Il capetto non è nato cattivo

Il capetto non è nato cattivo. Lo è diventato. Deve essere stato a causa dei completi grigiastri che indossa ogni giorno, così fuori contesto, che lo fanno assomigliare a un becchino. Il suo corpo pelle e ossa ci fluttua dentro. Il viso dai lineamenti regolari potrebbe dirsi quasi bello se non fosse per la piega delle labbra, contratte in segno di sprezzo, e per gli occhi piccoli che Lombroso avrebbe bocciato.

Non ha studiato molto, è vero, ha solo un diploma di scuola superiore ma è di quelli che pensano che il giornalismo si impari consumando le scarpe. Perché della conoscenza e della cultura: chissenefrega, noi siamo giornalisti e ci interessano solo i fatti. Deve essere anche per questo che mi odia, con la mia laurea e il mio master, cartastraccia inutile.

Di lui so anche che è separato e che adora i suoi due bambini, un maschio e una femmina. La password che usa per accedere al sistema per impaginare il giornale è formata dai loro due nomi, attaccati. Che tenerezza di papino. Segno che ha un cuore. Ma è riservato soltanto agli intimi.

Adora fare battute di cattivo gusto. “Queste cose non le puoi capire perché sei donna”, dice, spesso, ridendo fino a farsi crepare la faccia. Chiama le donne che non gli piacciono “troie” o “cretine”.

Il capetto è anche razzista. Odia i “negri”, come li chiama lui. Così quando scrivo di immigrazione devo omettere tutti i particolari che potrebbero far sì che i “negri” finiscano nel titolo con un aggettivo denigratorio. Mi devo autocensurare per fare dell’informazione dignitosa. Si fa per dire, poi, dignitosa.

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21 pensieri su “Il capetto non è nato cattivo

  1. Francesca ha detto:

    Vedo che hai rotto il ghiaccio e stai scrivendo a raffica, mi fa piacere. Lo scrivere è una buona medicina. Un giorno ti farò leggere, virtualmente, il mio vecchio diario, se lo trovo. Quello che racconta il mio calvario dovuto al mobbing e al conseguente burn-out.
    Non immagini tutti i dispetti e le molestie che sto ricevendo, ultimamente. Ormai capisco il meccanismo e mi difendo bene. Prima o poi gli si rivolterà tutto indietro come un boomerang.
    Il tuo capetto mi ricorda la mia EX capetta: aveva foto dei suoi bambini nel PC e in un piccolo portafoto e come password del fotocopiatore aveva messo la data di nascita della figlia (e l’abbiamo tutt’ora). Con gli altri, specialmente con me, faceva la simpaticona ma in realtà era Crudelia Demon. Spesso pensavo: “Ma insegnerà anche ai suoi figli a comportarsi così?” Aveva quel posto da dirigente solo grazie alla laurea e alla raccomandazione del marito medico. Non faceva nulla e passava il tempo a seminare zizzanie, a spettegolare, a fare salotto, a disturbarmi e a farmi i dispetti, anche tramite gli altri. Un giorno è arrivato un direttore amministrativo dittatore che le ha prima tolto la nomina di dirigente (credo) poi l’ha trasferita in un altro servizio! Che liberazione! Alla fine si è messa in malattia ed è sparita. I miei colleghi dicono che ha l’Alzheimer ma non so se sia vero. Dicono più meno così per tutti quelli che odiano.
    Non ho capito in che senso ti devi autocensurare per fare un’informazione dignitosa.

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  2. Chasing Hygge ha detto:

    Come hai fatto a rapportarti ad un individuo di questa preparazione e intelligenza senza farti prendere da un raptus? Ammiro il tuo sangue freddo. Ho appena visto il documentario “5 Broken Camera” – bellissimo – e mi ha colpito molto quello che dice il palestinese che ha girato il film:
    ‘Healing is a challenge in life…it’s a victim’s sole obligation…by healing you resist oppression…but when I’m hurt over and over again I forget the wounds that rule my life …For often wounds cannot be healed…so I film to heal.’
    Filmare le violenze fisiche e psicologiche incredibili a cui è stato (ed è tuttora) sottoposto diventa un modo per non dimenticare, e quindi per essere in grado di guarire. A volte mi pare che questo sia anche uno dei motivi per cui scrivi su questo blog – oltre alla denuncia, naturalmente.

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    • gabriele ha detto:

      Tra l’altro, non lo stavano per espellare con la forza dagli USA dove si trovava per la cerimonia degli Oscar (!) in quanto lo consideravano un immigrato sospetto, nonostante le carte in regola? Non so che pezzo da novanta del cinema hollywodiano è dovuto intervenire per permettergli di restare. Deprimente…

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Valeria, grazie per l’interessante considerazione. Non ho visto “5 Broken Camera” ma cercherò di rimediare il prima possibile. Credo che tu abbia ragione, scrivo anche per guarire, o per meglio dire, per ritornare me stessa. Perché tutto quello che è accaduto (manca ancora un bel pezzo della storia) mi ha cambiata. Quando tutto è finito mi sono resa conto che non mi piaceva quello che ero diventata (e che mi avevano fatto diventare): una donna delusa, incarognita, frustrata, perennemente stanca, senza energie, senza speranza. Il raccontare attraverso il blog è un modo per esaminare le dinamiche, capire le ragioni, vedermi da un’altra prospettiva e confrontarmi con le persone come te che con grande affetto, attenzione e cura, hanno voglia di leggere quello che è accaduto e commentare. Uno scambio davvero prezioso.

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      • Francesca ha detto:

        Ti capisco benissimo. Neanch’io mi piacevo per come ero diventata. Durante tutta la mia vita ero piano piano riuscita a superare i problemi emotivi che avevo da adolescente e i miei colleghi mi avevano fatto diventare peggio: fobica, triste, esaurita, paranoica, pazza. Una volta, mentre ero ferma in macchina, (mi imponevo di continuare a guidare) mi sono resa conto che ero triste e con la testa bassa e non volevo essere così. Poi ti ho spiegato il resto (sennò sono troppo ripetitiva)

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  3. Tenente Drogo ha detto:

    …però, questa volta, non mi è piaciuta, la tua analisi, quasi che mi è sembrato t’abbiano contagiato, con i modi pregiudiziali e prevenuti e se da pregiudizi e prevenuti atteggiamenti vuoi che stiano lontano glia altri, allora stai lontana anche tu, che non è bello leggere di vestiti grigi, o di occhi piccoli, o di solo il diploma…mi piace pensare che esistano diplomati con gli occhi piccoli ed un pessimo gusto nel vestire che siano, contestualmente, ottime persone, così come ho conosciuto laureati/e di gradevolissimo aspetto, di gran gusto nel vestire e con occhi grandissimi e tondi che erano emerite carogne.
    E’ uno sbaglio essere vessati e svalutati solo perchè donna e/o perchè laureata e masterizzata, ma altrettanto pensar d’aver diritti solo perchè donna e/o perchè laureata e masterizzata è errore di segno opposto ma di ugual valore assoluto…

    …e tutto ciò detto con il solito risopetto, il consueto affetto e la mai troppo ribadita piacevolezza di lettura della tua vicenda…

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    • gabriele ha detto:

      Sono d’accordo con Tenente Drogo, anche se mi pare di capire che la descrizione del “capetto” sia una modalità prettamente letteraria, per la quale lo scrittore proietta sull’apparenza esteriore alcune caratteristiche che pertengono alla sfera della personalità.

      Non credo proprio (o almeno lo voglio sperare!) che Olga giudichi pregiudizialmente le persone in base al loro aspetto, credo semmai che, dopo aver a lungo conosciuto e frequentato questa persona, al momento di delinearne il personaggio in un testo breve, lei sia andata a selezionare e rimarcare alcuni dettagli dell’apparenza del “capetto” che ne comunicassero in modo rapido, efficace ed espressivo i tratti del carattere. È un procedimento molto comune in Balzac, per fare un esempio.
      Ritengo anche che la mia speranza sia fondata, cioè che Olga adotti consapevolmente un espediente retorico, per via di quel riferimento a Lombroso, un autore che, nonostante permanga la sua importanza per la criminologia, è giustamente oggetto di totale discredito dal punto di vista scientifico per le sue idee di fisionomia. Un po’ come la tirata frenologica di Di Caprio nell’ultimo film di Tarantino, Django.

      Come ho detto, comunque comprendo la perplessità di Drogo, nel senso che il rischio è di andare a rafforzare una certa mentalità in chi non colga le sfumature.
      D’altro canto non si può nemmeno esagerare con l’autocensura in nome del pubblico potenziale: ho letto in un blog di femministe un attacco durissimo contro il blog di Olga… perché il titolo del blog associa connotazioni negative all’animale “porco”, e le autrici del blog sono anche animaliste antispeciste, quindi esigono che non si trasmetta un’idea deteriore di un animale innocente.

      L’autore deve fare la sua parte (secondo me Olga lo fa con quella strizzatina d’occhio lombrosiana, e non solo), però d’altro canto anche i lettori non possono diventare dittatori, quantomeno perché esigenze, sensibilità e pretese sono infinite.

      Qui siamo un po’ a metà strada: il primo impatto è, forse volutamente, sgradevole, trasmette tutto l’astio (e, specularmente a quello ricevuto, perfino il disprezzo) che Olga ha maturato verso questa persona; senza dubbio non sono emozioni positive, e non fanno onore a Olga come a nessuno; anche se diciamo che sono comprensibili – non tutti sono monaci zen – e aggiungerei soprattutto che mi pare interessante la sincerità anche in ciò; sarebbe stato più facile e moralista fingersi, con la esperienza di oggi, superiore e distaccata.

      D’altra parte, però, oltre alla sensazione che io come Drogo ho vissuto, ci sono vari elementi che aiutano una lettura più meditata e corretta: il tema degli occhi è attenuato dall’ironico appello a Lombroso; quello del viso “quasi bello”, ma rovinato dalle labbra ritorte spiega come la bruttezza di cui parla Olga sia ben diversa dalla “non conformità rispetto agli standard sociali da rivista”, e sia bensì la manifestazione nel volto di atteggiamenti personali, di una psicologia.
      Il discorso sui vestiti, infine, va inquadrato nella chiave paradossale con cui lo propone Olga: lei scrive che forse il “capetto” è diventato cattivo “a causa dei vestiti”; ora, come lettori direi che siamo abbastanza autorizzati nel leggere questa frase come un’assurdità letterale che intavola una metafora più complessa. In ogni caso la forma apertamente paradossale allude a un approccio ironico, basato sul rovesciamento, che chiarisce ulteriormente a un lettore attento che… il problema non è il modo di vestire in quanto tale.

      Spero che Olga non si insuperbisca troppo per il paragone con Balzac, anche se lei scrive molto bene c’è ancora un certo distacco da colmare 😀

      Saluti,
      G.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Ringrazio Tenente Drogo per l’osservazione stimolante che ha dato vita al dibattito con il puntuale contributo di Gabriele (grazie).

        Questo post – come anche altri- è, proprio come dice Gabriele, assurdo, paradossale e ironico. E’ anche un po’ crudele, certo. Il capetto è stato cattivo con me. Me ne ha fatte passare di ogni (questo è stato solo un assaggio). Perché dovrei essere delicata con lui? Non sono mica Buddha.

        Il fatto che mi sia concentrata sugli occhi o sui suoi non titoli di studio non signifca affatto che io pensi che Lombroso avesse ragione oppure che giudichi l’intelligenza di una persona in base alle lauree o ai master che ha.

        Cerco di non giudicare mai le persone dai titoli o dall’aspetto. L’incontro con Il Porco che ha fatto di me una “vittima” mi ha insegnato molto in questo senso.

        Sia allora sia adesso mi ritrovo a combattere quotidianamente contro i pregiudizi di chi mi guidica in base ai titoli e all’aspetto.
        All’epoca del Porco dovevo cercare di fare capire che l’essere giovane, non brutta e avere – mio malgrado -le attenzioni del direttore non significava essere la sua amante o una raccomandata.
        Ora, invece, nel mio lavoro da freelance mi trovo a combattere con i pregiudizi dei capi che devono giudicare il mio lavoro senza che io sia “nessuno” (cioè senza che io sia una firma famosa). E non è per niente facile.

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    • Francesca ha detto:

      Non condivido i pareri di Gabriele e Tenente Drogo, stavolta. Solo chi ci è passato può capire. Io ho solo il diploma e non mi sento offesa. Esistono veramente persone come il suo capetto, andate a lavorare nei giornali o nelle aziende ospedaliere, succube della politica, della religione e della corruzione!

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      • Tenente Drogo ha detto:

        Nessuno contestava l’esistenza delle brutte persone, Francesca, e nessuno contestava in generale, a dire la verità: io e Gabriele (mi permetta la’rdire di rispondere per entrambi) disquisivamo solo sulla leicità di scendere a livelli delle brutte persone di cui sopra per (pre)giuducarle a partire da come appaiono…

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    • Francesca ha detto:

      Grazie della precisazione ma, ripeto, queste cose bisogna solo provarle per capirle. Non mi sembra che Olga da questa esperienza sia diventata cinica e con pregiudizi verso tutto il mondo. Sta semplicemente analizzando la sua situazione. A questo punto mi sorge una curiosità: tu come trattavi i tuoi colleghi di grado inferiore a te?

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie Francesca per i commenti appassionati. Quella di tenente Drogo è una critica cortese e costruttiva e io non mi sono arrabbiata, anzi. Fa bene sentire punti di vista diversi. Direi di procedere oltre, se non ti dispiace. Non vorrei che vi metteste a litigare per un malinteso 🙂

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      • Tenente Drogo ha detto:

        …grado inferiore, quindi nell’Esercito intendi: la mia esperienza è stata quella del servizio militare come ufficiale di complemento ed ho sempre considerato chiunque un commilitone e/o un compagno d’avventura (a termine per fortuna), a discapito della fruizione di alcuni privilegi che il grado consentiva. I ”gradi” poco mi si confanno in assoluto, comunque, così come non è roba mia nascondermi dietro una gerarchia: con una certa soddisfazione mi definisco un pessimo comandante ma un ottimo compagno di squadra…attenzione ad una cosa, però: non puoi aver certezza che chi scrive non sia stato vessato o discriminato, in qualche modo, solo perchè non lo dichiara e preferisce ascoltare (e commentare) il racconto di chi legittimamente si racconta in un proprio blog…ed altrettanta attenzione: se solo chi ha provato può capire, che senso ha raccontare, allora? Io credo, invece, che le esperienze possano (e debbano) essere trasmesse proprio per evitare che chi non ha provato non si trovi a farlo, evitando il guaio magari proprio perchè ha capito benissimo…

        p.s.: credo di ribadir l’ovvio, ma il mio nick, più che alla mia esperienza militare (consueta per la mia generazione) è derivato da un personaggio de ”Il Deserto dei Tartari” di Buzzati.

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  4. Tenente Drogo ha detto:

    …pregiudizi, atteggiamenti prevenuti, sentenze già scritte sono, purtroppo, situazioni ad alto rischio contagio: chi ne è vittima, spesso, ne diventa anche cinico somministratore; questo era l’estratto finale del mio commento, che più che un’accusa ad Olga (mai mi permetterei) era una preoccupazione di vederla influenzata dal marciume delle mele che la circondano. Sono stato (non lo sono più, l’età è un avversario imbattibile) un atleta e per tutta l’Università, un fisico che non rimandava ad un topo di biblioteca ed un colorito che parlava di salute e tempo passato all’aperto, mi han fatto partire da -5, agli esami, convinti, assistenti e portaborse vari, che l’aspetto salutare sottointendesse poco tempo dedicato allo studio: seppur tentato, non mi piego a dar dello ”sfigato” a chi magari esibisce (e ben che fa) un po’ di pancetta o muscoli molto (moltissimo, a volte) rilassati…

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    • gabriele ha detto:

      Ah ah ah, l’aneddoto è proprio divertente (immagino meno per lei all’epoca, quando scontava l’aspetto sportivo in termini di media sul libretto).
      Comunque c’è di tutto. Io sono stato convinto a candidarmi per un dottorato, e quindi a continuare a lavorare in università, proprio grazie a una scalata dello Stelvio…
      Certo, porto gli occhiali, quelli aiutano a compensare una plateale abbronzatura da ciclista!

      Fuor di battuta, non c’è dubbio che qualsiasi atteggiamento pregiudiziale basato sull’esteriorità sia, ben che vada, indiziario (e assai soggetto a errore); mal che vada, un’imposizione di conformismo, a tutta prima estetico, ma immediatamente ideologico e sociale.

      Secondo me, la pancetta o la scarsa tonicità muscolare vanno benissimo, come pure il loro viceversa, purché siano scelte consapevoli e quanto possibile libere, non invece il riflesso di abitudini dettate da altre pressioni di ogni tipo (scarsità di tempo disponibile, di strutture, di formazione; o viceversa ossessivo culto dell’immagine, sport come droga e anestetico…).
      Non è il risultato che fa “lo sfigato”, ma come la persona ci sia arrivata, un dato che forse nemmeno Sherlock Holmes in persona potrebbe dedurre con assoluta certezza dal mero aspetto fisico.

      In ogni caso, credo che, come ho commentato prima, il racconto di Olga rispondesse a tutt’altri parametri.

      Un saluto,
      G.

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