She is a great pussy

Qualche tempo fa Barbara mi ha scritto la sua storia. Ho deciso di raccontarvela. Una vicenda in tre puntate.

Vengo dalla provincia, da una terra di buonsenso, capannoni e produttività. Fino a quarant’anni fa qui c’erano soltanto campi. Poi è arrivata la ceramica. È stato un boom. Tutti si sono messi a produrre piastrelle con ottimi risultati. Grandi lavoratori, capaci di mettere in piedi piccoli imperi, con una fitta rete di agenti che vendevano all’estero pur parlando l’inglese come Renzi. Per conquistarsi le simpatie dei clienti li portavano a cene sfarzose, li riempivano di regali e poi tutti al night, appassionatamente. Per le donne del posto fare carriera significava passare da addette alla linea di scelta a centraliniste, poi a corrispondenti e nei casi migliori a segretarie di redazione.

Gli anni sono passati. La grande crisi è entrata nelle fabbriche. Io ho finito di studiare e ho lavorato in tre aziende. Spesso mi sono trovata addosso gli occhi dei padroni, che ti guardano con la voglia di scoparti, anche se tu non vuoi. Alcuni hanno voglia dalla mattina alla sera, non gli passa mai. Mi riempiono di complimenti, anche davanti ai clienti, anche in inglese. Ho sentito tradurre “è una gran figa” con “she is a great pussy”. Sono inorridita, soprattutto per il livello della traduzione. Io l’inglese lo so, l’ho studiato per bene, lo parlo con cura, con la pronuncia giusta.

Ma sapere le lingue non fa la differenza. Quando ho iniziato a cercare lavoro ho mandato il curriculum, con tutte le mie belle competenze. Ma da queste parti bisogna per forza compilare un modulo in cui si deve indicare, tra le altre cose, quali conoscenze o parentele si hanno all’interno della ditta. Quando ho fatto domanda in una delle aziende più prestigiose non conoscevo nessuno dentro. Non mi sembrava un problema, ero contenta di provare con le mie forze e basta. Il mio fidanzato di allora mi ha rimproverata: così non sarei andata da nessuna parte. E tramite un suo amico sono riuscita a trovare un nome da indicare nel modulo. Ma non era una persona abbastanza importante. E non mi hanno presa.

Sono comunque riuscita a strappare un primo contratto per sostituzione di maternità in un’azienda media, nel reparto di vendite con l’estero. Appena ho messo piede in ufficio la mia nuova collega mi ha accolto senza nemmeno guardarmi negli occhi, dicendo: sarà difficile sostituire il culo della Anna. I capi mi lasciavano abbastanza in pace. Io cercavo sempre di presentarmi con vestiti non vistosi, nonostante io sia prosperosa. Insomma, per nascondere del tutto le forme dovrei infilarmi in un doppio spanx e smettere di respirare. A darmi fastidio era un agente che lavorava per la zona dell’Europa del Nord. Era vicino alla pensione. Quando entrava in ufficio mi veniva sempre vicino, troppo, mettendomi la mano sulla spallo o sul fianco e alitandomi sul collo. Ogni volta dovevo trattenere un conato per quel suo odore di naftalina misto a ragù.

La palpata vera e propria è arrivata il giorno della sua festa di pensionamento. Quella sera si è sentito in diritto di abbracciarmi forte. Poi, stringendomi la vita, ha sfilato una mano e me l’ha messa sul seno, strizzandolo. Ho dato uno strattone e sono riuscita a levarmelo di dosso. Senza dire niente. Sono solo diventata rossa. Volevo che mi rinnovassero il contratto e sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo.

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