“Nel lavoro la rigidità non paga, bisogna essere più flessibili”

La storia di Franca.
…….

La mia storia è una delle tante, ma siccome è mia, ve la racconto con cura, usando il tempo presente. Ho 40 anni. La società per cui lavoro ha appena rilevato un’azienda in Toscana. Il mio capo mi chiede di andare con lui a fare un sopralluogo. In auto parliamo di questioni operative e della nuova ditta. Arrivati sul posto mi invita a prendere un caffè in un bar. Mentre giro il cucchiaino nella tazzina, lui mi dice: vestita da donna sei proprio carina. Mi sembra un commento fuori luogo. È la prima volta che si rivolge così. Decido di non farci troppo caso. Rispondo con un sorriso veloce e cambio discorso.

Arriviamo nei capannoni vuoti. C’è odore di ferro e polvere. I nostri passi rimbombano. Io mi metto al lavoro: devo fare le foto e prendere le misure. Lui è fuori dal portone, al telefono. A un certo punto me lo trovo accanto, all’improvviso. Sussurra: te l’ho detto, vero, che sei una bella fica?
Che cosa succede, mi chiedo, non ha mai fatto così. Nessuno ha mai fatto così, al lavoro. Decido di non reagire. Finisco di scrivere, chiudo il quaderno, sistemo la macchina fotografica. Poi, non so come, appena mi alzo, me lo trovo addosso. Mi spinge contro il muro. Mi palpa. Il suo fiato pesante e il suo dopobarba da discount sono nauseanti. Non reagisco per non so quanto tempo. Poi riesco a liberarmi dalla presa e scappo.
Salgo in auto. Lui anche. Nessuno parla per tutto il tragitto.

Torno a casa e non dico a nessuno quello che è successo. Non voglio credere che sia successo proprio a me, che non l’ho mai provocato in nessun modo. Lavoro con lui da dieci anni e so che mi stima. Questo deve essere stato soltanto un incidente. Se non lo racconto, sono sicura che passerà.
Il giorno dopo lui mi chiama nel suo ufficio. E in tre secondi mi fa fuori dal progetto. Con queste parole: sai, nel lavoro la rigidità non paga, bisogna essere più flessibili.

Dopo due settimane viene trasferito a dirigere la nuova sede e io vengo relegata a mansioni sempre più marginali. Ogni tanto lo incrocio ancora, di sfuggita, quando passa in ufficio per prendere dei documenti. Mi saluta con distacco.

Passano due anni e l’azienda entra in crisi. Viene stabilita la mobilità per trenta persone. Non si sa ancora chi saranno. Lui mi viene a cercare in ufficio. Questa volta è cordiale. Mi chiede se voglio andare a pranzo con lui. Io accetto. Spero sempre che tutto torni come prima, che lui abbia capito che non ho mai fatto niente di sbagliato. Deve essersi confuso, deve avere avuto un momento di debolezza. Al ristorante mi dice che si sta separando dalla moglie. Mi confida la sua tristezza, i suoi errori, le sue paure. Mi racconta anche che ha comprato una casa al mare, che posso andare a trovarlo quando voglio, anche con la mia famiglia, certo. Magari da sola, se preferisco. E sorride. Mi dice che potremmo vederci per cena, una delle prossime sere. Io rifiuto, spiego che devo stare coi bambini, che non ho tempo. Nel pomeriggio mi raggiunge sul terrazzino. Io sto fumando. Si avvicina, un po’ troppo, sussurra: se non hai da fare nulla, mi puoi sempre fare un pompino. E se ne va. Io resto immobile. E appena lo vedo scomparire, da dietro la porta a vetri, mi detesto di nuovo, come l’altra volta, nel profondo, per non essere stata in grado di reagire e avere abbassato gli occhi.

Inizia a cercarmi sul cellulare. Io non rispondo. Allora lui mi scrive. Messaggi con apprezzamenti sul mio aspetto. Li cancello. Lui continua. Il giorno del mio compleanno trovo i suoi auguri: fica matura, la fava si fa dura. E insiste, con un’email: ho voglia di scoparti. Non negare. Anche te ne hai voglia. Se ti vuoi divertire, telefonami.
Un mese dopo lo incontro nel corridoio. Mi dice, sprezzante: ti facevo una donna più intelligente. Capisco il senso della sua frase appena torno in ufficio. Per email, la direzione mi informa che sono una delle trenta messe in mobilità.

Il dopo è un pozzo stretto. La rabbia mi divora, mi distrugge. Non riesco a pensarlo impunito. Lui ha voluto umiliarmi, dominarmi, controllarmi. Io vado a fondo. Il mio matrimonio crolla. Ho improvvise crisi di pianto. Ogni mattina mi alzo avvolta da un senso di impotenza, che mi prende lo stomaco. Trascorro le mie giornate nella totale apatia, senza interessi, distesa sul divano a esaminare le minuscole crepe del soffitto. Non voglio che nessuno mi faccia compagnia. Mi vergogno. Non riesco più a parlare. Poi arriva l’alcol. Nascondo le bottiglie di gin per la casa. Sono sempre alticcia. Un giorno faccio un incidente con la macchina.

Riemergo con l’aiuto di due specialisti e un percorso di due lunghi anni. Oggi prendo solo una pasticca per la pressione. Non avrei mai pensato di riuscire a raccontare la mia storia in maniera organica. Spero che serva.

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2 pensieri su ““Nel lavoro la rigidità non paga, bisogna essere più flessibili”

  1. Eliana ha detto:

    Ma come può essere che una cosa del genere resti impunita? Come può succedere? Come può permettersi? Sono scioccata…
    Quel che è vero è che questa coraggiosa denuncia insieme alle altre che pubblicate è chiave per un cambiamento. Spero avvenga presto… Un abbraccio forte.

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  2. Serena ha detto:

    Franca, la tua storia è incredibilmente toccante. Spero che la tua vita riesca ad andare avanti, possibilmente lontano da quest’uomo e che tu possa voltare pagina definitivamente. Tuttavia la speranza che questo viscido essere venga punito resta. Dicono che la ruota gira. Non so se sia vero, ma spero che accada e che ad un certo punto si fermi.

    Ti abbraccio

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