Raccontare vuol dire non accettare

Questo blog serve per parlare di un fenomeno che in Italia non viene raccontato, quello delle molestie e della violenza sessuale sul lavoro. Quando ho incontrato i Porci al lavoro mi sono sentita sola e senza le parole necessarie per nominare quello che stava succedendo. Le uniche parole erano: sono solo lusinghe; che vuoi che sia un complimento; si sarà invaghito perché sei una bella ragazza; non prendertela, avrà voluto scherzare; sei pesante con questa storia, dai, succede a tutte; è così che va il mondo; è un’opportunità, sta a te coglierla o meno; ci sono anche quelle che se ne approfittano; è colpa di voi donne; sono in tante ad avere fatto carriera così; l’avrai illuso tu; che vuoi farci, lascia il lavoro; il lavoro non è la cosa più importante per una donna, fai un figlio; sei precaria, devi sopportare; non fare la vittima; le donne forti reagiscono, non si piangono addosso; se non riesci a superare questa storia, è perché non sei abbastanza forte; parlare di queste cose è da sfigata.
Queste parole mi sono state buttate addosso non solo da uomini, ma anche da donne. Ancora adesso, quando racconto la mia storia, c’è chi dice che è vittimistica, che esagero, che cose del genere non succedono per davvero. Ci vuole un po’ di ironia, aggiunge qualcuno, facendo il brillante.

Per mia fortuna, ho fatto tabula rasa delle parole tossiche. E ne ho trovate di altre, di nuove. Per farlo ho dovuto studiare su libri scritti in inglese, che parlano di genere e femminismo, di violenza e organizzazioni lavorative, di sessualità e dinamiche di potere. Attraverso le parole di studiose e accademiche, sono riuscita a nominare quel che ho subito, nel modo corretto.

Ho studiato il sociologo inglese Jeff Hearn, autore di testi importanti, non tradotti in italiano, come ad esempio Gender, Sexuality and Violence in Organizations (Genere, sessualità e violenza nelle organizzazioni), scritto con la ricercatrice Wendy Parkin e pubblicato da Sage nel 2001. Hearn ha insegnato in università britanniche, svedesi, finlandesi e fa parte di quel gruppo di studiose e studiosi anglosassoni e dell’Europa del Nord che, a livello accademico, si occupano di analizzare la violenza sul lavoro. Un ambito complesso, nel quale intervengono diversi fattori, intersecati inscindibilmente tra loro, come la sessualità, il genere, il potere.

Un’altra autrice che mi ha aperto gli occhi sui meccanismi della violenza sul lavoro è stata Catharine MacKinnon, avvocata e attivista femminista americana, autrice di Sexual Harassment of Working Women (Molestie sessuali sulle donne lavoratrici) edito nel 1979 da Yale University Press. Con questo saggio, uscito 35 anni fa, MacKinnon ha impostato il quadro giuridico di riferimento negli Stati Uniti, per il riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro come reato. Secondo l’autrice, le molestie sono un sopruso e contribuiscono a mantenere le donne in una posizione subalterna. Non devono essere interpretate come “incidenti” isolati e personali, ma come un problema sociale, che riguarda le donne in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Per questo motivo, le molestie vanno considerate addirittura oltre l’abuso, l’umiliazione e l’oppressione di ciascuna vittima: costituiscono una vera e propria discriminazione sessuale, lesiva per tutta la società.

Leggendo anche le pagine di altre autrici (Lisa Adkins, Joan Acker, Arlie Russel Hochschild), mi sono resa conto di quanto l’Italia sia lontana dalla presa di coscienza di questi problemi. Da noi è inimmaginabile, per il senso comune, considerare molestia un invito a cena, dei complimenti non richiesti, un massaggio sulle spalle oppure una pacca “di sfuggita” sul sedere. Anche le battute a sfondo sessuale rientrano nella “normalità”. E se si fa notare l’anomalia di questi comportamenti a colleghi e conoscenti si passa per tragiche, allarmiste oppure bacchettone. In Italia siamo di fronte a una rimozione collettiva.

Non ha importanza che io non mi chiami davvero Olga e che tutte le altre donne che raccontano le loro storie in questo blog usino degli pseudonimi. Le nostre non sono “questioni personali”. I nostri nomi “veri” non servono. Noi raccontiamo quello che ci è accaduto. Raccontare è un primo passo per rompere il tabù. Perché vuol dire non accettare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...