Cane non mangia cane

Cane non mangia cane, ma il più grosso comanda sugli altri. E il più piccolo obbedisce.

Suona il telefono. E’ il capetto che con voce ringhiosa, avvolta da acrilico finto seta, mi comunica che sono libera di andare. Anzi che devo andarmene alle 7, prima del previsto. “Non occorreva che mi facessi fare una figuraccia”, aggiunge. Se fosse attaccato alla catena sentirei il rumore dei ganci di metallo strattonati. Se lo avessi vicino sentirei il suo odore di maschio arrabbiato che si trattiene dal mordere.
Ma per fortuna ci separa una benedetta cornetta.

Non so che cosa rispondere. Il capetto è furioso. Mi dice che per colpa mia ha discusso con il direttore e che non gli è restato che obbedire. “Ti avviso soltanto che io non mi dimentico facilmente dei torti”, dice. Io resto muta. Le labbra serrate.

Continuo a non rispondere.

Sei diventata sorda, chiede. Dico no.  No, ti sto ascoltando.

Sono soltanto diventata lieve come un foglio di carta lanciato dal sesto piano in una giornata di vento. Sono senza peso e senza risposte. Senza senso.

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12 pensieri su “Cane non mangia cane

  1. Carlotta Borasio ha detto:

    Guarda, non so perché, ma me lo sentivo che ci finivi di mezzo tu. Ci avrei scommesso le balle che non ho.
    Mi viene da sperare che tu sia una matta che racconta palle, perché se c’è davvero di sta gente in giro, in posizioni di potere nel campo della comunicazione poi, siamo messi male. Ma male forte.

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  2. Pietro Rondo Spaudo ha detto:

    Sono un uomo che ha sempre lavorato, ci tengo a specificarlo, alla pari con un universo di donne. Le donne mi piacciono e molto, ancora di più ora che sono vecchio e soffro di astinenza da sesso. Però ho sempre aspettato che fossero loro a farmi capire se desideravano qualcosa di più di amicizia, collaborazione e simpatia. Certo avrò perso molte occasioni perchè direi che è atavico che le donne si aspettino un maschio rampante, ma io anche col senno di poi sono contento così. Certo che lei fa una bella propaganda ai direttori di giornale e simili.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Caro Pietro mi sono permessa di sistemare i refusi (come richiesto). Io racconto la verità, ripeto. Non si tratta di fare pubblicità buona o cattiva. Si tratta di uno spaccato di realtà. Grazie per il contributo interessante. L’idea della “perdita di occasioni” è un tema su cui bisognerebbe riflettere a fondo.

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  3. Lucia ha detto:

    anche io ti credo perché sto passando qualcosa di molto simile. Queste sono le logiche del potere ovunque si vada qui in Italia, credo, almeno questo è quello che è successo a me fino ad ora. Non mollare Olga e continua a raccontare!

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  4. Valeria ha detto:

    Si, in effetti fa riflettere la pubblicita’ negativa all’ambiente giornalistico.
    Sai perche’?
    Perche’ siamo abituati a pensare ai luoghi dove si crea la carta stampata (i quotidiani) come posti estremamente seri, esenti da certi giochi, privilegiati perche’ acculturati.
    Ispirano rispetto e anche un po’ soggezione.
    Dove lo studio e’ stato abbondante si ha la tendenza a credere che l’intelligenza debba essere proporzionale, disponibile dunque in forma maggiore, e per il rispetto vale la stessa regola. Quindi la tua voce fuori dal coro non solo e’ terribilmente sconfortante ma vanifica l’effetto austero e rigoroso di facciata, sconfessandola.
    Non e’ piu’ un mondo credibile.
    Ci cade il mito.

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    • gabriele ha detto:

      Ehm ehm, che nei giornali ci finisca gente “acculturata” credo sia assolutamente poco credibile da qualche decennio suppergiù…

      In anni recenti con le varie “scuole di giornalismo” che richiedevano la laurea forse si è tornati ad avere giovani giornalisti preparati, ma ho come il sospetto che ci sia di mezzo una generazione (e più) senza arte né parte.
      Almeno quanto a obblighi formativi e culturali, perché poi il mestiere non si riduce a quello, e uno se lo fa sul campo, come magari si fa una cultura per conto suo.

      Inoltre, ma questo lo domando a Olga, oggi come oggi la “scuola di giornalismo” la fanno proprio tutti?, o qualche privilegiato riesce a fare direttamente il periodo di pratica in un giornale senza esservi introdotto dalle “scuole”, e poi, sempre in quanto privilegiato, finisce che si tiene in pianta stabile la seggiola e la “macchina da scrivere”?
      In quel caso nemmeno sarebbe indispensabile essersi laureati, anche se giovani; oppure basterebbe comunque una laureuccia comprata o strappata a forza di inerzia: l’università da almeno una dozzina d’anni non garantisce più selettività.

      A me inquietano certe mancanze di base, logica, cultura generale, la propria madrelingua… e costoro devono mediare tra le “alte istanze” e il “grande pubblico”. Uhi uhi.

      Ciao, G.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Purtroppo è proprio come dice Gabriele: che i giornalisti della carta stampata siano in generale una categoria detentrice di cultura e sapere è pia illusione.

        Le ragioni di questa “piaga” (non saprei definire altrimenti la situazione) sono varie. Nei giornali locali si entra, in genere, subito dopo le scuole superiori come “abusivi”. Si gravita cioè attorno al giornale, rimbalzando come palline da tennis da una notizia di cronaca all’altra, e si scrivono articoli che vengono pagati dai 3 ai 5 euro l’uno. Dopo qualche anno, chi riesce a collaborare con regolarità (facendo quello che viene chiamato “praticantato”) può fare l’esame di stato e diventare “professionista”. Ma molti non arrivano nemmeno a questo step che almeno prevede lo studio di elementi di diritto e cultura generale. La laurea o il master sono lussi non previsti, comunque.

        Cosa diversa invece per i giornali nazionali. Lì ci sono due forme d’accesso. Quella privilegiata, la raccomandazione, perché si è figli di, nipoti di, amici di, amanti di, non prevede alcun titolo o merito. Nemmeno sapere scrivere in italiano. Si impara quando si è dentro (non sto scherzando! i giornali sono pieni di questa gente). Poi c’è la gavetta che prevede la laurea e poi il master biennale (o scuola di giornalismo) in genere a pagamento durante il quale si studiano teorie della comunicazione, storia, economia e si fanno stage all’interno dei giornali.

        Quest’ultima strada, però, da qualche anno non assicura l’accesso ai giornali nazionali, che continuano invece a restare pieni di raccomandati senza alcun tipo di preparazione. I giornalisti “preparati” dalle scuole finiscono nei giornali locali, negli uffici stampa o restano disoccupati.

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    • Francesca ha detto:

      Ricordo un commento di Antonio Ricci (da che pulpito viene la predica!): “Delle amiche giornaliste mi hanno detto di subire mobbing nel loro ambiente di lavoro”. Olga ne è la prova vivente. Ma ormai succede in tutti gli ambienti di lavoro, specialmente dove regna la corruzione e la censura.

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