“Toglimi le mani di dosso è un libro che dovrebbe essere letto e discusso nelle scuole, senza fare il clamoroso errore di volere parlare solo alle ragazze”

Pubblico l’analisi al libro Toglimi le mani di dosso di un lettore, Luca Martini

Gentilissima Olga,
ho comprato ieri il libro e l’ho letto di un fiato. È angosciante, labirintico; scritto benissimo, con pochi adattamenti è una sceneggiatura già fatta. E non andrebbe trascurata una trasposizione filmica, peraltro latitante in materia.
Nel corso della lettura mi sono scritto alcune parole chiave: boicottaggio, omertà, credibilità, potere, rabbia (la sua e anche la mia). Statuaria la frase “Penso a quanto sarebbe diverso, se fossimo maschi!”.
In questo libro c’è veramente tanto.

Gli ambienti di lavoro sono di per sé potenzialmente problematici. Non tanto la professione per la quale si è preparati, ma l’ambito delle relazioni con i colleghi e quelle con i superiori, le questioni legate alla headship in luogo della leadership. La bibliografia è nutrita in questo senso, e il lavoro di Mario Perini (L’organizzazione nascosta, ed. Franco Angeli) ne è uno dei più emblematici.

Ma come ha evidenziato lei, in Italia quasi nulla si scrive (e si dice) della discriminazione delle donne nel mondo delle organizzazioni, laddove le molestie trovano un contesto preferenziale per la loro attuazione e reiterazione. Giocano un ruolo decisivo l’assenza dei controlli, il fatto che chi dovrebbe prevenire tolleri o sia proprio un molestatore, e ancora l’assenza di contratti, le tutele lasche, il meccanismo autoalimentato dei ricatti basato sulla leva dei bisogni, un sistema giudiziario del lavoro cervellotico e lento.

Su tutto, si staglia la carenza di una cultura del rispetto, in un contesto (particolarmente e non a caso, quello italiano e del Sud dell’Europa ) spietatamente maschilista e, duole dirlo, corroborato da una malsana alleanza con una parte del mondo femminile ancora negazionista. E il mondo del lavoro è un mondo pensato al maschile, nella sua iniquità e nella sua impostazione organizzativa.

Io devo ringraziare una docente universitaria, Rosanna Cima, che insegna Educazione degli adulti e Pedagogia della mediazione culturale a Verona, che adottò un libro di Mary Catherine Bateson (Comporre una vita, oggi reperibile solo in inglese) che indaga il processo “del comporre una vita” attraverso le vite di cinque donne americane, anche a confronto con le loro professioni. Una di queste è Ellen Bassuk, una psichiatra che ha cominciato a lavorare nella metà degli anni ’70 producendo una delle prime indagini sul dilagare del problema dei senzatetto, mettendola in relazione alla deistituzionalizzazione dei malati di mente. In seguito ha avviato progetti di rilievo nazionale per la tutela delle donne madri senza tetto, con i loro figli. Agli inizi, la sua carriera l’ha portata ad accettare incarichi indesiderati perché c’erano (ci sono) lavori che sono quasi interamente riservati alle donne, poiché nella gerarchia psichiatrica sono meno qualificati. Tra questi, uno dei più indesiderati e pericolosi era il turno di notte al pronto soccorso, che lei doveva affrontare anche da sola. Del resto, Bassuk racconta come questi lavori siano più difficili da respingere per le donne che non per gli uomini; il rifiuto da parte di una donna la rende sospetta di debolezza, il rifiuto da parte di un uomo viene attribuito all’ambizione.
Io non ci avevo mai pensato.

Mi scusi questa digressione, che ho fatto perché la vedo collegata, alla base anzi, di quanto lei denuncia. È partendo da questa base di rapporto superiore/inferiore che mi pare nasca il problema; la molestia, spinta sino alla violenza, ne è il tragico e logico passo successivo. Chi legge il suo libro trova anche questo.

Il paradosso più doloroso alla fine è che la vittima deve mollare, se non proprio fuggire, mentre il colpevole resta al suo posto, e reitera impunemente. Se questo accade, allora è vero che la società, intesa come l’insieme delle donne e degli uomini, è in errore, ha sovvertito i valori, ha negato la propria dignità, ha avvallato un modus cogitandi et operandi ingiusto. E questo è quello che mi raccontano nei Centri Antiviolenza che sto visitando: la donna vittima deve vivere da protetta, lasciare la sua casa, il suo lavoro, i suoi affetti mentre il maltrattante resta nella sua casa, va al lavoro e mantiene le sue relazioni sociali. Si agisce per come si può e non per come dovrebbe essere. Manca proprio la base culturale, e con essa quella politica, sociale ed economica, per invertire la situazione.

Il suo libro è prezioso per quanto mette alla luce del sole e il fatto di averlo dovuto/voluto pubblicare senza le sue generalità è la riprova ulteriore di quel doloroso paradosso, figlio dell’ingiustizia, cui accennavo.
Dovrebbe essere letto e discusso nelle scuole, anche per riflettere sul senso e il valore della denuncia; la speranza di un cambiamento non può che partire da lì, dalle generazioni più giovani, senza fare il clamoroso errore di volere parlare solo alle ragazze.

Luca Martini*

* Sta conducendo un’indagine sulle figure delle operatrici e delle componenti dei Centri Antiviolenza contro le donne in Italia. E’ autore di Liberty nel cuore ( ed. presentARTsì, 2012 ) ed Extraordinary People – quattro storie di impegno civile ( ed. presentARTsì, 2013 ).

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