Il mio capo mi molestava e io, un giorno, l’ho picchiato. Lui era più basso di me, non è stato difficile. Poi ho perso il posto

Cara Olga,

ti racconto la mia storia, che non è esemplare, ma mi ha permesso di sentirmi meno frustrata di altre donne.

Venivo molestata sul lavoro dal mio capo, padre di una mia amica. Ho sopportato il suo sentirsi autorizzato ad allungare le mani si di me, sulle spalle, sui fianchi, sulle gambe. Ho sopportato avances e richieste di baci. Paravo i colpi per non perdere il lavoro e stavo zitta con gli amici, per non ferire la mia amica. Ho chiesto a un amico che recitasse la parte del mio compagno, in modo da far credere al capo di non essere single. Ma non è servito. L’altro collega, quando era presente, non riteneva di dover prendere le mie difese. Ho iniziato a mangiare tantissimo per sfogare la tristezza acquistando peso e deprimendomi ulteriormente.

Un giorno, esasperata, non ce l’ho più fatta a subire e ho detto al mio molestatore tutto quello che pensavo di lui. Ma, come da copione, lui ha negato. Si è arrabbiato. Urlando, si giustifcava: sono solo scherzi; non sai stare al gioco; bugiarda; sei tu la poco di buono.
Io ho perso il controllo e ho fatto quello che non mi sarei mai aspettata di fare: mi sono alzata dalla sedia e l’ho picchiato sulla testa. Lui era più basso di me, e non è stato difficile. Non avevo paura che potesse reagire. E non l’ha fatto.
Ho perso all’istante il lavoro, ma per fortuna nessuna denuncia.

Mesi dopo lui mi ricontattò attraverso un intermediario, per commissionarmi un lavoro. Io lo feci, senza avere nessun contatto con lui. Successivamente mi telefonò, con una scusa, chiedendomi un file. Gli risposi che il file era in archivio e come fare a trovarlo, che per sicurezza glielo avrei inviato, ma non prima di sera perché ero fuori casa. Si adirò e alzò la voce: pretendeva che lo inviassi subito, che io avessi un atteggiamento amichevole. Inviai il file scrivendo nella mail di non contattarmi più perché tutto quello che era avvenuto non erano vicende su cui “passare sopra”.

Non l’ho più sentito. La mia amica deve avere capito tutto, ma non ne abbiamo mai parlato. Sapeva che tipo fosse il padre, ne parlava spesso. Non posso certo essere sicura che in cuor suo abbia parteggiato per me, un padre è sempre un padre.
Rimpiango di non aver preteso fin dal giorno del colloquio di utilizzare la formula del “lei” anzichè cedere alle ripetute richieste di darci del tu. Ma tutte le cose che avrei potuto fare per tenere le distanze, non avrebbero cambiato il suo modo di ragionare e di intendere il rapporto tra uomo e donna sul lavoro.

Il mio gesto avrebbe potuto mettermi nei guai seri, invece mi ha salvata, non dalla perdita del lavoro, ma dalla frustrazione di saperlo impunito. Per non rischiare di passare dalla parte del torto, avrei dovuto denunciare e passare dal calvario di un tribunale, con tutte le conseguenze psicologiche ed economiche.

Il mio gesto non è stato però capito da altre donne: la mia migliore amica mi diede della “violenta”. Altre amiche dissero che dovevo tornare a lavorare da lui quando mi ricontattò. La mia psicologia diceva che la molla del gesto era stata una critica professionale, mossa dal vecchio porco, che non avevo saputo accettare.

Ella

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2 pensieri su “Il mio capo mi molestava e io, un giorno, l’ho picchiato. Lui era più basso di me, non è stato difficile. Poi ho perso il posto

  1. Francesco ha detto:

    Assurdo che in Italia, se una donna reagisce alle molestie del suo capo con una sberla (o cazzotto che sia) debba ritenersi fortunata se non viene denunciata e perde “soltanto” il lavoro.
    Lui ha allungato le mani per primo (magari non quella volta li, ma poco importa), ti sei sentita minacciata nella tua integrità morale e non solo, eri senza via di fuga e in gioco c’era la tua dignità, il tuo futuro.. È palesemente un atto di legittima difesa.
    Per quel poco o niente che può valere, penso che la tua sia stata la reazione giusta, anche se la Legge probabilmente (purtroppo) non sarebbe d’accordo.

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