Cibo per ratti domestici e rotture di piatti

La mia pelle è diventata colore della nebbia. Credo sia a causa del rancore, che si dilata, asfissiando i tessuti. La rabbia cresce. Io la nutro, come se fosse un ratto addomesticato, una blatta da compagnia, un pidocchio ammaestrato. Vorrei non farlo, ma è più forte di me. La rabbia cresce mentre la speranza svanisce anche se io ci resto aggrappata, stringendola forte, con le dita sudate e malferme. Presto tutto si risolverà. Io riuscirò a cambiare città e lui smetterà con le sue strategie di quart’ordine. Si stancherà.

Ho scritto l’articolo che “solo io ero capace di scrivere”. Per farlo ho dovuto sacrificare il mio giorno libero, prendere quattro treni e due autobus e trascorrere un’intera giornata con personaggi improbabili e logorroici. Il giorno dopo ho parlato a lungo con il caporedattore, spiegandogli senza mezzi termini che non ero riuscita ad avere alcuna notizia in grado di giustificare un’intera pagina sul nazionale. Lui sembrava aver capito. Ma dopo mezzora mi ha richiamata dicendomi che bisognava scrivere, perché così voleva il direttore. Ho obbedito.

Poi sono tornata alla mia gavetta. A causa dell’articolo sulle pagine nazionali le colleghe e il caposervizio mi hanno maltrattata per tre giorni, rifiutando tutte le mie proposte e spedendomi a conferenze stampa inutili.

Ho subito in silenzio.

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19 pensieri su “Cibo per ratti domestici e rotture di piatti

  1. E. ha detto:

    Ciao Olga, faccio il tuo stesso lavoro. Una mezz’ora fa il mio ragazzo – giornalista, ahimè, anche lui – mi ha mandato un messaggio con l’indirizzo del tuo blog. “Leggilo – mi ha scritto – è bellissimo”. Non ho resistito: lui non è propenso al complimento facile e dei suoi consigli mi fido ciecamente.

    Ho iniziato a leggerlo… divertita, indignata… Ho riconosciuto in te situazioni e stati d’animo che é toccato vivere anche a me. Poi, riga dopo riga, ho riconosciuto anche lui: il direttore. La stanza in cui hai fatto il colloquio, i suoi occhi azzurri, il suo modo di usare le parole – il “tuo” direttore! -, il suo passato, le sue relazioni familiari, il giornale di “sinistra” nel quale era caporedattore, il suo essere fascista: tutto combacia.
    A me quest’uomo, qualche anno fa, ha fatto vivere mesi d’inferno. Ero in difficoltà col lavoro e avevo disperatamente bisogno di qualcuno che mi desse una chance. Lui lo aveva capito e mi ha raggirata con promesse che non sono mai diventate realtà. Confidando nelle sue parole ho persino rinunciato a un buon lavoro e perso parecchi soldi, in un momento in cui anche gli spiccioli mi sembravano oro.

    All’epoca vivevo a Roma… Ora sto in un’altra città, lavoro e guadagno piuttosto bene. Per dire: le cose cambiano. A volte anche in positivo… Scusami, ma non ho resistito alla tentazione di scriverti.

    Teniamo duro, siamo la parte buona di questo mestiere.

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    • Francesca ha detto:

      E quello che mi addolora è che voi non lo denunciate, lasciate che altre subiscano la stessa sorte! Con questo non voglio dire che la colpa è vostra ma ora siete in due: andate in questura e denunciatelo. Meglio se siete più di due. Vi prego, fatelo! Purtroppo non per tutte le cose cambiano in meglio.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        E’ passato del tempo, è la nostra parola contro la sua, non abbiamo prove. Avremmo dovuto denunciarlo tempo fa, quando eravamo nel mezzo del sexual harassment. Ma come puoi capire da quello che scrivo, non era semplice. E io non capivo bene in che situazione davvero mi trovassi.

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      • Francesca ha detto:

        Capisco. Allora poi vedrò attraverso queste pagine com’è andata a finire. Comunque scrivere i propri pensieri fa bene, almeno in parte. Io lo facevo e mi ha aiutata. Mi piacerebbe trovare il diario ma si è perso in mezzo alle scartoffie, non ho voglia di svuotare tutto. La collega che più mi perseguitava è stata spostata in un altro servizio poi è andata in prepensionamento. Un altro ugualmente se n’è andato. I cattivi restano ugualmente ma ora so come affrontarli. Qualche molestia sessuale l’ho avuta anch’io ma non da parte di direttori. Qui si usano altri metodi.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Cara Francesca, non si tratta solo di un “diario”. Questo blog è nato dopo anni di fatiche e frustrazioni. Il porco che descrivo non è l’unico che ho incontrato. La mia “carriera” è stata minata fortemente a causa di ricatti sessuali più o meno espliciti. Non si tratta soltanto della colpa di un uomo – che certo sarebbe dovuto finire nell’aula di un tribunale per quello che ha fatto – ma di un sistema che in Italia resta nascosto, nell’ombra, taciuto.

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  2. Francesca ha detto:

    Capisco, molto probabilmente stai diventando vittima del mobbing. Spiegalo al tuo ragazzo, per evitare tensioni anche con lui. Purtroppo gli uomini rispondono sempre così e credono davvero di consolarci.Nemmeno io sono stata capita ma almeno un consiglio dato con rabbia da mia sorella mi è stato utile: cacciare via i miei molestatori dal mio ufficio; la mia situazione era diventata a quel livello. Il mobbing influisce anche nei tuoi rapporti personali. Io forse stavo peggio di te: me la prendevo con i miei gatti! Siccome hanno il vizio di entrare sempre in casa non appena apriamo la porta, gli dicevo arrabbiata: “Siete come i miei colleghi!” Mi sentivo ossessionata persino da loro. Fatti aiutare da un avvocato o da un sindacalista, non ce la puoi fare da sola. A me ha aiutato molto pregare incessantemente (sono religiosa) e leggere articoli sul mobbing come questo:
    http://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/102004321?q=mobbing&p=par
    Quando tentano di oberarmi di lavoro mi rifiuto spiegando il perché o fingo di essere d’accordo ma intanto non lo faccio lo stesso. Cerco di raggirare il problema. Non faccio niente in più di quello che devo fare e non mi preoccupo se mi fanno credere che hanno perso dei documenti di trasporto o hanno altre difficoltà. E’ vero che per me può essere più facile perché ho il posto sicuro ma c’è un limite a tutto. Nessuno deve permettersi di metterti i piedi in testa, di ricattarti, di schiavizzarti e di molestarti sessualmente! Diciamo basta a queste bassezze!

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  3. Taral ha detto:

    No, non è per niente facile capire una situazione, quando ci sei dentro.Il fatto che racconti una storia di tempo fa e che l’esperienza si sia conclusa mi fa tirare un sospiro di sollievo, in qualche modo…Grazie per tua testimonianza…

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  4. Alessandra ha detto:

    Vorrei intervenire in merito a quanto scritto da Francesca. Io credo che l’idea che le vie legali siano l’unica soluzione per fronteggiare i problemi di questa Povera patria in cui viviamo sia una pia illusione. Basta avere qualche frequentazione con chi si occupa della giustizia italiana per rendersene conto. Anche alla luce del buon numero di visite e delle molte recensioni sui giornali, io credo che questo blog possa rappresentare un’alternativa alla denuncia legale. Quella che porta avanti è una denuncia sociale: Olga sta denunciando un sistema, scandagliandolo e analizzandolo. Lo sta facendo con la complicità di noi lettori.

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    • Francesca ha detto:

      Sì, so com’è la giustizia ma purtroppo dobbiamo accontentarci di ciò che ci passa il convento. Questo blog è importante ma non basta: ci vogliono cose tipo mail bombing con raccolta di firme perché bisogna far smuovere la cosa.

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  5. Giovanni (@GiovanniBrunoro) ha detto:

    Ogni tanto ti leggo e vedo che sei in una situazione di sofferenza interiore. Hai mai pensato di rivolgerti a uno psicoterapeuta che possa aiutarti con competenza? Se sei in una situazione così delicata, penso davvero che possa esserti utile. Altrimenti rischi di entrare in una spirale che distrugge la tua vita, lavorativa e personale. Con affetto. G.

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    • gabriele ha detto:

      L’idea è ottima. Il problema della psicoterapia è che ha dei costi non indifferenti, specie per chi non goda di un reddito sicuro e stabile.
      L’idea stessa di precarietà economica ma pure geografica mal si coniuga, purtroppo, con una terapia: quando Olga è stata di punto in bianco spedita in un’altra città come avrebbe potuto proseguire il percorso terapeutico? Sfortunatamente, per come la vedo io, senza un orizzonte temporale “prefigurabile”, la psicoterapia rischia di essere una spesa a vuoto. A meno che non parliamo di altre forme, strutturalmente più avventizie, di sostegno psicologico: senz’altro utili, ma confinate all’ambito del sintomatico.
      Per non parlare delle esigenze totalizzanti del lavoro precario: di fronte allo spettro del contratto non rinnovato, non si può opporre alcun diniego alle richieste del datore di lavoro in termini di orari, con sovraccarico di lavoro, giornate piene, o quantomeno spostamenti di fascia oraria spesso imprevedibili. Tutto ciò andrebbe a serio detrimento del contesto terapeutico, che ha un peso non da poco sull’andamento della terapia stessa.
      Comunque questo esempio dimostra bene come le condizioni del mercato del lavoro attuali si presentino sostanzialmente come una deprivazione smodata e forzosa della libertà personale (molto al di là di quanto definito dal “contratto”), e dal momento che la terapia si fonda proprio su un investimento di libertà in ben altro tipo di contratto…

      Saluti,
      G.

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      • Giovanni (@GiovanniBrunoro) ha detto:

        Magari la Signora potrebbe trovare uno psicoterapeuta nella sua cerchia di amici (oggi è facile) e concordare con lui delle sedute “flessibili” in termini di tempo. Non sono un esperto, ma forse è meglio di niente.. Poi sì, ci sono psicologi molto costosi (un collega della mia ragazza prende anche 80 euro a seduta), ma professionisti altrettanto bravi che ne prendono 20… Comunque, come dici tu, ogni cosa va bene soppesata.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Gentile Giovanni, ti ringrazio per “la Signora” con la S maiuscola. Tenere questo blog è stimolante perché oltre ad essere una sorta di psicoterapia collettiva mi permette anche di osservare le reazioni dei lettori e delle lettrici. Non vi ringrazierò mai abbastanza per questo. Vorrei ribadire che, nonostante il racconto sia scritto al presente, è riferito ad avvenimenti passati. E’ interessante che tra i diversi suggerimenti raccolti fino ad ora si sia aggiunto il tuo che mi indirizza verso la psicoterapia o l’analisi. C’è chi mi ha detto di andare dall’avvocato, chi di riprendere con la telecamera, chi di registrare, chi di coinvolgere i colleghi, chi di cambiare mestiere, chi di lasciare l’Italia. Consigli a loro modo sensati: peccato che mentre ero invischiata nella situazione che racconto io non mi rendessi davvero conto di essere vittima di una violenza. Come ho scritto varie volte, quando ne parlavo con le amiche o con persone a me vicine, i consigli erano due: resisti, queste cose capitano a tante altre donne, ma ne vale la pena per un lavoro. Anche perché che altre prospettive hai? Oppure: cerca di sfruttare la situazione al meglio, tirando acqua al tuo mulino. La parola violenza non è mai stata nominata.
        Quando questa storia è finita – e vedrai come se continuerai a leggere- dalla psicologa ci sono andata. Ma non è stata di grande aiuto. Non più di quanto, invece, sia stato il percorso personale che ho intrapreso attraverso studi, letture e presa di consapevolezza e che mi ha portato, tra le altre cose, alla decisione di aprire questo blog. Dico questo non per screditare la psicoterapia ma perché credo che quando le cause di un fenomeno sono sociali (in questo caso dovute a una società iniqua, fortemente sessista, patriarcale e maschilista, che fa del precariato la forma di accesso a tempo indeterminato a certe professioni – a meno che tu non sia figlia di, non vada a letto con, non sia appoggiata da) forse le soluzioni vanno cercate non soltanto dentro noi stessi ma anche fuori. Ed è proprio fuori, nei libri, nello studio, negli incontri con altre donne, nei viaggi e nella rabbia esibita, raccontata e criticata, che ho trovato la forza per reagire.

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      • gabriele ha detto:

        Mi pare centrata e interessante la replica di Olga.

        Comunque in teoria se lo psicologo appartiene “alla cerchia di amici” non può prenderti in terapia…

        E le rigidità di appuntamenti e costi non dipendono (almeno non solo, o non tanto) dall’esosità e dalle pretese di affermati professionisti, quanto dalle esigenze di creare uno scenario, un contesto, di un certo tipo – strutturato – in cui inserire la terapia.

        Altrimenti stiamo nell’ambito del supporto psicologico, che come racconta Olga è sicuramente utile, stimolante e quant’altro, ma non va al di là del sintomatico e la sua fruttuosità – perché comunque si spera che male non faccia – è comparabile a molte altre forme di appoggio alla resistenza, crescita e consapevolezza personale.

        Un suggerimento comunque non da sottovalutare, sia per metterlo in pratica (beato chi può), sia, non optendo applicarlo, per osservare anche qui le nefaste conseguenze di un modello sociale basato sulla distruzione della qualità di vita per le classi dalla media in giù.

        Ciao, G.

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