Come una manager in carriera a 20 euro lordi al pezzo

Il mio secondo servizio è la presentazione di una mostra in una galleria privata nella città dai palazzi umidi a specchio, dalle gru immobili, dalle donne magre e gommose, dagli uomini rampanti coi nasi che colano. Entro nello spazio a due piani con la fierezza di chi lavora in un grande giornale, di quelli importanti, di quelli che quando dici il nome la gente si gira. Ma la donna che mi accoglie non ci fa caso. Avrei potuto dire il nome di una rivista sconosciuta e sarebbe stato lo stesso. Non mi curo di lei. Ho la mia mission, io. Mi tolgo la giacca, osservo le tele appese una ad una, ci entro dentro. Ovviamente mi sono studiata prima l’artista. Come un cane che fiuta i muri impregnati di piscio, io cerco spunti originali per cominciare l’articolo. Devo essere diversa, nuova, frizzante, per colpire nel segno. Resto lì dentro per due ore, fino a quando la donna che credo sia la proprietaria della galleria ma che non ha nessuna voglia di parlare con me – il jet set di questa city è ben definito e il mio cappotto è costato solo 200 euro – mi fa capire che sta per chiudere.

Mentre corro a casa chiamo il caporedattore che mi ascolta distratto. Sì, d’accordo, procedi, mi dice, scrivi 1500 battute, una quindicina di righe. Deglutisco. Così poche, gli chiedo. Lui si infastidisce: sarà un boxino in una pagina dove ce ne sono altri due con un pezzo portante, guarda che siamo un giornale dove vorrebbero scrivere tutti, è comunque una buona cosa. Certo, penso, tradotto in soldi sono meno di 20 euro netti ma è ovvio che non si lavora per soldi, non noi collaboratrici trentaduenni che abbiamo ormai quasi dieci anni di gavetta alle spalle. Taccio.

Salgo sull’autobus come una scatola di latta piena di liquame. Pesante e inutile. Dopo un’ora arrivo nello studio-salottino della casa da 47 metri quadri che condivido con il mio ragazzo. Mi metto al lavoro. Cerco comunque di fare del mio meglio. Mando il pezzo. Squilla il telefono: è il caporedattore. Ha la voce grave di uno a cui è appena stato detto che la giacca a cui teneva tanto e che ha portato in lavanderia non si riesce a smacchiare. Non ci siamo Olga, davvero, sono deluso. Io resto interdetta. Blatero: ma in che senso? E lui: insomma, questo articolo manca di pathos, di originalità. Sei stata lì a vedere le tele e sai fare solo questo? Voglio inghiottire una bomba a mano per esplodere all’istante. Voglio urlare: ti odio, ti odio, ti odio. Ma non dico nulla.

Mi rimetto al lavoro. Un’altra ora andata. La giornata è finita. Non sono nemmeno riuscita a cucinare il riso integrale con le verdure. Devo farmi una di quelle zuppe congelate, come una vera manager in carriera. Verso le dieci arriva un’email: ora sì che ci siamo, va molto meglio. Ti va se domani che ho il giorno libero ci vediamo per un tè?

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20 pensieri su “Come una manager in carriera a 20 euro lordi al pezzo

    • gabriele ha detto:

      “No, non mi va” va nella nuvoletta del pensiero sopra la testa di Olga, invece nell’email ci va ben altro… almeno se Olga vuole a continuare a sopravvivere nel giornalismo italico. Ovviamente se avesse altre opportunità sotto mano, non starebbe lì a venti euro al pezzo.

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      • simon@ ha detto:

        Il caporedattore ha il giorno libero, per cui l’incontro non si inserisce in un contesto professionale. Il rifiuto (gentile rinvio causa compleanno nipotino o impegno di altro tipo) ci sta.

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      • gabriele ha detto:

        Ah ah ah ah!
        Ma dai!
        “Non si inserisce in un contesto professionale”… Qui si sta parlando di gente che si porta a letto le stagiste (in quanto ne era innamorato, sia chiaro): proprio il tipo di persona che fa dei distinguo fondati sull’appropriatezza del contesto, no?

        Il discorso è molto semplice: l’interesse verso la qualità produttiva nel giornalismo italiano sta a zero (ma lo zero assoluto, -274 gradi Celsius); aprire qualsiasi medium giornalistico basta a constatarlo.
        Dunque che spinta può mai avere un caporedattore nel far collaborare Olga, se il fatto che lei sia eventualmente capace di fare buoni pezzi è irrilevante?
        Anzi, c’è probabilmente una fila lunga chilometri di persone facendo scrivere le quali si starebbe facendo un bel favore a Qualcuno che Conta, o a un Buon Amico, o a un Grande Giornalista del Passato.
        Dunque occupare un ritaglio qualsiasi di spazio del prestigioso quotidiano con una Ms. Nessuno quale è Olga non è altro che un vero spreco di opportunità strategico-politiche.

        Evidentemente però se Olga vuole costruirsi una credibilità professionale, aver pubblicato sul prestigioso quotidiano è abbastanza imprescindibile, anche solo per sperare che qualche persona meno sordida prenda in considerazione il suo CV.
        Altrimenti che cosa fa, continua a sventolare la meravigliosa esperienza da esiliata perenne in provincia?! Come sappiamo, dovuta alla sua ritrosia di fronte al fascino irresistibile del suino… ma questo chi legge il suo CV invece non lo sa; o bisogna mettere una nota a pie’ di pagina?

        Insomma, va da sé che creare una sorta di rapporto personale con il caporedattore sia fondamentale (è quello che devono provare a fare gli ostaggi o i prigionieri dei serial killer… “cerca di fargli capire che sei un essere umano”). Che questo, specialmente quando ci si trova di fronte a un narciso ossessivamente egotista, implichi una certe dose di compiacenza è altrettanto automatico.

        Il punto è non trascendere nella profferta sessuale, a meno che Olga non abbia consapevolmente preso tale decisione; qualcosa però mi dice che così non è stato, altrimenti non sarebbe qui a scrivere un blog, bensì a recensire mostre nella Milano Dabbene con un cappotto dotato di uno zero in più.

        Saluti, G.

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      • simon@ ha detto:

        Gabriele,

        il caporedattore si porta a letto le stagiste perché quest’ultime ci stanno. Se Olga avesse gli stessi valori morali delle stagiste qui citate non avrebbe cominciato questo blog. Di sicuro non mi aspetto che lui faccia i dovuti distinguo.

        E’ vero che non conosco affatto il mondo del giornalismo italiano (mi informo soltanto su quotidani online le cui analisi mi sembrano serie), ma se le vicende descritte nei post di Olga rappresentano una banale quotidianità, ritengo che ci siano responsabilità da ambo i lati.

        A differenza di lei, Gabriele, ritengo che il punto sia proprio trascendere nell’offerta sessuale e vivere con la consapevolezza che il salto di carriera non abbia nulla a che vedere con qualità professionali.

        Non vorrei sbagliarmi, ma esistono esempi di nuovi prodotti disponibili solo in versione digitale che stanno risollevando la credibilità del giornalismo italiano. Mi riferisco, in particolare, a Linkiesta, ilpost.it, lavoce.info, etc.

        Che cosa impedisce ai giovani (e meno giovani) giornalisti di organizzarsi e creare un sito di informazione? Perché invece di scannarsi per un posto da precario/a a vita (con tanto di prestazioni in natura) non prendono l’iniziativa e cominciano un progetto di testata indipendente?

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Mi mancava la retorica del conncetto di colpa dei “giovani” che non sono imprenditori di se stessi…Non siamo nella Silicob Valley. Qando nacque il post Madron aveva a disposizione 3 milioni di euro (e stipendi medi di 800 euro).Simon@ stupiscimi con riflessioni più sottili, ti prego 🙂

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      • gabriele ha detto:

        L’uscita sulle “responsabilità da ambo i lati” secondo me non è accettabile, a livello di consapevolezza della realtà… Significa chiudere gli occhi sull’esistenza di relazioni di potere asimmetriche.

        Io sinceramente non me la sento di entrare a giudicare i “valori morali” delle stagiste, per vari motivi, primo fra i quali il fatto che per esprimere un giudizio morale su questioni così al limite non si può prescindere da un contatto esistenziale con la persona in questione. Altrimenti si fa una crociata contro figure astratte, poco più di stereotipi, e non si comprendono i fenomeni. Ma di ciò su questo blog si è molto parlato in passato.

        Mi limito a constatare come a fronte di questi presupposti, illudersi di risolvere la faccenda liquidando un invito extraprofessionale con una scusa sia ridicolmente ottimistico. Funziona una volta, e quella dopo? Sei da capo. Il gioco è in realtà molto scoperto, se Olga contraria il caporedattore per lei è finita. Quindi, stante il fatto che non vuole compiacerlo, deve evitare di contrariarlo senza con ciò dargli soddisfazione. Facile a dirsi.

        Così come è facile a dirsi il “fonda questa, fonda quello”. Bisognerebbe vedere i conti. Non è che nessuno ci abbia mai pensato, eh! Il problema è che questa idea dell’imprenditoria giovanile o indipendente è l’ennesimo lascito putrescente del ventennio di cultura berlusconiana.
        La caratteristica dell’imprenditore è (dovrebbe essere) quella di fornire il capitale esposto a rischio di impresa.
        Per definizione, dunque, è un ruolo per soggetti economicamente o politicamente “coperti”.
        Oltre ai casi riusciti (dietro i quali poi bisogna vedere i dettagli), bisognerebbe fare il conto su quelli andati storti, e pesare un po’ le percentuali: l’Italia negli ultimi anni ha stracciato tutti i record di imprese morte neonate. Chi si fa carico delle spese annesse? In Italia se fai un fallimento – e non hai i dovuti agganci – sei fuori dal credito per sempre. Per fortuna questo pericolo è poco incombente… visto che senza agganci le banche oggi come oggi non ti finanziano nemmeno!

        Un sito non basta scriverlo, bisogna anche spingerlo. Ci si costruisce una cerchia di lettori, ma poi è difficile fare numeri seri, dato che nemmeno i “grandi” ne fanno.
        Io ho esperienza di alcune testate giornalistiche specializzate online, in una ho anche lavorato. Tutte esperienze di buon successo, funzionali e solide, visto che reggono da ormai oltre un decennio. Ovviamente l’ho fatto per passione e volontariato, visto che non si guadagna nemmeno un euro.
        Infatti l’altro mito (questo non berlusconiano, almeno non direttamente) è quello dell’onnipotenza di internet: ma anche qui bisogna vedere i numeri, scoprire che l’Italia è una situazione drammatica per connettività e fruizione di informazione online, capire che se una ristrettissima fascia sociale è integrata alla rete, i grandi numeri ne sono ancora fuori (se non per, quando va bene, reti sociali e messaggistica fruiti da cellulare).

        Quando la gente fa questi discorsi, io di solito rispondo, un po’ come fa qui Olga: “Su, spara una cifra. Secondo te quanto serve? Prova e ti dico se indovini… visto che io i conti li ho fatti”.
        Per non dire dell’altra orrenda questione per cui queste peraltro meritorie esperienze (esattamente come fanno quelle di altri, anche nobilissimi, quotidiani cartacei) spesso si reggono sullo “sfruttamento”, magari consapevolmente e benevolmente accettato, dei lavoratori.
        “Così fai esperienza”, “così cominci”, “fallo per crescere professionalmente”, “dai che poi ti taggo”.
        Quando va bene, come è il mio caso in una realtà francamente amatoriale, sei lì in una dozzina di appassionati che, tutti quanti, lo fanno per hobby. Una fanzine, diciamo.
        Quando va male, chi regge la baracca si prende gli onori, mentre gli oneri sono per chi lavora mangiando illusioni e ingrassando speranze.
        Questi sì che sono valori morali.

        Saluti,
        G.

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  1. Francesca ha detto:

    Che tristezza! Fai come me, cambia aria! Io sono rinata.
    Riscrivo il commento riveduto, nel caso sia finito nella spam. Se l’hai cancellato, mi devi spiegare il perché, dato che succede spesso.

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  2. simon@ ha detto:

    @Olga

    Difficile veicolare i toni nei commenti, ma ti assicuro che le mie non erano domande provocatorie o retoriche. Quali difficoltà si pongono a creare associazioni che permettano di dimostrare il talento in misura nettamente maggiore a stage non remunerati e che prevedono articoli su cui altri mettono la firma?

    Non sto dicendo che é tutta colpa dei giovani. Mi sfuggono i motivi per cui ci mettano così a lungo a capire che, in un paese dove le maggiori testate sono finanziate dall’editoria, dove il clientelismo, la “prostituzione” e le raccomandazioni sono i criteri di selezione per posti decentemente remunerati, o ci si logora in battaglie etiche a discapito della salute mentale oppure si comincia a guardare altrove.

    Altri progetti, come, ad esempio, scrivere un libro, acquisizione di competenze accessorie ma utili nel giornalismo (tecniche SEO, crittografia per le comunicazioni con le talpe, fotografia, apprendimento avanzato di una lingua, etc.), blogs, etc. Perché sopportare vessazioni fino e oltre i trent’anni? Non é meglio dedicare metà del tempo ad altre attività?

    In questo senso attribuisco loro parte delle colpe. Regna ancora l’illusione che lavorando sodo si venga premiati. Non é così, mi sembra palese.

    Vorresti farmi credere che blog di successo non esistono? Se l’Italia non offre prospettive adeguate allora, magari, bisognerebbe prendere in considerazione l’idea di diventare bilingue.

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  3. simon@ ha detto:

    @gabriele

    Esprimo considerazioni morali per molto meno e non me ne vergogno. Una che ottiene una promozione perché si é fatta il capo ha lo stesso valore di uno/a che ha ottenuto un posto perché raccomandato/a. Se non sono le qualità professionali alla base di un avanzamento di carriera, allora queste persone non meritano il mio rispetto.

    Mi stupisce, invece, essere l’eccezione, quella che si scandalizza se una stagista va con un caporedattore. In altri paesi il caporedattore sarebbe immediatamente disoccupato.

    Me lo immaginavo che le collaborazioni online non fossero pagate e hai perfettamente ragione a lamentarti della velocità di connessione. Ma a che servono anni di stage non retribuiti? A questo punto non é meglio il volontariato?

    Pensate a tutti i soldi che hanno speso i vostri genitori nel mantenervi mentre vi facevate sfruttare da chi riceve milioni di euro (sempre dai contribuenti). Ci vuole così tanto a capire che le sovvenzioni pubbliche ai giornali permettono di stipendiare adeguatamente solo raccomandati e relazioni clientelari? Quanti giornalisti conosci che, dagli anni ’90 ad oggi, hanno fatto carriera grazie al valore professionale? A me viene in mente soltanto Roberto Saviano, il quale ha rischiato la vita per denunciare le attività mafiose.

    Non conosco il mondo del giornalismo, ma ti posso garantire che me ne sono andata via dall’Italia appunto per questi motivi. E per vicende molto meno estreme di quelle che racconta Olga.

    Ad un certo punto bisogna capire quando é ora di smettere, di cambiare direzione, di darci un taglio. Senza un minimo di autostima ci sarà sempre un porco capace di dettare le regole del gioco.

    Non credo che arricchirsi su Internet sia facile. Ma apre ad un pubblico più largo. Per esempio, ci sono molti italiani all’estero e pochissime fonti di informazione in più lingue.

    Faccio un esempio banale: il caso della donna che ha avuto un cesareo forzato in UK e la cui figlia sta per essere adottata. Vedessi la stampa inglese come ha coperto la storia!!! Ogni decisione dei giudici é stata pubblicata e sintetizzata, mentre dei tribunali italiani non si é saputo nulla. Quanti inglesi avrebbero consultato quelle sentenze? Il caso ha suscitato reazioni in tutto il mondo.

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    • gabriele ha detto:

      Ma a chi parli, o di chi parli? Scrivi @gabriele, ma i miei genitori dalla laurea in poi non hanno speso un euro per “mantenermi mentre mi facevo sfruttare”.

      E magari molta gente non si lancia in mirabolanti trovate imprenditoriali proprio perché servono “SOLDI”, tanti “SOLDI”; o non fa corsi e corsetti perché non ha tempo, visto che è impegnata a “farsi sfruttare” per mangiare.

      Guardare a “altre attività”. Ma quali altre attività, poi? Ne passiamo una girandola.
      “Altre lingue”… io ne padroneggio tre, e come me tanti altri. Non è che con questo le imprese ti vogliano assumere, eh.

      Qui sembra che la gente viva sulla luna, altro che in un altro paese.

      Ma quante diamine di volte abbiamo già smesso, dato tagli, cambiato direzione, e fatto piroette, più che svolte? E a che serve? A sminuzzare il proprio profilo, a essere divisi tra ambiti e professioni, a sparpagliare i propri contatti (l’unica cosa che conta)… certo, a tirare a campare – ed è per questo che appunto lo facciamo -, ma senza mai nessuna prospettiva degna di questo nome.

      Non ci vuole un genio a capire che i lavoratori, se non sono tutelati dalle leggi, sul mercato sono solo un vaso di coccio, perché hanno la necessità di sopravvivere.

      Si chiama “proletariato”, anche se adesso suona strano applicare l’etichetta a chi fa professioni intellettuali (visto che le altre precipitano verso l’estinzione anch’esse, tra l’altro).

      Ci sono voluti decenni di lotte, più di un secolo, per costruire un sistema nel quale i lavoratori potessero essere relativamente liberi; negli ultimi vent’anni è stato smantellato con il beneplacito di partiti e giornali presuntamente di sinistra: le conseguenze sono la totale impotenza di chi non possiede dei capitali.

      Sono fenomeni noti e studiati, non si spiegherebbe altrimenti come sfruttamento e schiavismo abbiano imperversato in lungo e in largo per tutta la storia dell’umanità: le strutture sociali sono più determinanti che i begli auspici dei singoli.

      Comunque questa incapacità di leggere la realtà è una delle cause della situazione presente, non ci piove.

      Ah, per la cronaca, anche io me ne sono andato all’estero. Ma illudersi che il male sia confinato a sud delle Alpi è davvero peregrino. In tutta Europa si assiste al ritorno delle idrofobie nazionaliste, alla distruzione delle garanzie minime che davano un senso allo stato (sanità e istruzione pubbliche). Inghilterra in prima fila.

      Questa è la vera immoralità, non “la sventurata” che va a letto col caporedattore, e della quale non sappiamo nulla. Magari lo fa per sfamare i genitori invalidi, e allora è un’eroina, no? 😛

      In altri paesi “istituzioni nazionali” come la BBC coprono un pedofilo per anni, poi tutti si indignano, è chiaro, ma rigorosamente ex post.
      Facile ragionare per stereotipi…

      Saluti,
      G.

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      • gabriele ha detto:

        Come si dice in spagnolo… “¡me meo!” (me la faccio sotto dal ridere).
        Cito solo questo meraviglioso brano:
        “First, integrity. Real journalists are not for sale, not for insider access, a free lunch or the prospect of a future book contract. The best journalism is about truth-seeking and truth-telling; it’s meant to serve the public… Another thing I’m certain of: that the press is not supposed to be cozy with the powerful… Another certainty is the need to get it right. Journalism needs the strongest possible commitment to accuracy and its close cousin, fairness. Yes, we’re all in the biggest rush in the world to get the news out fast. But verifiable truth is more important than ever”.
        Questo lascia aperte solo due ipotesi, entrambe inquietanti.
        O ci è, o ci fa.
        Anche Sofri non dimostra di avere molti lumi quando imputa solo “retorica” a questo brano; il problema di questo brano è il medesimo delle teorie (ormai smentite e smontate) sul “libero mercato autoregolantesi”, sulla “concorrenza perfetta” e così via: il problema è postulare qualcosa la cui attinenza con il reale è così ridotta da verificarsi, se mai si verifica, per puro accidente.
        Quell’accidente si usa poi per costruirvi sopra un’illusione consolatoria, rinunciando però, definitivamente, a cogliere quelle che sono le reali dinamiche dei fenomeni.
        Poche speranze per un mondo in cui chi assurge a esempio e auctoritas lo fa con così scarso rispetto per l’intelligenza propria e altrui.

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  4. Max Min ha detto:

    CIao, ho trovato questo blog per caso, ne avevo letto qualche pezzo e mi è sembrato molto carino. Oggigiorno forse converrebbe abbandonare completamente la “carta” e rivolgersi ad altri strumenti, vedi rete, con una visione più orientata al futuro e con uno strumento di sicuro più meritevole. Al contrario della carta stampata, su una pagina web si può vedere chiaramente l’interesse per un articolo o no. Il difficile è monetizzare questo lavoro. In Olanda avevo sentito di un “sito” che sta cercando di fare con gli articoli quello che è stato fatto con la musica con itunes: tu paghi per il pezzo che leggi, non per tutto il giornale. Quello che non so, non essendo del ramo, è se tu pubblichi un pezzo ed un altro te lo “copia”, tu puoi rivendicare un “copyright” sulla notizia (a meno che ovviamente quest’altro non aggiunga del suo)? Questo, secondo me, potrebbe essere un ottimo strumento per dar spazio a chi sa scrivere, sempre che si riesca a monetizzare…

    Complimenti e saluti

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie a tutt* per i commenti. Quest’idea da Silicon valley de noantri di diventare manager di se stessi nel mondo del giornalismo mi fa venire l’appendicite che da piccola non mi sono tolta. Perfavore, abbiate pietà di me e di tutti gli sfigati italiani con lavori da fame. Se invece vogliamo metterla sul piano che è meglio emigrare per cercare di avere uno stile di vita dignitoso, già mi sento meglio. Ma che si possa vivere aprendo siti online senza un budget consistente di partenza e riuscire a guadagnarci accumulando uno stipendio vi prego raccontatelo nelle favole che leggerete ai vostri figli visto che noi precari non ne avremo. Anche la possibilità di campare vendendo articoli online come auspicato da Max min la vedo dura. Sull’argomento c’è una nutrita letteratura in inglese. Basta solo che mettiate le parole chiave su Google e capirete che cosa intendo. Ah, dimenticavo. Ricordiamoci poi che a fare la predica del self-made-journalist è una cricca di raccomandati. Leggetevi le biografie di chi dice certe cose – le trovate su wikipedia e i retroscena su Dagospia – prima di prenderle per oro colato o semplicemente per consigli da tenere in considerazione.

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  5. Silvio ha detto:

    Sai come si dice, no? “Per noi figli di papà è ancora più dura che per gli altri: dobbiamo dimostrare costantemente di essere bravi il doppio per fugare i sospetti”.
    Poverelli !
    😀

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