La violenza sul lavoro è dovuta anche alla disparità di genere. Ecco alcuni numeri

Per capire la complessità del meccanismo della violenza sul lavoro bisogna tenere conto del contesto generale, e cioè della composizione del mercato.

In Italia sono soprattutto gli uomini a gestire il potere e le donne a subirlo.

Questo è evidente in politica, ad esempio, dove, secondo la ricerca di Openpolis per La Repubblica (pubblicata online il 7 marzo 2014), soltanto il 20% dei ruoli elettivi o di nomina è femminile. Su 106 sindaci di capoluogo di provincia, le donne sono 3 (nelle città di Ancona, Fermo e Alessandria). Per rappresentanza femminile in parlamento, in un confronto mondiale, l’Italia è 36esima, con il 31% di donne. Prima si posizionano, tra gli altri, Rwanda, Andorra, Cuba, Seychelles, Senegal, Nicaragua, Spagna.

Una sperequazione che si ripropone anche nel giornalismo. Secondo una ricerca dell’Fnsi, il sindacato dei giornalisti, nel 2008 erano 5 le donne a capo di un quotidiano, mentre i direttori uomini 113. Numeri simili riguardavano i vicedirettori (5 donne e 99 uomini), i caporedattori (67 donne e 477 uomini) e i caposervizio (180 donne e 813 uomini). Una disparità che ha conseguenze pesanti sulla società in generale. Infatti, se nell’ambiente del giornalismo le donne sono subordinate, è difficile sperare che riescano a dare voce non soltanto alla propria discriminazione, ma anche a quella delle altre.

La disparità di genere, così si chiama la condizione di disuguaglianza tra uomini e donne, emerge inoltre dai dati generali sulla disoccupazione: 10 milioni di italiane, tra i 14 e i 65 anni, non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo. Sono il doppio rispetto agli uomini della stessa fascia di età. Anche le percentuali degli occupati non danno un’immagine rosea: lavora il 64% degli uomini e solo il 46% delle donne (in Europa, su 27 Paesi, peggio di noi soltanto la Grecia).

Inoltre, le donne hanno stipendi più bassi degli uomini. Secondo Almalaurea, a cinque anni dalla laurea, gli uomini guadagnano il 22% in più delle donne (con uno scarto di circa 300 euro).

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