L’eterno ritorno degli inviti a cena

L’articolo è stato pubblicato. L’hanno messo in pagina così come l’avevo scritto, senza spostare una virgola. Il caporedattore mi ha telefonato e mi ha detto: brava, ora puoi proporre altri pezzi. Ma è meglio se ci vediamo di persona. Passa a trovarmi quando vuoi.

Fissiamo per il giorno dopo, alle 15.

Quando arrivo la redazione è ancora semideserta. Il caporedattore mi chiede: ti va se andiamo fuori che così mi fumo una sigaretta? Certo, rispondo. Da quando sono arrivata non ha mai smesso di sorridere, stirando gli occhietti scuri. L’angolo dove si fuma è un angusto rettangolo sospeso su griglie metalliche. Si sta stretti, si sta vicini. Sento il suo odore acre misto al profumo sintetico del dopobarba. La sua pelle è come il terriccio acido che fa cambiare colore alle ortensie. Sul colletto della camicia sono cadute briciole di forfora. Mi spiaccico contro il muro, stirando il collo e abbassando il mento, per stargli il più lontano possibile. Lui aspira lunghi sorsi di fumo mentre mi racconta di come ha trascorso il weekend con il figlio, di quanto si sono divertiti nella sua casa sul lago, della meravigliosa vista, di quanto gli piace stare con i vecchietti del paese a bere vino rosso e giocare a carte.

La sigaretta è finita ma lui non sembra volere entrare. Mi dice: raccontami di te, dove hai conosciuto Ludovica, che cosa fai nella vita. Io parlo brevemente del giornale in cui ho lavorato per quasi tre anni, del fatto che ora sono in cerca di collaborazioni. Entro nel dettaglio dei miei settori di competenza ma dico anche che posso reinventarmi, cambiare, specializzarmi su altro, che insomma va bene qualsiasi cosa pur di lavorare. Lui si mordicchia le labbra e fissa i mozziconi nel posacenere. Dice: non so quante possibilità ci siano per te, in effetti, sai c’è un sacco di gente che vuole scrivere per noi. Però tu mi sembri una persona interessante. Che ne dici se una sera ci mangiamo qualcosa insieme?

La parola cena, che lui non ha pronunciato, è un proiettile che mi perfora il cervello. Precipito nella buca dalle pareti scivolose e scure del passato. Il battito cardiaco accelera. La punta acida del suo odore mi trafigge la gola, impedendo all’aria di entrare nei polmoni. Divento bianca come il cielo di smog di questa città fatta di cumuli di cemento e alberi spogli dai tronchi bruciati dalle pisciate di cane. Lui mi chiede: c’è qualcosa che non va, sei diventata pallida tutto d’un tratto. Deglutisco e dico: niente, ho solo un calo di pressione, magari è meglio se entriamo.

Ci sediamo alla sua scrivania. Prendo il mio foglio con le proposte. Gli chiedo: posso leggerti le idee per i nuovi articoli? Lui annuisce mentre guarda il monitor del pc. Tu parla che io devo controllare la posta, mi dice, sai ho un sacco di lavoro da fare. Anzi, aspetta, c’è un’mail del capo centrale. Mi chiede di andare subito nel suo ufficio. Adesso è meglio se ci salutiamo. Devo scappare. Mandami le proposte per email e fammi sapere per la cena. Ci conto.

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2 pensieri su “L’eterno ritorno degli inviti a cena

  1. Francesca ha detto:

    Sono proprio contenta che il tuo articolo sia stato pubblicato! Per il resto, è proprio una tristezza! Quanti ricatti deve subire una donna per poter lavorare!

    Mi piace

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