Dobbiamo nominarli i porci, dire chi sono, staccargli la coda

Pubblico la recensione a Toglimi le mani di dosso di Erika Di Giulio, uscita sul sito Cinemafreeonline il 22 settembre 2015

Di porci al lavoro ce ne sono tanti. Sorrisi plastici, hanno giacca e barba curata, puzzano, odorano di buono, sono gentili o schivi. Sempre porci sono. E lavorano, ai fianchi. Più di un milione e 200 mila italiane hanno subito molestie a sfondo sessuale da parte di un uomo, collega o grande capo che sia. E in pochissime hanno denunciato. Molte se ne sono andate. Per paura, insufficienza di prove. Non è cosa semplice incastrare il molestatore. E poi, si sa, le donne esagerano, stanno spesso a lamentarsi, smarrite nella vana ricerca dei perchè, la fanno sempre troppo lunga per questo mondo.

Olga è una giovane giornalista, una tosta. Ha fatto la gavetta, si è consumata le suole, ha studiato. È una che non ha mai smesso di crederci. Sudate carte e una vita di precariato. Il periodo di prova in un quotidiano nazionale di questi tempi suona davvero bene. Qui addirittura parlano di indeterminato. Forse ci siamo. Eccolo il vecchio adagio della ruota che gira, della meritocrazia, dell’attesa paziente che tanto prima o poi tutto arriva quando meno te lo aspetti. E pensare che li avevamo giudicati degli imbarazzanti clichés. Che donne di poca fede. Ebbene si tratta di un’occasione unica. Olga è valida, può farcela, ma nessuno le ha detto che il suo capo è un Porco. E il Porco fa il (porco del) comodo suo. Ti butta gli occhi addosso. E ti invita a cena, ti tocca con quelle zampe di boratalco andato a male e insiste. Poi ti parla, l’adulatore. Amicca, deride, schernisce, minaccia, è un lupo buono e cattivo. Sei in trappola. E la nausea avvampa. Ma insomma che sarà mai, per una spintarella. Certe cose esistono da sempre, ci sono passate tutte, colleghe in testa.

“Toglimi le mani di dosso” (Chiarelettere) è una storia vera di denuncia, la confessione urgente e tutto l’imbarazzo di una donna che con la spada affilata della franchezza e del coraggio, ferisce nell’atto di nominare la questione, aprendo un varco nel muro di gomma dell’omertà. La cronaca direttissima e sudaticcia di rossori e abusi di potere, di sessismo, violenza di genere, precariato lavorativo ed emozionale che cronicizza e confonde. La livella gagliarda e fastidiosa del sopruso, che fa avanti e indietro dalla sfera lavorativa a quella sociale, incagliandosi nel privato e agendo maliziosamente in nome della più becera democrazia. Il porco è di bocca buona, quasi sempre. Toglimi le mani di dosso perché sei niente per distruggere la mia dignità, per farmi sentire sbagliata, inadeguata, fallita. Chi sei per offendere il mio lavoro, umiliare la mia fatica, scorticarmi l’identità. Non ti si può dir bene. Sei maledetto. Ogni battuta si fa pezzo di cuore e rivolo di tormentata impotenza che ghiaccia rabbiosa sulla pagina. Che le parole sono importanti, quanto i gesti. E Olga lo sa, è una giornalista. Dobbiamo nominarli i porci, dire chi sono, staccare loro la coda. La (dis)parità dei diritti del resto è una roba selvaggia, aspra e forte, una bestia a due teste che non riusciamo ad ammansire.

La molestia si nutre della questione di genere in un penoso cortocircuito per cui la fiducia nella giustizia è vacante e la donna è da sempre inferiore nell’intimo, diversa per natura, condannata dalla facoltà di procreare, nell’accanirsi dei ruoli tanti e tutti diversi. La replica sincera di Olga risiede tutta nella divulgazione e nella ricerca a viso aperto di nuove strategie, nell’analisi del fenomeno, oggetto dalle nostre parti, di una pericolosa rimozione collettiva. Un Paese In cui una donna per essere come un uomo deve lavorare il doppio e costare la metà; in cui i successi e i riconoscimenti sanno ancora troppo di maschio, e in cui l’uomo potrà essere infinitamente ambiguo o reticente, infinitamente meno brillante, da mantenersi sempre e comunque una poltrona di velluto nell’olimpo dei pari. E il purché se ne parli stavolta diventa un obbligo morale, un atto consapevole non solo di resistenza attiva ma di condivisioni concrete e alleanze perseguite. Intanto Olga, ha continuato a farsi il sangue amaro. Autrice e protagonista, ha intrecciato per tutto questo tempo la matassa del Blog che poi, per fortuna, è diventato un libro e anche un piccolo decalogo in appendice contro le molestie sul posto di lavoro curato da Rosa M. Amorevole, esperta in materia e consigliera di parità per l’Emilia Romagna. Perché farsi testimone e uscire dal silenzio è importante, ma occorre mettere a punto e percorrere una lucida linea difensiva per dirsi libere fino in fondo.

Erika Di Giulio

Toglimi le mani di dosso
Autore: Olga Ricci
Casa Editrice: Chiarelettere
Collana: Reverse
Pubblicazione: Settembre 2015
Pagine: 131

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