“Sei una ragazza del duemila. Allora non rompere”

Alice ha lavorato in un mondo ancora più selettivo di quello del giornalismo della carta stampata. Lì, per anni, ha dovuto gestire le avances e i ricatti di un Porco. Mi ha mandato la sua storia.

“Sei una ragazza del Duemila? Allora non rompere, e vai”. Qualche giorno fa mi è tornata in mente questa frase. Me l’aveva detta il mio migliore amico, quando gli avevo chiesto un consiglio, disperata, perché il mio capo ci provava con me. Era da poco passato il Duemila, avevo 27 anni e avevo cominciato a lavorare due anni prima in una grande città. Facevo, o cercavo di fare, il lavoro dei miei sogni. Vivevo nella città che amavo e per il momento mio padre mi pagava l’affitto. Ma non per molto, avevo un aut aut per fine anno ed erano due estati che rimanevo in città tutto agosto. Finalmente, dopo uno stage, molti colloqui, un periodo di lavoro da casa, sembrava arrivato il momento che tanto aspettavo. Mi chiamano per un lavoro. Ci sono il Capo e il suo braccio destro, un ragazzo che ho conosciuto qualche sera prima a una cena in terrazza e che mi ha reclutato per lavorare con loro. Il colloquio è una chiacchierata, molti sorrisi, poca sostanza. Ma il Ragazzo mi sembra bravissimo, delicato e attento e insieme geniale. Il Capo mi sembra distratto e poco concentrato rispetto ad altri capi che ho conosciuto, ma la mia esperienza è minima. Esco con una sensazione strana, che cerco di non ascoltare troppo e che mi dice: “Non è che ti prende a lavorare lì perché sei carina?” La presenza del Ragazzo, però, mi rende tutto sensato, e cerco di non avere paranoie.

Qualche giorno dopo il Capo mi chiama direttamente sul cellulare. È agosto. Mi batte il cuore. Respiro. Rispondo. Dandomi del tu e parlando con una strana confidenza, una dolcezza quasi, che mi spiazza, il Capo mi dice che è molto contento se vado a lavorare con loro. Mi dice che devo andare a firmare il contratto al più presto. Domanda: “Quando ci vediamo?” È agosto, penso, non è tutto chiuso? In ogni caso, gli dico che va bene. È l’occasione che aspettavo da anni. Sono felice, ma una piccola parte di me è impaurita.

A settembre comincio. Il Capo è sempre sorridente, vagamente lascivo e un attimo dopo isterico, urla spesso e sembra non avere il polso della situazione. Il Ragazzo è quello che gestisce tutto, in realtà. Con me il Capo ha sempre quell’atteggiamento dolce. Tutto quello che gli chiedo, magicamente, si avvera. Durante le riunioni vedo una scena che si ripete. Ogni volta che una delle colleghe si alza, soprattutto quelle dell’ufficio stampa che hanno sempre i telefoni che squillano, lui sposta lo sguardo dal suo interlocutore e si perde a guardare in quella direzione. All’inizio non capisco cosa guarda. Poi, a forza di rivedere la stessa scena, intuisco che fissa i sederi delle ragazze che si alzano. Spesso fa battute che dovrebbero far ridere i maschi. È uomo sulla cinquantina, i capelli lucidi, la pancia gonfia sotto camicie dal taglio sartoriale. Un profumo speziato e costoso emana dalla sua pelle un po’ translucida. È un uomo elegante in superficie, ma volgare, in fin dei conti.

Arriva ottobre, è il momento dell’appuntamento dell’anno, il più importante nel nostro settore. Tutti vorrebbero andare a questa famosa fiera all’estero, ma ogni anno ci vanno soltanto il Capo e pochissimi altri. Io sono l’ultima arrivata e non ho chance, anche se mi piacerebbe da morire.
Un giorno arriva una telefonata al mio interno. È lui che mi dice di andare nel suo ufficio. Chissà cosa ho combinato. È la prima volta che mi chiama. Quando entro lui mi dice soltanto: “Ecco il tuo biglietto dell’aereo. Partiamo domani. Mi raccomando porta un abitino elegante per le feste”. Poi aggiunge, rassicurante, che vuole portarmi a vedere come funziona il mondo del nostro settore e che è importante imparare da lui e che tutto quello che devo fare è stargli sempre vicino e osservare. Non sto in me dalla felicità, anche se penso con angoscia a cosa diranno i miei colleghi. In ogni caso parto, non posso certo rifiutare.

Arrivati a destinazione mi rendo conto che non alloggeremo in albergo ma in appartamento. Un bilocale con un bagno. Io dormirò sul divano. Questa condivisione degli spazi risulta bizzarra anche a una come me, abituata al vita nomade. Comunque ormai sono qui, non c’è nulla che io possa fare.
La prima giornata va tutto benissimo. Incontriamo un sacco di gente. Sono elettrizzata. La seconda giornata va altrettanto bene. Poi la festa. Il capo beve champagne. Molto. Troppo. A un certo punto prendiamo il taxi. Arriviamo all’appartamento. Appena entrati vado verso il bagno. Il Capo mi blocca, “Dove vai?” dice, quasi disperato. È totalmente ubriaco. Io invece sono sobria. Dalla sua bocca che sa di alcol esce una dichiarazione: “Mi sono innamorato di te”. Io deglutisco. Lui mi si butta addosso e prova a baciarmi. Io lo fermo con le braccia. Lui mi supplica. E ripete: “Io mi sono innamorato di te”. Sono ammutolita, impietrita. Poi mi scuso. Mi scuso una, due, tre volte. Chissà perché, mi scuso. Poco dopo si addormenta. Io non chiudo occhio per tutta la notte.
La mattina dopo non racconto a nessuno dei miei colleghi quello che è successo. Verso l’ora di pranzo, lui mi si avvicina timido e dice: “Perdonami per quel che è successo ieri, non capiterà mai più”. “ Va bene”, dico io. “Grazie”. Chissà perché dico grazie.

Qualche tempo dopo, un anno o poco più, dopo infinite pressioni e mobbing di tutti i tipi, non mi viene rinnovato il contratto. Sono disoccupata. E sono a pezzi, ma anche in piccola parte sollevata. Parto per un viaggio. Al ritorno mi aspetta un colloquio con un’altra piccola società che mi fa ben sperare. Infatti, vengo presa con un contratto di collaborazione. L’unico neo è che questo ufficio si trova dalla parte opposta della strada del mio vecchio ufficio. Rivedrò i vecchi colleghi e ho il timore di rivedere lui, il Porco. Ormai possiamo chiamarlo così.

Dopo un anno scarso di lavoro, la piccola società per cui lavoro viene assorbita da un’altra: quella del mio vecchio datore di lavoro. Precipito in una voragine di depressione e ansia. Non voglio per nessuna ragione andare a lavorare ancora per il Porco. Ma sono costretta. I colleghi non capiscono il mio dramma. Io non ho mai raccontato a nessuno della storia del bacio. E forse a questo punto l’ho rimossa anche io, se decido di tornare a lavorare con lui. Dopo un mese mi ritrovo nell’ufficio di un tempo, anche se in un’altra stanza. Per tre mesi lavoriamo tutti senza contratto e trattati malissimo. Io in particolare. Medito di andarmene, di mollare tutto, di cercare altro, ma sto vivendo un periodo difficilissimo dal punto di vista affettivo e familiare. Non riesco a prendere decisioni, i giorni si trascinano uno dopo l’altro.

Finalmente arriva il contratto e lo stipendio, bassissimo. Le mansioni che mi vengono affidate sono di basso profilo. Io accetto tutto. I colleghi sono simpatici e il lavoro comunque mi piace. Lavoro, lavoro, lavoro. Il Porco è gradualmente più gentile con me, ma sempre scostante, come fosse offeso e scocciato di avermi di nuovo attorno. Passano gli anni. Finalmente una piccola promozione.

Poi un giorno, d’improvviso una telefonata al mio interno. È il Porco che mi invita a pranzo. Ci vado. Sono passati 5 anni. E ora ha una nuova fidanzata giovane, di certo non vuole più nulla da me. Dobbiamo pur parlare di lavoro da qualche parte. Nel lavoro che facciamo, penso, bisogna parlarsi e fidarsi uno della testa e dei gusti dell’altro altrimenti non si riesce a combinare nulla. Con questa giustificazione (ma in fondo non è così per tutti i mestieri?), accetto vari inviti a pranzo e un invito al cinema (“Dai, mi sento solo, accompagnami al cinema”). E poi arriva l’invito a cena. “Perché non andiamo a pranzo invece?”, suggerisco. “No, ti voglio portare in un posto speciale”.
Mi dispero.
E poi chiedo consiglio al mio amico. Penso che sia meglio chiedere aiuto a un maschio che a una donna. “Che faccio?”, gli chiedo. E lui: “Non sei una ragazza del Duemila?” e poi ride. E mi fa ridere. Sdrammatizza. Massì penso, sono una ragazza del Duemila… cosa mi potrà mai succedere?

Arriva la sera della cena, lui insiste per venirmi a prendere. Io dico che ho il motorino. E lui dice di lasciarlo in ufficio: “andiamo in macchina che fa freddo”. Ricordo come fosse oggi il mio look: golf nero informe, pantaloni neri da uomo e cappotto nero. Niente di meno adatto all’orribile locale in cui mi ritrovo poco dopo, con tanto di piano bar e tende di velluto verde bottiglia alle finestre. “È un ristorante di moda, mi dice”. Io sono rigida, ma forse non abbastanza. Non so che dire. Annuisco a tutto. Sembro una sciaquetta, proprio quello che non volevo essere, ma essere lì con lui mi fa sentire stupida e mi comporto da stupida. Altro che ragazza del Duemila. Spero di non incontrare nessuno che conosco. Ma chi vuoi che incontri in un posto così? Penso a una amica e collega – anche lei ha subito gli stessi inviti a cena dal Porco, ma è sempre riuscita a trasformarli in pranzi – che mi aveva avvertita: “Devi essere gelida”. E penso che io non riesco ad essere del tutto fredda, purtroppo. Invidio le maniere lombarde e distaccate della mia amica. Io sono emiliana e ingenuotta. Altrimenti non sarei qua con quest’uomo laido, stupido, arrogante, disgustosamente ambizioso e insieme insicuro a fargli da dama di compagnia.
Finalmente questo incubo di cena finisce, non mi sono mai annoiata tanto in vita mia. Gli chiedo di portarmi al motorino ma lui insiste che vuole portarmi a casa. “E domani come faccio a venire in ufficio”? “Prendi un taxi, te lo pago io”. Che schifo, penso, dovermi stringere a lui.
Arrivati davanti al mio portone, lui allunga una mano attorno al mio collo. Sembra un’anguilla. Prova a baciarmi. Io mi scosto. Dico: “Scusami non mi va”. Ed esco dall’auto.

Questa volta sono sconvolta. Piango tutta la notte. La mattina presto telefono a una amica di una città lontana. Lei mi dice che devo denunciarlo, che devo chiamare un avvocato. Mi dice che è una cosa grave, che è terribile, che le dispiace. Parliamo per un’ora. Sono disperata, non so come fare. Esco e prendo l’autobus. In ufficio il Porco fa finta di niente, come nulla fosse successo, e io pure.

Da allora, tra alti e bassi, resisto altri anni, 8 in tutto. I nostri rapporti sono sempre più difficili. Io sono così terrorizzata che quella dinamica si ripresenti che lo tratto con una sorta di indifferenza che è al limite della maleducazione. Sul lavoro non siamo mai d’accordo su nulla. Resisto perché finalmente ho la possibilità di occuparmi di cose che mi piacciono. Finalmente la gavetta è finita. E ho colleghi simpatici e molto bravi. E poi c’è il Ragazzo da cui imparo molto e che è una persona straordinaria. Lui, sono certa, ha capito tutto da subito, è troppo sensibile per non aver fatto, e mi spiace solo che lasci passare questa cosa, che di certo non è accaduta solo a me, ma almeno ad altre quattro colleghe.

L’ultimo mio diverbio con il Porco è più pesante degli altri. Nel frattempo anche il Ragazzo se n’è andato. È il 2007 e ho 34 anni. Guadagno 2100 euro al mese. Uno stipendio che adesso mi sogno.

Esasperata, mi licenzio.

Da allora non ho mai più lavorato come dipendente, solo come freelance, guadagnando la metà di prima. Da allora ho incontrato altri uomini sul lavoro, sempre rispettosi, che mai si sarebbero comportati così. Da allora, però, so che esiste il Porco e che a volte ci metti tanto, troppo tempo per liberartene. E so che la vita, dopo l’incontro col Porco, può cambiare per sempre.

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