Il branco degli arrapati

La storia di Barbara/ Seconda puntata

Poi ho cambiato lavoro, sempre qui, nelle terre della ceramica. Sono finita in un nuovo ecosistema composto da un capo viscido, che non perde occasione di mettermi la mano sul fianco, sulla spalla e anche oltre. Appena vede un centimetro di pelle scoperta me lo fa notare e ci appoggia almeno un dito sopra. Un giorno indossavo un vestito con una fantasia anni Sessanta. Lui mi ha detto che gli piaceva molto e, puntando l’indice sul seno, ha aggiunto: questa parte mi fa impazzire. Mi sono spostata, di scatto, diventando rossa. Lui è rimasto fermo, con lo sguardo deluso.

C’è un altro capo che non è viscido, ma stronzo. Non saprei come altro definirlo. Dice che sono troppo brava per essere promossa ed essere mandata in una filiale più importante. Mi ha fatto perdere una grande occasione, tempo fa, quando mi ha impedito di poter andare in un’altra sede, dove cercavano una figura perfetta per il mio profilo: una persona flessibile, che conoscesse le lingue, per un ruolo di supporto al commerciale con contatti con i clienti e partecipazione a fiere di settore. Si è impuntato e alla fine hanno spostato un’altra impiegata, che non sapeva nemmeno l’inglese e così hanno dovuto spendere anche i soldi per farle fare il corso.

Ci sono i nerd dell’ufficio tecnico, un branco di arrapati. Ho smesso di andare in pausa pranzo con loro perché gli unici argomenti erano “culo-tette-figa”, non necessariamente in quest’ordine. A volte stavo allo scherzo, ma poi ho capito che non c’era alcuna possibilità di reale integrazione. Solo loro aveano il diritto di fare battute sul mio seno e di sfottermi. Io non potevo. Se li prendevo in giro per le loro pance flosce o le crape pelate si offendevano e iniziavano a chiedermi, senza sorridere, chi mi credevo di essere io, che ero soltanto una strana, una tettona, certo, ma strana visto che sono vegana, parlo di rugby, di musica, di film, che guido da sola in autostrada. Nemmeno i viaggi erano territorio neutro. Ogni volta che provavo a raccontare di qualche esperienza all’estero arrivava il puntuale: “chissà quanto hai trombato”. Nel periodo in cui ero single, non importava che fossi stanca, ansiosa, triste, allegra, loro commentavano sempre con la stessa “battuta”:  chissà quanto ci ha dato dentro ieri sera.

Smettere di passare la pausa pranzo con loro, comunque, non è bastato per trovare la tranquillità. I commenti fioccano anche in corridoio, quando li incrocio, mio malgrado. C’è un cinquantenne che ogni volta ripete sempre la stessa frase: allora, dopo ci vediamo al solito posto, eh? Ma io mi chiedo: davvero pensa che faccia ridere?

Un altro, invece, mi chiama tesoro e mi dice che, col corpo che ho, dovrei vestirmi più sexy. Io odio quella parola. Io non sono la loro panterona di turno. E non perché non mi piaccia il sesso. Certo che mi piace, e tanto, ma con chi decido io. E soprattutto: cosa c’entra con la mia vita da impiegata?

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7 pensieri su “Il branco degli arrapati

  1. Susanna ha detto:

    Aiuto !!! Io spero che i posti di lavoro non siano tutti così. E se questa è la realtà imperante, l’unica scelta possibile è: scappare. Dove non so, ma mai restare lì a subire questo genere di supplizio

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    • diariodelporcoallavoro ha detto:

      Cara Susanna, tu studi ancora? Non lavori?
      Purtroppo di posti di lavoro così ce ne sono molti, troppi. Queste situazioni esistono anche perché vengono percepite come “normali”, perché vengono accettate da tutti, donne incluse. Non è semplice andarsene. Anni fa, quando non c’era ancora “la crisi” e il mercato del lavoro prevedeva delle tutele per i “giovani”, certamente era più facile fare delle scelte e “farla finita” quando qualcosa non andava bene. Ma adesso, che trovare un lavoro è come vincere alla lotteria (non so, tra l’altro se hai visto questa notizia di qualche giorno fa: http://goo.gl/UEvbt2), l’unica soluzione sarebbe andarsene proprio dall’Italia. Ma, considerando l’ampiezza del fenomeno, ci vorrebbe un’emigrazione femminile di massa. Non la vedo praticabile. Forse, invece, non sarebbe ora di smetterla di accettare tutto questo e reagire? Come, esattamente, non so. Forse, invece, non sarebbe ora che gli uomini imparassero a comportarsi e smettessero di abusare del loro potere? Forse, invece, non sarebbe ora che ci fosse più parità nel mondo del lavoro?
      Per darti un’idea dell’ampiezza del fenomeno che cerco di fotografare con singole vicende in questo blog ti lascio questo link che fornisce alcune cifre date dall’Istat. Ne spicca una su tutte: sono 1 milione 308 mila le donne che hanno subito molestie o violenze o ricatti sessuali sul lavoro nel corso della vita
      http://www.regione.emilia-romagna.it/consigliere-di-parita/documentazione/discriminazioni/riferimenti-bibliografici-sul-tema-delle-molestie-e-delle-molestie-sessuali-sul-lavoro-in-ambito-nazionale-ed-europeo/Sabbadini.pdf

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  2. Pietro ha detto:

    Gli uomini mi annoiano (forse perché sono uomo anch’io), e quelli che, per qualche ragione, frequento non parlano mai di sesso. Le donne m’incuriosiscono e mi eccitano, specie ora che sono in astinenza da sesso. Però, evidentemente, non incuriosisco loro (le donne non sono, opinione personale, così sognatrici, creative e trasgressive come da stereotipo), inoltre, da frequentatrici dei supermercati, guardano la data di scadenza e non la bontà o meno del prodotto. In sintesi, chi scrive mi fa un po’ vergognare di appartenere ai maschi e, al tempo stesso, parla di un mondo che non conosco.
    P.S. Ho lavorato in pratica solo con donne e penso proprio di non avere mai fatto loro commenti o discorsi sgraditi sebbene a volte la mia immaginazione volasse molto in alto.

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  3. diariodelporcoallavoro ha detto:

    Pietro non capisco bene il senso del tuo commento sotto a questo post, ma siccome sei sempre stato molto cortese lo pubblico, anche se mi sembra che non sia il primo un po’ fuoriluogo. Purtropppo questo è un blog monotematico. L’argomento che affronto è vasto e non riesco a occuparmi di altro.

    Per i troll che stanno arrivando, ripeto l’avviso di qualche mese fa: non pubblico commenti evidentemente fuori luogo né offensivi. Fatevene una ragione.

    Se mettete in discussione che le molestie verbali sono molestie, siete voi nel torto. http://pariopportunita.formez.it/sites/all/files/Le%20molestie%20sessuali%20-%2015_set_2010%20-%20testointegrale20100915.pdf

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    • Pietro Rondo Spaudo ha detto:

      Pure io non capisco perché, secondo lei, vado fuori tema. Non sono che un vecchio e per sapere cosa significhi troll lo devo cercare sul dizionario. Prendo atto del contrasto generazionale e cercherò di evitare ogni commento con buona pace d’entrambi.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Pietro non mi riferivo a lei quando dicevo troll, ma a una persona che continua a mandare messaggi fuori luogo che non pubblico. La ringrazio per seguire sempre il blog con costanza e per dare il suo contributo.
        Per colmare il divario generazionale 🙂 le fornisco una definizione di troll, da Wikipedia: un troll, nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi.

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