Di marchi sulla fronte, recriminazioni da loser e della natura dell’essere tutti puttane

Interrompo temporaneamente il racconto di Porco Secondo. Emotivamente non è un buon periodo per continuare a esplorare il mio passato. Nei mesi scorsi ho perso il lavoro che pensavo che mi avrebbe permesso di arrivare a una soglia di sopravvivenza in questa paese malridotto. E’ stata l’ennesima di una serie di perdite. Mi ha riempita di un dolore acuto e silenzioso. Un dolore che mi ha seccato le vene, piantato due chiodi nelle pupille, staccato le falangi delle dita, strappato una vertebra lombare. E’ un qualcosa che mi ha riempito le orecchie di cera bollente e la bocca di ortiche crude, appena raccolte.

Per un mese sono stata seduta sul divano senza riuscire ad alzarmi, fissando il muro bianco. Per un giorno intero mi sono chiesta da dove venisse, il colore bianco. Lo so che è la somma di tutti i colori della luce. Ma se io li sommo fisicamente, mettendo insieme 12 diversi tipi di tempera, ad esempio, il bianco non mi viene. Ho pensato che il bianco è un miracolo.

Ho pensato tante altre cose in quei giorni. Che avrei dovuto studiare medicina. Anzi, ingegneria. Anzi, avrei dovuto imparare a fare il gelato, come mi aveva consigliato mio padre una volta finita Filosofia. Invece di farmi due anni di master di giornalismo, apprendere l’arte del gelato sarebbe stato meglio. Almeno ora avrei una gelateria tutta mia in Cina, ad esempio, e parlerei il cinese. E potrei pensare ad aprirne una nuova in Tailandia, oppure in America. O magari in Australia.

Ho pensato che sono stata un’idiota ad avere buttato via tutti questi anni così, sperando di potere fare la giornalista. Mi sono accusata di un’ennesima mancanza di strategia, di essere stata troppo poco determinata nel chiedere garanzie, di essermi piegata alla precarietà sapendo, dentro di me, il rischio che correvo. A togliermi l’ultimo lavoro è stato, di nuovo, un uomo. Questo uomo però non ha mai fatto avances sessuali. Semplicemente dava per scontato che fosse giusto che io lavorassi per lui a 300 euro al mese in media, che venissi pagata circa 6 euro lordi all’ora, senza alcun contratto, senza alcuna garanzia. Per fare la giornalista. Per mettere al suo servizio l’esperienza accumulata in 10 anni. Quando ho detto che non andava più bene e che volevo un aumento oppure un contratto, mi ha lasciata a casa. Il mio posto l’ha preso un’altra precaria che non si lamenta.

Ieri ho letto che al concorso per la Rai indetto per assumere a tempo determinato 100 giornalisti, si sono iscritte meno di 5mila persone. Il sindacato dei giornalisti si è stupito perché pensava che ci sarebbero stati almeno 15mila candidati. Io non mi stupisco. Io sono tra i 10mila che non hanno fatto domanda né la faranno mai. La stanchezza è qualcosa che a 20 anni non ti spieghi, ma superati i 30 diventa un concetto ben preciso, che ti trapassa ogni singola cellulare del corpo, che ti gonfia le palpebre e, come un bulino, scava le due rughe in mezzo alla fronte, proprio sopra il naso. Ho scoperto che ci sono dei cerotti che si possono mettere la notte per interrompere lo scavo. Li vendono negli Usa. Se avessi fatto la gelataia ora potrei permettermi delle punture di botulino per togliere questi solchi alla Fallaci. Sulla mia faccia non vanno bene. Non sono il segno di viaggi, soli, interviste, di sette anni in Vietnam. Sono solo il marchio della delusione.

Fare la gelataia non era l’unica soluzione. Avrei potuto starci. Con i porci intendo. Ora non sarei qui a recriminare. Ora non avrei le rughe. Ora avrei un buon lavoro. Avrei dovuto fare come si dice in questo libello uscito di recente. Il titolo è emblematico: Siamo tutti puttane. Come ho fatto a non pensarci prima? Io avrei potuto essere lei, l’autrice del libro, e non una loser che guarda il muro bianco. In un’intervista l’autrice di Siamo tutti puttane dice: “Io non ho difficoltà a definirmi una puttana, tra le puttane e i puttani d’Italia. Cerco di coltivare le relazioni personali che possono essermi utili: l’interesse personale è democratico e muove il mondo”. Dunque ora mi è tutto chiaro. In questi anni io ho tradito la mia vera natura umana. Così dice la presentazione del libro: “possediamo tutti quanti, maschi e femmine, un pizzico di quella boccassiniana «furbizia orientale» che ci rende profondamente liberi di sgomitare per autodeterminare la nostra vita”.

Forse potrei chiamare i porci, scusarmi e dire che ho cambiato idea. Chiedere se, cortesemente, mi danno una seconda possibilità.

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22 pensieri su “Di marchi sulla fronte, recriminazioni da loser e della natura dell’essere tutti puttane

  1. E. ha detto:

    Uff… io sento angoscia per le puttane, che si devono vedere insultate e ribassate nel paragone con personaggi come l’autrice di questo libello che citi, Olga. E insultata e ribassata la sofferenza e la dignità di tante donne che hanno dovuto e devono esercitare la prostituzione contro la loro volontà. Ti invio un saluto e tutta la solidarietà.

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  2. Libera ha detto:

    Cara Olga, hai tutta la mia solidarietà e mi dispiace veramente che il mondo del giornalismo sia ridotto in questo modo. Per quel che mi riguarda ho mandato a quel paese un datore di lavoro che dopo più di dieci anni di precariato mi ha proposto uno stage. Un giorno ho incontrato una ragazza che mi ha raccontato che suo padre, all’età di cinquant’anni ha perso il lavoro. Non si è messo a cercarne subito un altro, non si è strappato i capelli, non è andato ad iscriversi nelle liste: si è messo a meditare. E gli è arrivata quell’illuminazione, quell’idea che poi ha cambiato la sua vita in meglio. Mi è piaciuta molto questa storia e mi piace raccontarla. Tu sei molto più giovane e sono convinta che troverai la cosa giusta per te. Dopo esserti leccata le ferite ti rialzerai e ti auguro di tutto cuore che questo succeda presto. Non permettere a quella gentaglia di distruggerti. Sono loro che non vanno. E’ questa società che fa schifo. Non sei tu, non siamo noi. Con amicizia.

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  3. fabbaf ha detto:

    Carissima,

    la scelta di puntare i piedi e dirgli o mi date garanzie o cercatevene un altro è stata molto coraggiosa. Te lo dice un precario che da ormai sei anni si porta a casa i suoi miserevoli trecento euro al mese e continua a tapparsi la bocca, sempre più amara. Il coraggio che uno che non conosce il settore o non ha mai avuto il sogno di fare del giornalismo il lavoro della vita non potrebbe neanche immaginare. Non sanno che ingerire così tanti bocconi amari è frutto della potenza di un grande Sogno che solo qualche pazzo ostinato “idealista” kamikaze può sopportare. Parlo ovviamnete di lo insegue senza padri nè padrini alle spalle, di chi per rispetto della propria dignità non scende a patti.

    Sopportare a lungo sì, ma non per sempre, dopo che si sono superati i trenta. Bisogna pensare anche al futuro prima o poi. E così, dopo anni, preparo il terreno e mi accingo a chiudere la porta alla testata per cui lavoro e ad espatriare, tentare una nuova avventura, ricominciare da zero, provando a rinventare un mio io, chiudendo di fatto le porte alla mia professione, al mio grande Sogno che diventerà una profonda ferita e poi una cicatrice. E forse un giorno sarà di nuovo vita.

    “Ho pensato che il bianco è un miracolo”. No, la tua scrittura è un miracolo, dico davvero, è capace di scuotere l’anima del lettore, anche quella di chi ormai credeva di non possederne più una.

    Mi auguro scriverai un libro un giorno, sono sicuro che sarà un gran libro, se lo riempirà della tua qualità e della tua originalità. Non di un certo femminismo becero mosso dal rancore, che ogni tanto emerge. I pervertiti si trovano sempre, anche a lavoro, ma non credo sia per questa ragione che tu sei ancora precaria, visto che siamo più o meno nella stessa barca e io ho la barba e sono altrettanto instabile e scoraggiato. A me capita di avere a che fare con delle colleghe che sono delle grandi troie, in senso letterale e in senso morale, ma non per questo mi azzarderò mai a dire che, conosciute loro, tutte le donne del mondo sono troie. E in questo errore tu spesso ci cadi. Se sei ancora precaria non è perchè i maschi fanno tutti schifo ma perchè è il giornalismo è una casta, delle più rigide, e se non hai l’appoggio di qualcuno non vai da nessuna parte, senza scendere a compromessi di ogni sorta. Che sia maschio o femmina loro vogliono che in qualche modo scenda a patti, che perda il tuo io o che lo doni a loro. Una sorte di sacrificio umano in onore della casta. Dopo forse ti concederanno un sorriso. E sarà troppo tardi perchè non sarai più tu.

    Un abbraccio.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Ringrazio tutte e tutti per i calorosi commenti.
      Mi scuso per la semplificazione che ho fatto sulla questione “puttane”. Dovrei scrivere un post ad hoc. Perché la questione è molto complessa e non può essere semplificata. Ora vorrei solo dire, come ho già ribadito una volta, che io non mi sento assolutamente “migliore” di una sex-worker vera e propria, di chi cioè si vende per soldi. Scriverò in proposito più avanti.
      Quel che mi preme adesso è di replicare al collega che mi rimprovera un certo “femminismo becero”. Grazie per i complimenti, caro collega. Se la mia scrittura fosse davvero così azzeccata, però, tu ora non scriveresti certe cose. Cioè io ho fatto di tutto, in questo blog, per fare entrare le lettrici e i lettori nel sistema maschilista in cui siamo immersi e tu mi dici che il maschilismo non esiste. Dire che viviamo in un sistema maschilista, cioè in cui c’è una penalizzazione di genere, non significa che i maschi sono cattivi e le donne sono buone. Certamente io mi sento molto più vicina a te, nello spirito e nella sfiga, che sei un uomo, di quanto non lo sia alla Marcegaglia o la Todini, per esempio, che sono donne. Questo perché non è “solo” il genere a fare da componente alle discriminazioni. Come ben osservi tu ci sono la classe, la volontà di accettare i compromessi, la capacità di essere dei lecchini. E aggiungo, ci sono quindi la famiglia di provenienza, la nazionalità, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, l’età, la dis/abilità. Detto questo, quel che risulta da diversi rapporti sul mondo del lavoro, sull’occupazione, sulle violenze, e che risulta dalla mia esperienza – e questa certo è una valutazione empirica – è che essere donna oppure essere uomo fa la differenza nel mondo del lavoro italiano. E nel giornalismo in particolare. Ecco un link con alcuni dati: http://www.donneuropa.it/idee/2013/10/22/donne-al-comando-delle-redazioni-in-italia-solo-l11/. Il punto comunque non è che le donne poverette sono discriminate. Il punto è che in Italia- ma non solo, come vedi dai dati – le donne pagano ancora una situazione di subordinazione che è perdurata per secoli. Io non dico che mi trovo nella situazione in cui sono solo perché sono donna. Ma l’appartenere al genere femminile sicuramente ha avuto il suo peso. Quanti uomini conosci che sono stati oggetto di sexual harassment nelle redazioni in cui hai lavorato? Quante colleghe donne assunte hai avuto? Quante cape donne? Quante donne che sono rimaste incinta e che conosci hanno perso il posto a causa della maternità? Le troie di cui parli quante sono?
      L’essere donna e precaria può portare a discriminazioni maggiori dell’essere uomo e precario. Così come essere nera, lesbica, donna, precaria, disabile può portare a discriminazioni maggiori dell’essere uomo, eterosessuale, bianco, middle-class, precario. Certo, essere donna Marcegaglia porta ad avere dei privilegi maggiori che essere uomo, bianco, middle-class, eterosessuale. Ma quante Marcegaglia ci sono?
      Comunque il punto non è fare una classifica dei fattori di discriminazione. Il punto è cercare di capire i meccanismi che regolano la società in cui viviamo. I meccanismi di potere nascosti dalla quotidianità, dai gesti che si ripetono, dalla cronaca, dalla politica. Quel che mi è accaduto per ben due volte nella vita, per un tempo prolugato ogni volta, è che sono stata ricattata sessualmente sul lavoro. Questo mi ha portato iniziare un’indagine a diversi livelli. E uno di questi livelli comprende la coscienza di fare parte di un genere che viene discriminato. Mi sembra davvero un procedimento ovvio. Basterebbe leggere un pezzetto di qualche autore poststrutturalista per rendersene conto. Basterebbe un pezzetto di Derrida, che giustamente parla di fallologocentrismo. Basterebbe un pezzetto di Foucault, un po’ di Deleuze.
      Quel che ci resta, in questa melma in cui siamo immersi, è la possibilità di guardare al di là del nostro naso. Facciamolo. Non cadiamo nella rete del: è tutto uguale è tutto uno schifo per tutti. E’ tutto uno schifo, sì, ma ci sono dei meccanismi ben precisi e delle responsabilità in questo schifo.

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  4. slottopersio ha detto:

    Cara Olga, mi dispiace sentire di questa brutta notizia. Sono reduce dal festival del giornalismo di Perugia in cui si è vista bene la differenza tra gli ospiti italiani e internazionali. I giornalisti (soprattutto i direttori di giornali) italiani vivono fuori dalla realtà, in una casta che non vuole rinnovarsi, che ha paura di internet e che, come ha detto Luca Sofri, consiglia ai giovani di scrivere per passione e non per guadagno. Insomma, uno schifo.
    Ti auguro di ritrovare le tue energie, di concentrarti su te stessa e di tornare a dedicarti al blog, magari di tradurlo, magari ancora di scriverci un libro – qualcuno dovrà pure rispondere alla Chirico, no? 🙂 In bocca al lupo!

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Sofia, ti ammiro per avere avuto la forza di andare al festival del giornalismo di Perugia. Ho sentito le sparate di Sofri. Lui e la sua combriccola di saputelli con reddito assicurato – l’unica spiegazione che mi do per certe dichiarazioni – dovrebbero smetterla di dire certe sciocchezze nel rispetto degli altri che invece fanno del giornalismo un lavoro. Grazie per tutti gli auguri, speriamo che si avverino. Alla traduzione ci penso. Ho bisogno ancora di un po’ di tempo.

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  5. fabbaf ha detto:

    No, collega, la tua scrittura è davvero azzeccata, ed è una cosa che non dico o penso spesso. Dovresti scrivere un libro prima o poi. Chiaramente ognuno ha la sua visione delle cose, ma questo non toglie nulla al tuo stile, al tuo dono naturale. Veramente brava.

    Non dico che il maschilismo non esiste. Ma tantomeno dico che il femminismo non esiste. Solo che nei fatti, forse a ragione o forse a torto, la parola maschilismo mediamente, nel senso comune, ha un’accezione molto negativa, e la parola femminismo no. Eppure io ritengo il femminismo una forma di razzismo al pari del maschilismo. Giusto per fare un esempio, senza scomodare grandi pensatori, dai un’occhiata a come vengono descritte in wikipedia le due parole e te ne accorgerai. Certo wikipedia può essere un esempio banale, ma sai quanti milioni di persone consultano ogni giorno quel sito?

    Terza e ultima cosa, io non ho mai detto che tutto è uguale e tutto fa schifo, anzi. Dico che bisogna guardare oltre il sesso di appartenenza, dico che il problema è molto più complesso, che secondo me riguarda il concetto di casta, di difesa del potere e dei privilegi, riguarda il forte (quello che la società intende per forte, ossia chi ha potere e le giuste conoscenze) e il debole (chi non ha potere nonostante possa avere molto più coraggio, forza e, spesso, passione del potente). Ti ripeto, secondo me non è assolutamente una questione di uomini o donne, è una questione di chi ha potere e chi non ce l’ha, di chi ha dignità e di chi non sa manco cosa sia, di chi lotta per la meritocrazia e di chi ne fa volentieri a meno.

    Non aggiungo altro altrimenti rischiamo di buttarla in polemica, e non mi sembra proprio il caso dato che, io maschio e tu femmina, siamo nella stessa identica barca.

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    • gabriele ha detto:

      Non entro nel merito dell’argomentazione, ma sarebbe come dire che “colonialismo” e “decolonizzazione” siano forme di violenza politica paragonabili.
      Ci tengo a sottolineare che, nel fare questo esempio, sono ben consapevole del fatto che i processi di decolonizzazione furono tutt’altro che incruenti o esenti da problemi.
      Nondimeno, i due processi non sono nemmeno vagamente avvicinabili dal punto di vista di un giudizio storico: e questo senza arrivare a parlare di equiparazione etica.
      Parimenti, accostare maschilismo e femminismo ha un che di assurdo quando pensiamo che staremmo paragonando un tratto onnipervasivo delle società occidentali nel corso di quattro o cinquemila anni suppergiù, con un movimento di riflessione e rivendicazione che ha assunto spessore e struttura da un paio di secoli al massimo.
      Oltre al assurdo, c’è però anche dell’osceno nella proposta di una simmetria: da una parte c’è un fenomeno che accentra potere e privilegi, che definisce e realizza una superiorità; dall’altra parte, la richiesta di scardinare una delle più radicali fonti di diseguaglianza e discriminazione.
      Se femminismo e maschilismo ricevono una connotazione differente, è perché le due parole hanno referenti assai differenti…

      Le linee di demarcazione del potere e del privilegio sono in effetti molte e complesse. A maggior ragione chi per qualche verso appartiene a una categoria “oppressa” dovrebbe ben comprendere che cosa significa tale condizione.
      E, come dice Olga, si può essere doppiamente, triplamente, quadruplamente oppressi: se ammettiamo che la barca è la stessa, va detto che qualcuno sta in terza classe, ma qualcun altro in sentina.

      Anche Olga può perdere il lavoro a causa delle dinamiche di precarizzazione aggressiva a cui siamo sottoposti, senza specifiche implicazioni di genere, almeno non immediate o non lampanti a prima vista: è infatti, se ho ben capito, quel che le è capitato di recente.
      Ma, in sovrappiù, Olga ha anche perso importanti e sudate occasioni lavorative – nel suo caso, per nulla affatto conquistate “grazie” all’essere donna – per il semplice fatto di aver rifiutato un ricatto sessuale.
      Capita anche agli uomini (e subito ne esce un film…!), ma l’incidenza del fenomeno e quindi la probabilità di esserne vittima è decisamente minore. Una tegola in meno che ti può cascare in testa.

      Se vivi in una zona altamente contaminata, hai un rischio più alto di beccarti un cancro. Ma se, in aggiunta, lavori pure in petrolchimico o in una miniera di amianto, il rischio aumenta ulteriormente. Di un fattore non indifferente.
      Lasciar da parte la riflessione sui temi di genere “perché il precariato è epidemico” sarebbe come dire… “ma chissenefrega della sicurezza in fabbrica di quei lavoratori del petrolchimico: in fin dei conti, già vivono in una zona intossicata di diossina, proprio come noialtri (che abitiamo in un quartiere contaminato, ma di lavoro magari facciamo le guardie forestali)! Siamo tutti sulla stessa barca!”. Sì, nella metafora se ti ammali di tumore sarai “tanto ammalato” come qualcun altro.
      Ma le probabilità sono diverse, e le complicazioni possibili pure…

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie Gabriele per il contributo. Il paragone mi sembra azzeccato. E’ una questione di livelli, che non si annullano gli uni con gli altri. Credere che esista il maschilismo non significa negare il precariato. Mi rendo anche conto che la coesistenza dei problemi, la complessità della realtà, non sono semplici da capire. Servono immaginazione e allenamento. Servono strumenti critici.

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  6. Daniela ha detto:

    Olga, che dire che non sia già stato detto? And I Tiresias have foresuffered all enacted on this same divan or bed… cito solo perchè quel passaggio mi entrò nel cuore a scuola e non sono più riuscita a iberarmi dal senso di squallore che emana e mi torna in mente ogni volta che mi trovo di fronte a situazioni come quelle descritte da te. Non appartengo al tuo settore, non ho nemmeno un po’ della tua cultura accademica, ma condivido l’essere donna in un mondo dove il binomio XX rappresenta professionalmente una malformazione cromosomica, un difetto congenito da tollerare e mettere in un angolo. E tra un caffè servito e l’altro, a volte penso a tutto il coraggio che ho avuto nel fare certe scelte, a tutte le critiche ricevute che si scontravano con il mio entusiasmo e la mia voglia di fare. Solo ora a 35 anni capisco quanto sono stata ingenua a credere alle promesse, a sperare di fare altro solo con le mie forze, senza amicizie altolocate nè compromessi. Non posso fare molto, se non arrabbiarmi con te ed esternarti tutta la mia stima e comprensione.

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Daniela, le tue parole mi hanno stretto il cuore. La storia che emerge dalle tue brevi frasi è preziosa. Se tu me la volessi raccontare, potrei scriverla. Vorrei sapere che cosa è successo prima di questi caffè e quali sono queste promesse di cui parli. Ma solo se ne hai voglia (incontattoconolga@gmail.com) Grazie intanto per la solidarietà.

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  7. Papoker ha detto:

    Olga,

    1) Non sei una loser: hai lottato per quello che volevi, senza scendere a biechi compromessi. Non ce l’hai fatta (per ora). E non per colpa tua.
    Saresti stata una perdente se non ci avessi neanche provato.

    2) Dopo 10 anni (e più?) di tentativi andati male (ribadisco, non per colpa tua), hai tutto il diritto – se vuoi – di dire “Basta”. Non è obbligatorio fare esattamente quello che si sogna per essere dei vincenti.

    3) è logico sentirsi dei cretini per non “esserci stata”: ora avresti avuto il tuo posto di lavoro. Ma saresti in grado di guardarti allo specchio? O ti sentiresti peggio di come ti senti ora.

    4) Non è colpa tua. E’ difficile farcela in generale. Ancora di più alle tue “condizioni”. E lo sapevi. Se “uno su mille ce la fa”, non puoi sentirti in colpa per essere tra gli altri 999

    5) Hai avuto – giustamente – il tuo momento di depressione. Bene, ora è il momento di reagire. E se non ce la fai da sola, fatti aiutare. Non dimenticare che la depressione è una malattia. A volte servono i dottori per guarire, non tutte le malattie passano da sole come l’influenza.

    6) Devi scegliere: Continuare a provarci o no. E a che condizioni. Se rimando “dura e pura” o se sei disposta a fare dei compromessi (e quali). Ma decidere di dire “Basta, è troppo” non fa di te una fallita, ma è solo la presa di coscienza di un dato di fatto.

    7) Banalovvietà: La vita non va sempre come vogliamo noi. Non per questo non si può essere soddifatti della propria vita e/o del proprio lavoro. Esistono di sicuro mille altre attività che ti possono dare le soddisfazioni sufficienti per riempire la tua vita.
    Di sicuro sai quali potrebbero essere. Beh… sceglierle al posto del giornalismo non è un’onta.

    8) So che è facile scriverne e non viverle le cose, ma vale la pena per lo meno rifletterci sopra, non credi?

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Grazie Papoker per i consigli. Non credo di essere depressa perché comunque continuo a sbattermi per cercare nuovi lavori e studio un sacco. Sto finendo un master all’estero. Questo non l’ho mai raccontato, credo che lo farò prima o poi. Ovvio che il blog, essendo sui Porci vari, racchiude i miei stati d’animo peggiori. E comunque quest’ultima mazzata è stata dura da superare. Ma credo di avercela fatta. Di sicuro mi sento meglio.

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  8. Silvio ha detto:

    Un master all’estero? Molto interessante. Credo che sia un impegno molto domandante, in termini di tempo e intensità di studio.
    Ogni problema può essere ribaltato e visto come un’opportunità, da altre angolazioni. Forse era un “segno”:
    aver perso un cattivo lavoro potrebbe permetterti di dare il 100% al master (e aprirti nuove porte dopo).

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  9. janefademerrick ha detto:

    Non sono riuscita a mettere “mi piace” all’articolo perché è veramente troppo frustrante. E questo mi fa anche pensare con che superficialità la gente mette il Mi piace anche ad articoli così disperati. Non sono giornalista ma sono nella tua stessa situazione. Venire falciata dopo 15 mesi di lavoro praticamente gratis, per rendermi quasi insostituibile alla produzione, ma sono stata sostituita in meno di una settimana, da uno che ha imparato in fretta a fare quello che facevo io, probabilmente lo faceva peggio ma che importa. L’importante è avere un risultato senza spendere soldi. e un po’ è anche colpa nostra che ci abbassiamo ad accettare i lavori mal retribuiti, come dici tu arriva sempre la “stagista che non si lamenta” dopo di noi. O la persona che non si indigna nel rivestire il ruolo di “Apprendista con esperienza”. Eppoi ci sono i raccomandati, certo. Quella che prende 2mila euro al mese per fare marketing e le sue conoscenze di base sono che il rosa va bene per le femmine e l’azzurro per i maschi. O quello che lascia che tu faccia il suo lavoro perché è il cocco del titolare e può permettersi di fare lavori personali durante le ore d’ufficio. E i figli dei nipoti degli zii. Per noi signor nessuno non c’è proprio speranza che ci salvi.

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