Sono una ricercatrice universitaria. Il mio prof mi molesta. I miei colleghi dicono che è normale. Io non so cosa fare: se mi ribello, perdo tutto

Male-teacher (1)

Cara Olga,

ti scrivo perché ho letto il tuo libro e vorrei condividere la mia esperienza con te. Quando sono arrivata alla fine del tuo racconto, sono stata assalita dalla tristezza, da uno sconforto incredibile, perché mi sono rivista nelle tue parole. A differenza di te, che racconti il passato, io la sto vivendo adesso, quella che chiami violenza. Pensavo di essere riuscita a rimuoverla, a non pensarci, ma lei è lì, è non se ne va.
È strano perché il primo contatto con te l’ho avuto attraverso internet, per caso: avevo sentito parlare del tuo blog, ho messo un mi piace e da lì è cominciato tutto.

Io lavoro con una borsa di studio all’università. E il mio problema è il mio professore, che si permette di dire e fare cose che mi fanno sentire male, mi fanno sentire sempre in “pericolo”.
Una volta mi ha mandata ad aiutare un tecnico che aveva bisogno di una mano, e qualche giorno dopo, mentre tornavamo da un convegno, si è arrabbiato con me perché secondo lui io gli stavo dedicando troppo tempo invece di lavorare per lui. Ha poi aggiunto: perchè se è per dei favori sessuali, ricordati che io sono il primo che ti ha scoperta.
Io sono rimasta ammutolita, il mio collega presente ha sminuito il tutto dicendomi era solo una battuta.

Ma cose simili si sono ripetute più volte. Il mio professore mi ha detto frasi come queste: prima di entrare togliti le mutande; potresti presentarti al convegno in topless; potresti metterti una minigonna ogni tanto. Un giorno, stava parlando con dei colleghi maschi, altri professori, dello scandalo delle ragazzine quindicenni che si prostituivano. Io ero presente, in disparte. Guardandomi, ha detto agli altri: ma poi, che soddisfazione puoi avere da una ragazzina di 14 anni, ma vuoi mettere la soddisfazione che può darti una trentenne? Io me non sono andata dalla stanza, schifata.

A queste battute bisogna aggiungere le sue mani, che mi cadono addosso, appena c’è la situazione. Appena può mi tocca le spalle, oppure i fianchi, con quel suo modo schifoso.

Io sono stanca, non voglio più sopportare, ma non so come muovermi. Vorrei andarmene, lasciare quella facoltà, ma un lavoro così è difficile da trovare un’altra volta. Non so cosa fare. Vorrei chiedergli se mi sposta in un altro laboratorio, con un altro capo, ma non so che reazione potrebbe avere. La mia borsa scadrà in autunno e io spero nel mio cuore che non me la rinnovi. È svilente lavorare in questo modo, mentre i colleghi maschi sminuiscono la cosa, continuando a dirmi: in fondo è innocuo, cosa vuoi che faccia.

La cosa poi che mi rende senza speranza è che non è la prima volta che mi accade. Mi è successo più volte, in posti di lavoro diversi, con gravità diverse ma il concetto è sempre quello: tu sei una donna, in fondo io posso permettermi di toccarti e di dirti cose sconce perché tu sei lì un po’ anche per questo, il lavoro passa in secondo piano, io sono un uomo ho il diritto di divertirmi con te.

Io ho bisogno di fare qualcosa, non importa se non salverò la mia situazione attuale o quella futura, ho bisogno di fare qualcosa per ridarmi dignità, per far sapere a tutti che questo è ingiusto e mi fa stare male come persona. Ho bisogno di condividere anche perché sono sicura che ci sono altre donne in questa situazione, che ancora non ne riconoscono la gravità.

Grazie per aver ascoltato

Giovanna Cardo 
(pseudonimo di una donna in cerca di soluzioni alla violenza sul lavoro)

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7 pensieri su “Sono una ricercatrice universitaria. Il mio prof mi molesta. I miei colleghi dicono che è normale. Io non so cosa fare: se mi ribello, perdo tutto

  1. Dora Coco ha detto:

    cara giovanna,tante volte,sul posto di lavoro mi ha aiutato la mia coscienza femminista.più che altro a non crollare. perchè,al di la delle tue certezze,ti trovi comunque sola in quei momenti terribili.ma non scappare,non dargliela vinta(quando sono scappata me ne sono pentita).cerca,intanto,alleanze con altre donne (ce ne sarà qualcuna!).resisti fino al rinnovo del contratto e poi ,trova nuove strategie.e se dovessi raggiungere una posizione più sicura poi fagliela pagare a questo ennesimo porco di turno!i tuoi collegucci maschi con la loro sottovalutazione si preparano a diventare i futuri porconi!ma anche tra di loro ce ne sarà qualcuno migliore.cerca alleanze !!un abbraccio ,dora

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    • gabriele ha detto:

      Personalmente trovo questi suggerimenti del tutto condivisibili, soprattutto quello sulla ricerca di alleanze (e credo che sia importante anche elaborare una coscienza femminista). Purtroppo devo però sottolineare ancora una volta come la precarizzazione del lavoro esasperi questi fenomeni e crei situazioni che sono pressoché senza speranza.
      La carriera accademica non ha mai offerto stabilità in periodi più rapidi che un decennio o giù di lì, ma oggi la situazione è la più drammatica che si sia vista. Il reclutamento di giovani ricercatrici e ricercatori è praticamente paralizzato da sette anni. Il governo ha promesso un numero (simbolico: tra il patetico e l’insultante) di nuovi contratti per gli anni a venire, ma sarebbero sempre contrattini di tre anni al massimo.
      Quindi si salta di borsa in borsa, sempre alla mercé dell’arbitrio di chi eroga questi finanziamenti, sempre più scarsi peraltro (ci tengo a sottolineare che non credo esistano criteri più efficaci per erogare le borse che non la cooptazione, metodo vigente in gran parte del mondo: il problema è che le borse non dovrebbero essere l’ultimo e unico rimasuglio di inquadramento lavorativo nella ricerca).
      Ciò rende estremamente delicato implementare qualsiasi strategia di resistenza, perché ogni accenno di conflittualità può degenerare con la massima facilità nella perdita del lavoro.
      Vogliamo anche metterci il fatto che subire queste pressioni penalizzi a livello più o meno conscio la persona, perché si fa più fatica a “produrre” quando si è sempre a disagio e sul chi vive? Un fattore che tutta la stantia retorica sulla meritocrazia naturalmente ignora.
      Ciliegina sulla torta: io mi auguro che Giovanna, da quanto intuisco, lavori in un settore della ricerca che comunque le consentirebbe di avere una proiezione lavorativa fuori dall’accademica, ma così non è per molti ricercatori (e non parlo solo di quelli più da stereotipo, cioè “gli umanisti”, che peraltro avrebbero le competenze per lavorare in moltissimi settori del sistema economico italiano; no, la verità è che il sistema italiano stenta a integrare la formazione superiore in tutte le sue forme, come emerge dalle statistiche nazionali ed europee).
      Il sistema produttivo rifiuta ciò che non comprende, e quindi se una persona ha trascorso tre anni della sua vita a fare un dottorato e magari altri quattro o cinque facendo ricerca postdoc all’Italia o all’estero, agli occhi di chi la dovrebbe assumere è un soggetto “vecchio” che ha trascorso sette, otto, dieci anni nel “nulla”. La “fuga”, comunque non consigliabile, per chi lavora in ricerca rischia di diventare nient’altro che un salto nel vuoto. E una “cacciata” (non ti si assegna un’altra borsa, una mossa meno ardua perfino che un mancato rinnovo, insomma qualcosa di del tutto incontestabile), prodotta da una frase “vissuta male” dal porco, può tradursi in una spintarella verso lo stesso abisso.

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      • Giovanna ha detto:

        Grazie anche a te Gabriele,
        hai ragione siamo precari e per questo ricattabili, ma come dice Olga nel suo libro : “a un certo punto c’è qualcosa che si chiama dignità che reclama il suo posto”. Credo esista un limite a tutto, vedremo come andrà avanti la situazione ma se peggiora io non posso stare a subire per un lavoro, la vita è anche altro.

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      • gabriele ha detto:

        Cara Giovanna,
        ci mancherebbe altro! Il mio commento era dettato dalla faciloneria con cui molti, anche nei commenti a passati post di questo blog, si lasciano andare alla litania del “cambia lavoro”.
        Purtroppo ci sono “lavori” in cui le occasioni sono contatissime, e, inoltre, rispetto ai quali non si può dire “un lavoro vale un altro”, visto che consentono di mettere a valore caratteristiche personali che non si possono esprimere nella maggior parte degli ambiti.
        C’è poi da dire che, a seconda della fortuna che una persona può avere o meno, al giorno d’oggi per molti non vale quel “la vita è anche altro” (che condivido totalmente come prospettiva esistenziale, ma che va conciliato con la realtà della sopravvivenza). Se non hai un partner o una famiglia a supporto, o se non ti inserisci in qualche comunità alternativa, la vita “è” avere un lavoro, perché la spesa bisogna pur farla. E per gli under 35 in Italia (ancor peggio se con formazione superiore) non è proprio facilissimo trovarne uno, nemmeno in un call center o in un magazzino di ipermercato. Quando i soldi finiscono come mangia o abita, una persona?
        Infine, però questo lo dico come provocazione, io sento come già di per sé molto lesivo della dignità e abbastanza umiliante essere espulsi da un lavoro in cui ci si senta realizzati, anche se non si sono subite ulteriori violenze di stampo sessuale.
        Anche se si decide di andarsene “per scelta propria” – cioè senza essere cacciati (o non rinnovati) da altri – la verità è la medesima, perché in assenza di quel contesto ammorbante in quel lavoro ci si sarebbe rimasti.
        Quindi la triste realtà non è dignità contro assenza di dignità, ma “solo” (e metto l’avveerbio tra virgolette perché comunque non è poco) la dignità… di decidere quale parte della propria dignità vedersi lesa.

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      • diariodelporcoallavoro ha detto:

        Grazie a tutte e tutti per i commenti. Non è semplice capire come reagire in queste situazioni. Da un lato non bisogna perdere di vista il proprio equilibrio psicofisico e il rispetto per se stesse, dall’altro non tutti i lavori sono facilmente sostituibili. Buttare all’aria anni di fatica per uno stronzo non ne vale sempre la pena, a mio avviso. E’ anche vero che certe situazioni di molestia, soprattutto quando sfociano nel ricatto, non sono sostenibili. Giovanna, se riesci a parlare con un’avvocata oppure una consigliera di Parità, poi ci aggiorni su come decidi di agire, perfavore? Grazie

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  2. Giovanna ha detto:

    Grazie Dora,
    fa bene condividere queste esperienze, e con persone che capiscono la gravità del problema. Troppo spesso non viene fatto nulla per contenere questi atteggiamenti molesti, conta che quest’uomo è una vita che fa queste cose, non sono la prima a cui capita, e non gli è mai stato fatto nulla. Questo è triste e ingiusto.
    Il fatto è che siamo sempre in una posizione di svantaggio, e purtroppo il lavoro oggi è un problema grosso. Come dici tu cercherò di mediare, per non farmi aggredire troppo e per non perdere il posto. Sicuramente poi anche leggere qualcosa sul tema aiuta e poi fare gruppo con donne che hanno subito la stessa cosa, non siamo sole, non siamo sole per niente.
    Un abbraccio a te 🙂

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  3. giulemanidallefoche ha detto:

    Scusate, ma in casi come questo non è possibile una denuncia? Certo, è vero che il sistema giudiziario non è proprio di sostegno sulle molestie, specie se non lasciano traccia, però non è possibile che questa ricercatrice, così come molte altre donne, debba continuare a sopportare questo atteggiamento. Cercare persone che stiano dalla sua parte aiuta, ma non è una soluzione…

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