Perché la fuga è solo dei codardi

Eleonora Strazzante è una psicologa clinica che ha letto Toglimi le mani di dosso e mi (ci) ha regalato questa bellissima recensione. Sono davvero commossa per questa sua analisi.

Ormai è da un pò che ho terminato di leggere questo interessante libro di Olga Ricci dal titolo “Toglimi le mani di dosso”, una storia vera di molestie e ricatti sul lavoro, che sembra evocare, attraverso un linguaggio sobrio, naturale e accessibile a chiunque, un fenomeno psicosociale molto diffuso, e spesso sottovalutato, che è quello della violenza perpetuata in ambito lavorativo.

Molti credono come questo disagio, sorto in contesti organizzativi/aziendali, sia la drastica conseguenza di un mancato “adattamento individuale al sistema”, come si evince chiaramente dalle parole di una collega dell’autrice riportate nel libro: «forse siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo e smetterla di volerlo cambiare». Vorrei, invece, ricordare e sottolineare con fermezza, nel mio ruolo di psicologa clinica, come da sempre in qualunque ambito, da quello politico a quello economico, a quello artistico e scientifico, ne è stata riconosciuta la centralità della forza vitale, dell’energia e dell’efficienza di un individuo come creatore/costruttore dei processi di cambiamento e non come semplice recettore passivo di istruzioni o atti volti nei suoi confronti. La valorizzazione della dimensione umana è un imperativo che deve essere riconosciuto e realizzato nella sua concretezza attraverso la presa di coscienza collettiva, la lettura sociale e la prevenzione del disagio psicologico sorto “nel” contesto organizzativo, e non come conseguenza di un mancato adattamento ad esso, e ciò è reso possibile attraverso la tutela giuridica e psicologica dei dipendenti e la legislazione sociale che garantiscono il riconoscimento alla persona di una dimensione psicologica alla quale la Legge deve garantire massima autodeterminazione offrendo, così, al soggetto la libertà di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni.

Purtroppo oggigiorno il processo di globalizzazione in atto con le continue richieste del mercato del lavoro di accrescere la produttività, attraverso il processo di domanda/offerta e la continua necessità di incrementare lo sviluppo economico in costante evoluzione in svariati settori, conduce molti a considerare prioritario esclusivamente il rendimento lavorativo, lasciando in secondo piano i bisogni, le esigenze, le ambizioni del lavoratore che si sente schiacciato di responsabilità ed esonerato nel diritto di tutela della sua salute psicofisica e della sua integrità morale. Questa patologia è invece di natura “organizzativa”, e non solo “individuale”, in quanto emerge al suo interno e di cui lo stesso sistema organizzativo non esce indenne, divenendo vittima del suo stesso gioco-forza e sortendo l’effetto opposto a quello originariamente desiderato: la rapida espansione. Bisognerebbe invece auspicare ad una comunicazione dialogica che veda protagonisti entrambe le parti del sistema: organizzazione ed individuo che opera in essa.

Ma questo è solo un aspetto del problema. Arriviamo poi a situazioni che oserei definire kafkiane ma ahimè fin troppo reali, come quelle descritte nel libro di Olga, in cui capi immersi in narcisistiche convinzioni di onnipotenza e probabilmente intrisi di insicurezze relazionali e di impotenza esistenziale, abusando del loro potere, spesso ottenuto grazie all’appoggio di conoscenze influenti, si appropriano della pretesa di poter richiedere “attenzioni o rapporti sociali” che vanno ben oltre il rapporto professionale, considerando tali atti come normali o addirittura “giusti”. Riportando le parole dell’autrice: «da noi nessuno considera molestia un invito a cena, dei complimenti non richiesti, un massaggio sulle spalle oppure una pacca di “sfuggita” sul sedere. Lo stesso vale per le battute a sfondo sessuale». Con ciò non significa che un complimento garbato o un invito a cena sia, di per sé, da etichettare come “molestia sessuale”, ciò che lo rende tale è la fissità dell’atto, l’ossessiva ripetizione dello stesso in seguito ad un chiaro rifiuto o ad un comportamento di esitazione del soggetto verso cui è indirizzato. Ciò che bisognerebbe valutare è l’insistenza manifestata ricorrendo a squallidi “stratagemmi” come lusinghe, lodi o promesse di contratti a tempo indeterminato, ovviamente false, o in situazioni estreme, come anche in questo caso, a minacce di licenziamento o di azioni, fisiche e/o verbali, lesive, atte a minare l’autostima del soggetto per raggiungere obiettivi di natura sessuale. Ciò crea un danno psicologico non indifferente che spesso si traduce in un quadro sintomatologico tipico del disturbo post-traumatico da stress a causa della prolungata esposizione allo stimolo stressogeno/traumatico : ricorrenti ricordi o sensazioni spiacevoli dell’evento, incubi collegati all’evento traumatico, tachicardia, crisi d’ansia e ipersudorazione, persistente stato emotivo negativo (orrore, rabbia, sensi di colpa, vergogna), inappetenza con perdita di peso, problemi di concentrazione ed esaurimento nervoso, disturbi del sonno, ma anche psicosomatosi, depressione, disordini della sfera affettiva e relazionale, evitamento di luoghi e persone associate all’evento che spesso si manifestano con assenteismo o richiesta di sospensione del lavoro a causa di malattia (che poi diventa, appunto, una tra le cause emblematiche di licenziamento) e in circostanze ancor più estreme, anche il suicidio.

Quasi si percepisce il movimento convulso della mano dell’autrice mentre, pigiando i tasti del computer, rievoca l’orrore vissuto e subìto che la coglie nel disgusto durante la descrizione di atti abominevoli che con il loro marchio infame ne inquinano l’anima imprigionandola, sempre più, nel malessere di nausee amare , si può immaginare l’aumento del suo battito cardiaco che risuona come un tamburo infernale pronto ad esplodere nella sua rabbia che si eleva ma che ritrova la sua quiete nell’urlo feroce delle sue potenti parole. Il volto si contorce in una smorfia di dolore e si può leggere la disperazione negli occhi che affondano di nuovo nel vortice nero della delusione. Quasi la si immagina lì seduta a scrivere, in una stanza solitaria, le sue “memorie infernali” da cui reduce può ritenersi ancor più forte e vittoriosa. Una gamba posta di lato pronta ad azionarsi e fuggire da pensieri dolorosi, ma poi rimanere ancora: l’autrice, decisa a portare avanti la sua missione, continua a descrivere l’obbrobrio di cui è stata vittima senza allentare la forza che reca nelle sue mani, perché la fuga è solo dei codardi e continuando, invece, attraverso la scrittura, a sensibilizzarci facendoci conoscere la “giustizia” attraverso il male. “La violenza non occorre che sia fisica per far male” ci ricorda giustamente Olga la quale incomincia a studiare il fenomeno riuscendo a dare un nome alla propria odissea: violenza sul lavoro!

Ma come mai, ci si domanda, solo una donna su cinque ricorre alla legge per denunciare tale fenomeno? Di certo per svariati motivi che tutti conosciamo esser presenti nel nostro sistema giudiziario italiano: le lungaggini, spesso infinite, dei processi e la scarsa garanzia di ottenere giustizia in un’affollata aula di tribunale, la scarsa fiducia nelle forze dell’ordine che tacciano le lamentele delle vittime come “esagerazione”, la mancanza di prove che pur avendone in possesso (una registrazione, un video ecc..), spesso non sono considerate come tali dal giudice né ammesse in tribunale, a meno che non siano state raccolte e fornite dalle stesse forze dell’ordine e, poi ancora, la presa di coscienza che “la legge non è uguale per tutti” e quindi, se il carnefice in questione ha conoscenze influenti, sappiamo di certo che riuscirà a farla franca.

Soprattutto non bisogna dimenticare quel mostro atroce che ha il nome di “precarietà” «la paura di perdere il lavoro, in assenza di garanzie contrattuali, prevale quasi sempre sulla fiducia nella legge». Perché in Italia vige la regola che: se hai l’amichetto o il parente politico allora sei il benvenuto in caso contrario devi sottostare alla violenza brutale del sistema che “ti ospita” senza protestare, e che costantemente veicola l’assurdo messaggio “è già tanto che ti diamo uno straccio di lavoro, e pure sottopagato, senza avere alle spalle pezzi grossi, quindi ritieniti fortunato”. Che squallore! Ma forse a questi cari signori, che credono di saper tutto e purtroppo è tutto ciò che sanno direbbe ironicamente Oscar Wilde, potremmo ricordare che il lavoro che abbiamo scelto di svolgere (che sia esso un mestiere o una professione), l’abbiamo conquistato col sangue e il sudore, con i sacrifici di una vita intera senza aver avuto bisogno della “spintarella” di santi protettori per svolgerlo nella sua totalità e in qualsivoglia contesto di applicazione, né mai scenderemo a compromessi «che sporcano. E in mezzo alla melma si fatica a sapere chi si è, forse addirittura non ci si trova più». Al contrario, lasciamo l’alternativa della raccomandazione, l’unica possibile, ai “venduti” di coloro che si definiscono “i baroni” che amano sguazzare nel fango di un potere che neanche riescono a gestire, macchiandosi con la corruzione. E anche io proprio come scrive Olga «odio i lecchini, chi suggerisce di non lamentarsi e di fare buon viso a cattivo gioco: se la smettessimo di accettare tutto questo, le cose cambierebbero». Purtroppo la maggior parte delle donne, per sottrarsi dalla violenza, per vergogna e/o timore di ritorsioni, preferiscono abbandonare il posto di lavoro consapevoli che «le persone che criticano apertamente le ingiustizie vengono isolate; sono la dimostrazione che l’incapacità di adattarsi è una condanna alla sconfitta».

Simpatici poi gli altri “attori” del libro, che ci lasciano sospesi tra comicità e dramma, i cui consigli fanno sprofondare ancor più nello sconforto facendoci sentire ancora una volta protagonisti di un qualche racconto del grande Franz Kafka: un giovane sindacalista con ruoli di responsabilità a livello regionale e nazionale che propone all’autrice di farsi ingravidare «così te ne vai in maternità già al terzo mese con un bel certificato medico», sottolinea nella sua volgare convinzione, «e fra un anno e mezzo ci ripensi. Magari nel frattempo il direttore cambia e il problema si risolve da solo» come a voler affermare che mettere al mondo un figlio sia un mezzo per risolvere un problema. Un’ avvocatessa sessantenne che propone di “metterci una pietra sopra” assicurando con noncuranza «sei ancora giovane, non farti il sangue amaro per così poco. Pensa al futuro». Una collega dell’autrice che considera il “letto” un’opportunità in più da cui poter trarre benefici: «non voglio fare la vittima, smettiamo di pensare che siamo sfortunate». Ascoltarli è solo tempo sprecato sia per l’autrice che per noi lettori ormai simpatizzanti di questa donna che sa tener testa a queste “marionette” e a chi smuove i fili.

Questo fenomeno è anche meglio conosciuto come “bossing” (che è una forma di mobbing verticale, perpetuata dall’alto verso il basso) , “prodotto da comportamenti aggressivi e violenti che possono connotare uno stile pianificato di gestione delle relazioni con i subordinati”(conferenza Europea sul Mobbing, 2002). Esso è comunque sempre considerato una forma di “disagio relazionale e comunicativo che emerge in ambito organizzativo” e che necessita dell’analisi e della valutazione sia dei casi con eventuale counseling psicologico sia, contemporaneamente, l’analisi degli stili di management disfunzionali e forme di leadership autoritaria.

Utilizzando le parole di Sergio Cassella, Psicologo dirigente ULSS (Unità Locale Socio-Sanitaria), si auspica ad un cambiamento teso alla riconsiderazione di questo fenomeno dinnanzi alla gravità del quale emerge la pretesa di un intervento immediato: «il malessere lavorativo assume forme differenziate e chiede soluzioni attraverso strategie anch’esse diversificate. Manca ancora una cultura diffusa dell’organizzazione e del comportamento organizzativo. Anche se in modo diverso nei servizi pubblici e privati, l’assenza di una formazione adeguata nei quadri e nei manager (funzionari, dirigenti ecc..), incide nei processi di funzionamento e sulla qualità del servizio stesso».

Leggere il libro di Olga Ricci, che intelligentemente afferma essere un libro non solo per le donne ma anche per gli uomini, permette a chiunque di acquisire una maggiore coscienza sulla violenza perpetuata in ambito lavorativo. Per tale ragione consiglio vivamente di diffondere il messaggio di questa donna che ha voluto con forza e determinazione smascherare ciò che di abietto si cela in certe aziende di “prestigio”, e ricordando a chiunque come coscienza sia sinonimo di libertà!

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