Perché ad Agata non accada più

Ieri sera, mentre controllavo Facebook, mi è arrivata una richiesta di amicizia da una ragazza di 19 anni. Ho dato un’occhiata al suo profilo: dalle foto sembrava molto giovane e bella. Con un crampo, è arrivata la tristezza. Mi sono chiesta: sarà già successo anche a lei?

Da oltre tre anni, con lo pseudonimo di Olga, mi occupo di violenza di genere sul lavoro attraverso questo blog (dal quale ha preso spunto il libro Toglimi le mani di dosso, pubblicato lo scorso settembre dalla casa editrice Chiarelettere).
Quando una donna mi cerca, in genere, è perché “ci è passata”: ha incontrato un uomo che l’ha molestata sul lavoro, che l’ha tormentata con avances e apprezzamenti, fino al punto, spesso, di “provarci” e ricattarla. In genere, per le donne che si trovano di fronte a un capo che le molesta, finisce sempre male: perdono il lavoro, cadono in un baratro di sensi di colpa, faticano a rialzarsi. È molto difficile ottenere giustizia, anche quando si consultano avvocati e sindacati: le donne non vengono credute, le violenze minimizzate, le accuse derubricate a “cosa vuoi che sia mai”.

Cercavo di immaginare cosa potesse essere successo ad Agata quando è arrivato un suo messaggio. “Buonasera, scusa per il disturbo. Volevo dirti che ho letto il tuo libro, Toglimi le mani di dosso (…). Io sono molto giovane, ma sono di sesso femminile e purtroppo mi sono ritrovata in circostanze simili alle tue; se dovesse capitare nuovamente in futuro, adesso so che non sono io quella sbagliata, inadeguata, fuori posto. Quindi grazie. Io sono una neodiplomata, adesso sto studiando economia, ma il mio sogno è quello di diventare giornalista. Sono molto determinata, anche se più vado avanti e più realizzo quanto sia difficile “quel mondo”… Ma scrivere è la mia passione e spero che diventerà anche il mio futuro ”. Mentre leggevo, immaginavo un caporedattore cinquantenne, durante uno stage, gli occhi opachi, gli sguardi appiccicosi, le battute sconce. Una voce, dentro di me gridava: non è giusto, non è possibile che si ripeta sempre nello stesso modo.

Ma immaginavo male. Non è stato un giornalista cinquantenne ad avere molestato Agata. Me l’ha spiegato lei stessa, con un nuovo messaggio: “La vicenda che è capitata a me è quotidiana, ordinaria. Ho semplicemente svolto un lavoretto part-time per conto di un’organizzazione di eventi gestita da un ragazzo, il quale per propormi il lavoro, darmi istruzioni, e successivamente pagarmi, mi ha chiesto ripetutamente di vederci, per un caffè, un pranzo, un aperitivo. Io ho deciso di trovare un altro modo per mettere su i pochi soldi che mi offriva quel lavoro, ma mi è rimasta addosso una vaga sensazione di malessere e disagio, dovuta ai suoi comportamenti invasivi. Una sensazione che mi avvolge ogni volta che leggo nei gesti della persona con cui interagisco un secondo fine, il desiderio di coinvolgermi in un gioco a cui non voglio partecipare”.

È stato un ragazzo, quindi, un giovane uomo a mettere in atto i meccanismi della molestia, mascherata da “inviti” apparentemente inoffensivi, e ripetuti. Agata non mi ha scritto che cosa è successo durante quelle colazioni e quei pranzi, ma il fatto che si sia sentita a disagio, significa che il ragazzo è andato al di là del confine lavorativo. Significa che il ragazzo ha introiettato e riprodotto i meccanismi del sistema sessista della società italiana, ancora arretrata rispetto al lavoro delle donne, come dimostrano gli indicatori internazionali. Secondo il Gender Gap Report, redatto ogni anno dal World Economic Forum di Ginevra, l’Italia è al 97esimo (su 136 Paesi considerati) per la partecipazione delle donne alla vita economica. In Italia solo il 51% delle donne lavora, rispetto al 74% degli uomini. E le donne guadagnano meno: 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo. Le donne, inoltre, vengono discriminate per i figli: secondo i dati Istat, quasi una madre su quattro, a due anni dalla nascita di un figlio, resta senza impiego. La metà viene licenziata oppure non ha il rinnovo del contratto, mentre l’altra metà se ne va spontaneamente per problemi di “conciliazione”, cioè per la difficoltà di occuparsi, contemporaneamente, di figli, casa e lavoro.

Tornando alla storia di Agata, quel che mi stupisce è che i giovani non riescano a fare un passo avanti rispetto alle generazioni precedenti. In questo senso, considerando la violenza di genere nel suo complesso, fanno riflettere i dati del Rapporto sulla violenza contro le donne e gli stereotipi di genere dello scorso novembre, curato da WeWorld Onlus insieme a Ipsos, con il Patrocinio della Camera e del Dipartimento per le Pari Opportunità. Quasi un terzo dei ragazzi intervistati, tra i 18 e i 29 anni, pensa che gli episodi di violenza vadano affrontati all’interno della mura domestiche. Un quarto, invece, considera i “raptus” (termine sbagliato per definire un atto di violenza, come spiega bene questo articolo di In genere, ndr) giustificati e legittimati dal “troppo amore”, dal preconcetto che le donne siano abili a “esasperare” gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti.

Davvero siamo ancora a questo punto? Eppure abbiamo avuto — e abbiamo ancora — il femminismo, o meglio i femminismi, (come insegnano le anglosassoni, avendo bene in mente il concetto di intersezionalità ). Dobbiamo forse arrenderci forse all’idea che questi femminismi non siano poi così efficaci? E che cosa rispondere alle donne di una certa età che, da più parti, continuano a dire che il patriarcato è morto?

A me, sinceramente, in Italia il patriarcato non sembra così morto. Considerando il mondo del lavoro: i dati Istat indicano che 1 milione e 300mila donne, tra i 14 e i 65 anni, hanno subito, nell’arco della vita, molestie, ricatti o stupri. Le denunce sono minime: il 91% degli stupri o tentati stupri e il 99,3% dei ricatti sessuali sul lavoro non vengono segnalati. I dati dell’Istat si riferiscono al 2008 e al 2009. Io credo che il precariato abbia aggravato la situazione. Ma non posso citare dati, a supporto della mia idea, perché non esistono.

È evidente che il lavoro da fare per ottenere una vera parità di genere è ancora molto. Perché ad Agata non succeda più di essere molestata sul lavoro, è necessario un cambio radicale della cultura italiana che, rispetto a molti altri Paesi occidentali e non, è ancora troppo arretrata.

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