Alla tavola del Porco e company

La sera è fonda. Ci sono lavori in corso sull’autostrada. Mi perdo tra le campagne scomposte dai banchi di nebbia. Il maledetto cellulare suona di nuovo. Dove sei? Chiede una voce ansiogena. Sento il rumore delle posate pregiate, lo scintillio dei lampadari imponenti, il profumo degli agnolotti al tartufo bianco. Ti stiamo aspettando, dai sbrigati. Iniziate pure, dico, ci sono problemi con la strada e non so tra quanto arriverò.

Mi concentro sulle strisce bianche sull’asfalto. Il telefono squilla ancora. Due, tre, cinque, dieci volte. Ora la voce è di rabbia. Io resto muta. Dentro il mio cervello malconcio c’è un solo pensiero: arrivare.

Dopo un tempo imprecisato, che più tardi ricorderò essere di 3 ore e mezza, mi ritrovo alla tavola del Porco e company. Lui mi vede, i suoi occhi brillano come lampade al neon. Si alza, mi sfila la giacca dalle spalle, mi prende la mano. Io non voglio, mi divincolo e sbatto contro il tavolo. Il vino si rovescia. Il pezzo grosso dell’ordine dice, ipersalivando: non importa, sono cose che capitano. Poi mi perlustra a fondo e mi fa l’occhiolino. Accanto a lui il figlio scemo destinato al giornalismo fin dalla culla mi guarda come se fossi una cortigiana.

Io saluto, mi lamento delle troppe chiamate, sbuffo, appoggio i gomiti sul tavolo, rifiuto il dolce e chiedo al direttore quando pensa di parlarmi. Dopo, risponde. Prima facciamoci un po’ di compagnia, ti abbiamo aspettato così tanto. Il figlio scemo dice cose che non capisco. Deve avere un problema al palato. Nemmeno i due vecchi lo seguono e attaccano con gli aneddoti.

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6 pensieri su “Alla tavola del Porco e company

  1. Francesca ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con a.crt. I tuoi titoli, come i contenuti, sono sempre toccanti e azzeccati, in particolare questo! Che stronzo: ti ha fatto fare tutta quella strada da sola! La sua mancanza di rispetto nei tuoi confronti non ha avuto limiti! Non sapere il resto mi mette ansia ma capisco bene che per te è molto difficile. Sei molto coraggiosa. Spero che ora tu abbia un direttore mentalmente e sessualmente a posto! Deprimente vedere che non c’è da fidarsi neanche dell’ordine dei giornalisti, ammesso che quella sottospecie di uomini lo fossero veramente!

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  2. Antonella ha detto:

    Vorrei riportare i miei complimenti per questo blog ma complimentarsi non mi sembra molto appropriato in questo contesto. Ho scoperto il blog poche ore fa e ho gia’ letto tutti i post.
    Le tue parole mi hanno di colpo catapultata alle lezioni di giornalismo all’università. Il nostro ‘docente’ – direttore di un giornale locale per un gruppo nazionale che amava vantarsi delle cene col suo editore e della conoscenza di parecchi personaggi noti – aveva candidamente ammesso pubblicamente a lezione che “le mie giornaliste sò tutte de’ cessi” (leggasi con accento toscano). Cito solo questa perla per rendere idea di cosa fosse l’insegnamento della professione in un’università pubblica e quale fosse, credo, l’ambiente nella sua redazione.
    Mi occupo di tutt’altro ma dalle tue parole emerge lo stesso stress da lavoro che ho sofferto sino a diversi mesi fa (sto ancora recuperando). La mia scelta è stata quella di mollare, anche se non avevo nessun altro lavoro in mano perché la salute viene prima di tutto. Chiaramente ognuno fa le sue scelte e le soppesa secondo variabili diverse. Ho sofferto il pre-dimissioni come un fallimento. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto a non esserci uscita fuori di testa. Ora che ne sono fuori, anche se ancora vulnerabile, so che non avrei potuto fare scelta migliore…

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  3. Julian Adda ha detto:

    Di fronte a quello che racconti in questo blog, il fatto che ti abbia fatto fare tutta quella strada da sola mi sembra irrilevante. Non ha nessuna stima di te come donna, al massimo come brava giornalista. In bocca al lupo.

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