.
    Spero che non ne troverai uno anche in
    provincia! Riguardo al trasferimento, spero non ti abbiano illuso. Comunque hai la prova scritta. Scusa l’ignoranza, cosa vuol dire ‘La provincia è una bolla e l’aria qui dentro è finita’?

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  2. Mauro ha detto:

    Con tutta la simpatia per le traversie che hai vissuto e con profonda disistima per la figura di un direttore così inqualificabile, non posso fare a meno di notare nel tuo post un certo tono sprezzante nei confronti del giornalismo di provincia, cosa che non ti fa onore. Non lasciare che le brutte esperienze ti rendano cinica e superficiale, se vuoi anche a P. troverai modo di fare bene il tuo mestiere.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie Mauro per il commento puntuale. Lo sprezzo è per alcune persone che fanno il giornalismo di provincia, non per tutte. La tua osservazione mi è utile anche per interrogarmi sul mio approccio a quanto è successo. Il blog è raccontato da un punto di vista parziale: non ho alcuna intenzione di essere “oggettiva” rispetto alle cose che mi sono successe e alle persone che ho incontrato. La rabbia c’è ancora e viene fuori così. Quest’esperienza mi ha reso più cinica, hai ragione. Non sono stata capace di passarci attraverso senza farmene toccare.

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    • gabriele ha detto:

      Io direi perfino che da qualche anno il giornalismo locale è (quasi) l’unico che valga la pena di leggere su un quotidiano cartaceo…

      Non è un discorso di qualità, perché questa non è dissimile dalla scala nazionale per problemi strutturali e risorse umane, è semmai un discorso di “servizio”: il giornalismo locale ha ancora qualcosa da dire al proprio lettore, quello nazionale sempre meno.

      Opinione personalissima naturalmente.

      Ciao, G.

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      • Francesca ha detto:

        Dove vivo io anche la stampa locale è di regime. L’unico giornale imparziale ha fallito ma almeno posso trovarlo via web, con un nuovo nome. Non è un granchè ma almeno so che posso fidarmi. Io capisco Olga perché ho un lavoro e non mi è stato per niente facile mantenerlo. Chi è onesto e ha dei principi viene maltrattato. Non trovo Olga cinica ma molto umile. Non è mai sgarbata nel rispondere ai nostri commenti, quando la contraddiciamo. E’ raro trovare persone così, anche in quelle brave

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  3. Claudio ha detto:

    Ho letto tutto e devo dire che in alcuni punti condivido la rabbia ma in altri non condivido la rassegnazione. Forse un’esperienza come quella che hai passato ti ha resa più lucida su molti aspetti. Il mondo del lavoro reale qui in Italia, come all’estero, non viene instillato con la giusta chiave di lettura nei lunghi corsi di studio.

    Si arriva sul mercato con un incredibile entusiasmo per poi svegliarsi di colpo “a fare mille refresh”. Da uomo, o per meglio dire maschio, mi sono ritrovato nelle stesse condizioni, non a livello di inopportune proposte, con la ghigliottina alzata e la testa ben infilata nel buco; il capo di turno con la mano sulla leva.

    Penso sia il precariato in genere.

    Dopo anni di lavoro a livello di schiavismo reale, con p.i., nonostante avessi fatto carriera ho deciso di non sottostare più a certe regole, a certe leggi non scritte sui contratti.

    Un bel giorno, anche se fuori pioveva, davanti all’ennesima richiesta di tagliare sullo staff da parte della dirigenza, ho deciso che non ero più in grado di rovinare la vita di qualcuno, credevo che chiedere di più al mio gruppo non fosse possibile, senza troppi pensieri per la testa e con una nuova rinata energia ho espresso un parere diretto e sincero alla direzione dopodiché ho concluso il rapporto.

    Con i quattro spicci che mi sono ritrovato ho lanciato un mio progetto, ed a tre anni da quel giorno, lavoro con giovani motivati. Nonostante debba decidere quale bolletta mandare alla – roulette russa del taglio – mi trovo molto meglio la mattina di fronte allo specchio, sembro quasi più giovane.

    Non è una questione di essere bamboccioni, raccomandati, choosy, viziatelli. è una questione di scontro generazionale, un ambito in cui i nostri signori politici non ci si sono trovati vista l’età media. Una realtà parallela incomprensibile ai nostri genitori figli del dopoguerra rinati dalle macerie, o da 55/65enni prodotti in serie da una classe politica all’epoca proiettata allo sviluppo a 2 cifre percentuali.

    Non si tratta di sopportare questa o quella condizione, di scegliere quale sia la via migliore, non si tratta neppure di deglutire all’infinito l’amaro che rimane in bocca dopo migliaia di colloqui.

    Oggi i giovani, ed io non lo sono più da almeno 15 anni, sono soli contro tutti e tutto, sono in un’eterna guerra per la selezione della specie. Chi oggi riesce a fare qualcosa, in qualsiasi ambito, con qualsiasi mezzo, ha trovato nel suo DNA l’evoluzione della specie.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie Claudio per l’intervento interessante e per aver posto l’attenzione sull’aspetto “generazionale” che poi, come dici bene, c’entra anche con il precariato.

      Vorrei però notare che c’è un’altra questione, diciamo pure “femminile”, visto che qui si sta tessendo un ricatto che si basa sulla diseguaglianza – economica, sociale, di potere – dovuta al genere. Mi spiego meglio: se fossi un uomo le dinamiche sarebbero totalmente diverse. E questo è un aspetto che non può passare in secondo piano. Forse anche a ciò è dovuta la rassegnazione che non riesci a capire.

      Ti invito a continuare a leggere e a contribuire al dibattito anche nelle prossime settimane.

      Grazie ancora

      O.

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      • Claudia ha detto:

        Cara Olga, tu dici “Non sono stata capace di passarci attraverso senza farmene toccare.” E come avresti potuto? Chiunque passi o sia passato da molestie e stalking sul lavoro sa cosa vuol dire. Rabbia, risentimento, depressione. Perché tutto questo è profondamente ingiusto, e ce lo portiamo dietro per anni prima di poter pensarci con un certo distacco. E’ anche vero che chi non ci è passato difficilmente può capire quello che veramente succede dentro una persona. Qualcosa si spezza, qualcosa che non è facile ricomporre.

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